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LA FURIA DI POE RIVIVE TRA PSICOANALISI E FUMETTO
di Antonio Faeti. Articolo apparso su Tuttolibri,
supplemento a La Stampa, 19 febbraio 2000
Edgar Allan Poe merita davvero di essere posto sempre in
bilico tra vita e finzione, tra invenzione e realtà. Nel bel libro
di Stephen Marlowe Il faro alla fine del mondo (Tropea, 1998), lo
scrittore americano è sottoposto a un processo di enfatizzazione,
in cui le ubriacature, i pugni, le fughe repentine, la sua impossibilità
di ridursi alle costrizioni di un accettato controllo sociale, diventano
drammi attuali, sofferenze che condividiamo. Derelitto, affamato, alcolizzato
sembra uno dei tanti ragazzi che non hanno trovato, tra sé e il nostro
mondo di oggi, nulla al di fuori di una tossicodipendenza, prima rifugio,
poi destino, conclusione, fine. E le intemperanze di Poe sono identiche
alle furie di tanti che non tollerano più, che non sopportano.
Non ho potuto evitare di riprendere in mano la grande biografia, o studio
psicanalitico come lo definiva l'autrice, che Marie Bonaparte ha
dedicato a Poe (Newton Compton, 1976). Nelle tante pagine, Poe ottiene una
strepitosa redenzione proprio perché la sua malattia si rende garante
di una terrificante grandezza. Lo spettro della madre morta, l'impossibile
e invincibile amore di un bambino per una creatura che sembrerà sempre
più l'emblema della corruzione, del disfacimento, del sepolcro, del
crollo, della funerarietà, senza mai smettere di farsi adorare, sono
il sigillo di una particolare perversione, di quelle oggi spesso congiunte
con la creatività.
E allora si deve e si può proseguire entro una sconcertante sequenza
già delineata. Anni fa Célia Bertin scrisse una appassionata
e scrupolosa biografia di Marie Bonaparte (Centro Scientifico Torinese,
1983): nel suo libro, senza che mai sia detto, l'autrice del libro su Poe
diventa una struggente sorella del poeta. Orfana di madre anche lei, era
davvero "l'ultima dei Bonaparte", come voleva essere chiamata.
Ma discendente diretta di Napoleone, pronipote di un fratello dell'imperatore,
sposò un erede al trono di Grecia.
Per tanti aspetti, Marie Bonaparte potrebbe essere l'eroina di un lungo
racconto di Poe, a partire da una traccia sconcertante: scoprì e
tollerò le valenze omosessuali presenti nell'infinito innamoramento
del marito per suo zio Valdemar, principe di Danimarca, misteriosamente
dotato di un nome che rifulge fra i racconti di Poe. Splendido personaggio,
capace di irridere molte esangui trame di romanzo con una vita in cui c'è
proprio di tutto.
Marie Bonaparte si innamora di Poe e scrive di lui dopo essere stata in
analisi con Freud. Analista a sua volta, ma principessa, mandava a prendere
regolarmente i suoi pazienti con le sue macchine lussuose, e se li portava
con sé nelle tante crociere verso la Grecia imposte anche dal suo
ruolo. Ossessionata anche lei dallo spettro della madre morta, era assolutamente
libertina e inguaribilmente frigida, in più possedeva una inclinazione
irriducibile per gli assassini delle cronache, meglio se particolarmente
feroci e seriali. Del resto i corridoi dei tribunali la attiravano, e anche
le prigioni: già ottantenne poté andare a trovare Caryl Chessman,
l'uomo che appassionò i ragazzi della mia generazione con i libri
scritti nella "cella della morte".
Marie Bonaparte e la sua vita incredibile sono da porsi sotto il segno di
Poe anche perché, quando si è conclusa la puntigliosa biografia
della Bertin, ci si convince facilmente di aver letto un romanzo.
E poteva, in questa sequenza, mancare Sergio Bonelli? No, naturalmente.
Nella bella serie del fumetto "Magico vento" che esce da due anni,
creata con sapienza raffinata da Gianfranco Manfredi, c'è Poe, un
giornalista che affianca Magico Vento, lo sciamano bianco protagonista delle
storie. Il giornalista è soprannominato Poe perché assomiglia
al poeta, ma tutte le catturanti storie di Manfredi sono poste sotto il
segno di Edgar Allan Poe, perché, per Manfredi, la storia contiene
stragi, ombre, spettri, corruzione, marcescenza. E si ritorna al paradigma
di Stephen Marlowe, con una domanda: perché non spostare, sempre,
un grande autore dal fuori al dentro dell'opera, dalla finzione credibile
alla verità finta?
FORT GHOST. recensione di Magico Vento n. 1, di Stefano Gorla,
apparsa su Letture n° 539, agosto-settembre 1997
Western e horror, assicura il lancio pubblicitario della nuova avventura
editoriale della Sergio Bonelli. Come dire, per giocare in casa, Tex Willer
più Dylan Dog. Eppure la somma di questa operazione non è
matematicamente Magico Vento, è qualcosa di più. Magico
Vento è fondamentalmente un western con qualche apertura all'arcano,
appena velata di horror. Da che parte sta lo dichiara fin dalle prime
vignette dove un "uomo di medicina" Sioux trovando i resti dell'esplosione
di un treno, nota nelle vicinanze le tracce di uomini a cavallo, uomini
bianchi che non si sono fermati e il vecchio si chiede: "Perché
non si sono curati dei loro morti?". Un western atipico che ci svela
paesaggi sconosciuti o pochissimo frequentati come i territori del Dakota.
Luogo dove la sfida del postmoderno si gioca con le sue contraddizioni:
riserva naturale ripopolata dai bisonti e discarica nucleare. Luogo di
conquista e di sfida della modernità: dove la ferrovia ha profanato
e violentato la terra degli spiriti, senza chiedere permesso. Magico Vento
è la nuova identità di Ned Ellis uomo dal passato confuso,
salvato dai Sioux. Un passato nascosto in ricordi non più visitabili
se non tramite visioni-intuizioni. Secondo la miglior tradizione Bonelli,
ha sempre con sé una spalla: Willy Richard, il giornalista soprannominato
Poe, sosia di Edgar Allan Poe. E un nemico "principe": Howard
Hogan, tremenda anima di una civilizzazione spietata. Da sfondo la frontiera,
dello spazio e dell'anima, a volte il baratro.
La nuova fatica della Bonelli arriva attesa, a sei anni di distanza dall'ultimo
orizzonte d'avventura - quello dello spazio - offerto con la testata e
il mondo di Nathan Never. Notevole ii dispiegamento di forze: un manipolo
di disegnatori di grande e sicuro talento e un narratore di ingegno come
l'eclettico Manfredi, affiancato da un solido Queirolo. Copertine affidate
ad Andrea Venturi, di cui abbiamo apprezzato le doti su Dylan Dog e su
Tex: per il momento niente di speciale ma siamo solo agli inizi. Un bel
fumetto di grande atmosfera che ripaga pienamente le aspettative.
Intervista
a Gianfranco Manfredi di cui esce, Bonelli "Magico Vento
UN VELO DI HORROR E RESUSCITO IL WESTERN
Fumetto "nero", ambientazione realistica per dar voce ai
protagonisti dell'epoca.
articolo di Gian Marco Walch apparso su Il Giorno, 20 giugno 1997
Era un "wasicun", un uomo bianco. Ora è un "waayatan",
uno sciamano Sioux. Passato sconosciuto. Solo brandelli di ricordi: un
treno, un pugno di soldati, gli spari, l'odore acre della dinamite, quello
freddo e sottile della morte. Non sa neppure come si chiamava. Il suo
nome attuale lo deve a Cavallo Zoppo. Al vecchio stregone alla ricerca
di un successore l'ha suggerito la voce che muoveva le foglie di un grande
"waga chun", l'albero sussurrante, il sacro pioppo: "Cerca
colui che è stato dimenticato: il vento ti dirà come raggiungerlo".
Cavallo Zoppo ha cercato e, fra le polverose lamiere di un cavallo d'acciaio
sventrato, ha trovato. Adesso anche l'uomo dimenticato ha un nome: Magico
Vento.
A firmare soggetto e sceneggiatura del nuovo fumetto che debutta oggi
in edicola, 22Omila copie, cadenza mensile, fumetto garantito, "made
in Bonelli" - l'editore milanese leader nella fascia di lettori da
16 a 24, 44, 64, etc. anni, padre di Tex Willer e di Dylan Dog - è
Gianfranco Manfredi. Cantante nei mitici anni Settanta (ala ironico-militante),
narratore, già noto agli appassionati di fumetti (Gordon Link,
Nick Raider, ancora Dylan Dog).
- Manfredi, "Magico Vento" è un western singolare.
Sposa la Frontiera all'horror...
"E' un'idea cui pensavo da molti anni. Premessa: il western è
in declino, gli ultimi western di successo, "Silverado", "Balla
coi lupi", "L'ultimo dei Mohicani", sono stati tali semplicemente
perchè erano bei film. Eppure il western è stata un grande
laboratorio di forme narrative, oltre a riflettere l'evoluzione della
società: John Wayne negli anni Cinquanta, "Soldato blu"
e "Il piccolo grande uomo" nel decennio successivo. Come raccontare
allora quell'atmosfera in modo nuovo? Il mio tentativo è partito
dalla rilettura dei materiali letterari scritti dai protagonisti della
Frontiera".
- Fonti di primissima mano...
"Sì, e documenti interessantissimi. I racconti di Custer hanno
poco di militaresco, sono quasi etnografici, vi si parla di visioni, di
miraggi. Anche i primissimi "pulp" di Buffalo Bill, con l'eroe
che si rifugia in un canyon maledetto per sfuggire a una torma di indiani
che lo inseguono accompagnati da mastini fantasma dagli occhi fosforescenti.
Ricordi il "Mastino di Baskerville" di Conan Doyle? E poi Hawthorne,
e Cooper ...".
- Ma anche Poe. La "spalla" di Magico Vento è il giornalista
Willy Richards, detto "Poe"...
"Gli europei hanno sbagliato a dividere la letteratura americana
dell'800 in due filoni: cronachistica all'Ovest, neo-gotica all'Est. I
due generi sconfinano. La conquista del West era anche la scoperta dell'ignoto
- basta pensare alle tante località dai nomi tipo "Mani del
Diavolo" -. E poi, non dimentichiamo che lo spiritismo è nato
in America. Ecco ciò che ho cercato di fare con "Magico Vento":
tenere molto forte l'ambientazione realistica dando il punto di vista
dei protagonisti dell'epoca".
- Ne è nato un fumetto molto "dark", molto nero. Senza
sprazzi umoristici...
"Se un fumetto è cupo, è cupo. E poi non volevamo dare
a Magico Vento una spalla-battutista, rifare il Groucho di Dylan Dog o
il Cico di Zagor. D'altro canto, i ragazzi oggi non amano l'umorismo surreale,
o la farsa, quando si parla, anche nei fumetti, di temi duri".
- Episodi pronti?
"Una quindicina. La storia di Magico Vento emergerà di numero
in numero. Scoprirà i suoi poteri, la capacità di intuire
il futuro attraverso inquietanti visioni. Entreranno in campo tanti personaggi:
il signore delle Terre Maledette, un spia di Chicago, un sanguinario comandante
sudista, un pistolero di San Francisco...".
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