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forma di Manifesto
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recensione di L'ANIMALE VISIONARIO di Romano Madera (il Saggiatore), apparsa su Diario della settimana, Numero 40, Ottobre 1999 |
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lamenta spesso, a sinistra, della mancanza di contributi alti di riflessione
teorica. Il luogo comune presenta qualche comodità: ci si può
infatti risparmiare la fatica di andarseli a cercare. Rischia così
di passare inosservato il prezioso lavoro di persone che, fuori da gabbie
di partito o di stretta appartenenza accademica, si dedicano appunto al
delicato e impegnativo compito di ridefinire (ben più che revisionare)
le poche certezze ereditate e le troppe abitudini muffite che affliggono
l'impigrita anima della Sinistra. Il contributo in forma di pamphlet di
Romano Madera, brilla in questo senso, per coraggio e spericolatezza.
La struttura del libro ricalca (e come vedremo capovolge) quella del Manifesto
di Marx, che si apriva com'è noto con un'apologia della borghesia,
per poi rovesciarla in "critica di classe". Marx, del resto, riprende
questo artificio retorico dal celebre Discours sur les Sciences et les
Arts di J.J.Rousseau, che "simula" di celebrare la
civilizzazione per poi mostrarne fino alle estreme conseguenze i guasti.
Eppure, nella paradossale celebrazione della borghesia, in entrambi se ne
esaltano, con profonda adesione, le virtù, attribuendole la liberazione
dell'umanità da mille vincoli, in particolare da quelli superstiziosi
e religiosi. Madera ricorda che dopo Marx, Gramsci e Lenin si spinsero ben
oltre, apprezzando "nel fordismo e nella storia dell'industrialismo
la lotta e l'avanzamento contro "l'elemento animalità dell'uomo"!".
Quanto scientismo, razionalismo, quanto meccanicismo borghese (ormai vetusto)
in questo atteggiamento! Il bisogno di Marx e del marxismo-leninismo di
liberarsi dal fardello tanto del pensiero religioso (visto come espressione
dell'alienazione) quanto del Socialismo Utopistico (screditato come forma
ideologica primitiva e ingenua, buona per i sognatori) li conduce paradossalmente
a celebrare l'automatico (o quasi) procedere della Storia dello Sviluppo,
negando le proprie stesse profonde radici ideali e la propria vocazione
rivoluzionaria. Notevole il capitolo in cui Madera sottolinea come "i vertici delle intuizioni di Marx portino tutti, nascosto e involontario, il calco dell'anima religiosa". Si pensi all'idea della liberazione dal lavoro: "Il comunismo come fine e superamento della necessità del lavoro". Riecheggia non poco, in essa, l'idea ebraica del Sabato. Scrive Madera: "Dalla stessa radice abbiamo in ebraico oved, lavorante, ed eeved, schiavo". Il messaggio cuore dell'ebraismo è la liberazione dal lavoro-schiavitù, cioè "il lavoro comandato da Faraone". Il Sabato è "fine del lavoro servile". Marx è dunque "un profeta, malgrado lui, del compimento del culto: che il mondo sia tutto intero un immenso Sabato". Torniamo allora alla struttura del pamphlet di Madera. Qui non si parte dall'apologia del Capitale per poi proclamarne l'inevitabile fine, ma all'opposto dal disastroso "stato delle cose presenti", dalle devastazioni prodotte nella Natura, nella Storia, negli Individui dal cieco dominio della merce, per contrapporvi il cammino degli Utopisti d'ogni epoca e cultura e sottolinearne le istanze di liberazione, mai riducibili al puro scenario del conflitto di classe. Meno fulminante, a mio avviso, la seconda parte del pamphlet che muove dal pensiero di Nietzsche. Qui l'ampiezza delle problematiche (già trattate con ben altro rilievo nel precedente saggio di Madera Dio il mondo) pare spesso sacrificata a un'esigenza di sintesi, per far capo a un'idea di individuo liberato che recupera da un lato molte istanze comunitarie (scoprire i "mattoni collettivi" in ciascuno di noi) e dall'altro la tradizione protestante della "responsabilità individuale" e della testimonianza esemplare di vita. Questa interpretazione e proposta avrebbe bisogno di una maggiore articolazione. Sembra che Madera si arresti proprio "sul più bello", cioè sullo stesso confine di Marx e Nietzsche: la mancata indagine (Marx) del concreto organizzarsi degli uomini, del loro tessuto di relazioni, dei loro modelli e modi di movimento; e un avvertibile "soprassedere" (in Nietzsche e anche in Jung) sulla realtà immanente e permanente della Morte. E' qui, su questi due opposti versanti, che il libero sviluppo dell'individuo trova il suo limite. Ed è proprio su questo terreno che gli Utopisti e il pensiero religioso hanno cercato risposte. La ricognizione di questo "al di là" dall'individuo, di questo "altro da sé" che, per dirla con Karl Barth, è nel suo sviluppo estremo un "Totalmente Altro", dovrebbe imporsi non solo come criterio e terreno di espansione della Soggettività, ma anche come tentativo di Nuova Oggettività, oggi altrettanto urgente e necessario. Gianfranco Manfredi
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