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A
quell'ora del pomeriggio Ugo M., completamente solo in uno scompartimento
di seconda classe del
locale 4147, fissava un libro giallo abbandonato sul sedile di fronte. Non
aveva fatto in tempo a
comprare il
giornale all'edicola della stazione e quel libro lo tentava. Se fosse stato
lasciato sulla retina portabagagli
l'avrebbe preso senza indugio, e anche se l'avesse trovato infilato di lato
al cuscino, ma così,
in bella vista, proprio al centro del sedile... forse qualcuno lo aveva
appoggiato per occupare il posto. Del resto il libro pareva nuovo di zecca,
senza la minima curvatura. Chiunque l'avesse messo lì, non l'aveva
neppure sfogliato. Il proprietario doveva essere un pendolare come lui.
A quell'ora del pomeriggio erano pochi a viaggiare su quel treno, per lo
più impiegati delle due o tre ditte che nelle città di testa
facevano orario continuato. Scendevano a piccoli gruppi nelle stazioncine
che costellavano il percorso e si spargevano in direzione della campagna.
Tutti in giacca e cravatta. Sulla copertina del giallo c'era un treno. Leggere
storie di delitti ferroviari in treno, pensò Ugo M., era un po' come
sfogliare una rivista erotica a letto, con la moglie addormentata accanto.
Avventura contro abitudine.
A lui sarebbe piaciuto imbattersi una volta o l'altra in qualche imprevisto
di viaggio: una vedova inquieta sul sedile di fianco, un ricercato dalla
polizia col giornale davanti alla faccia e la sua foto in evidenza in prima
pagina. No, meglio la vedova. Continuò a inanellare oziose fantasie
con il sorriso sulle labbra: sì, un bel treno da film, con Buster
Keaton per macchinista, Marlène Dietrich in giro per i corridoi in
disperata ricerca di uno scompartimento fumatori, Sean Connery/007 in lotta
con qualche spia russa, abilissimo nel devastare vagoni letto senza svegliare
nessuno, Albert Finney/Poirot che stabiliva il suo quartier generale nel
vagone ristorante rovinando la digestione a tutti...
Be', dopo tutto, un piccolo mistero ce l'aveva davanti: il lettore di gialli
scomparso. Il libro non poteva essere stato abbandonato in un viaggio precedente
perché il convoglio era stato appena formato. Il proprietario non
poteva essere già sceso perché il treno finora non si era
mai fermato. Doveva essere salito prima di lui, aveva occupato il posto...
e poi? Era andato alla toilette? Non si può col treno fermo in stazione.
Forse era ridisceso per telefonare o prendere un caffè e aveva perso
il treno.
Ma perché
tutte queste preoccupazioni? Non c'era niente di male a prendere in mano
un libro. Se il proprietario
tornava, bastava renderglielo con qualche scusa. Si decise ad afferrarlo,
ma non fece neppure in tempo a leggere il titolo che sentì dei
passi in corridoio. Ributtò il giallo al suo posto, in fretta.
"Biglietti...".
Voce stanca di controllore accaldato.
Ugo M. si frugò in tasca e mostrò il tesserino.
"Mi scusi... la toilette è occupata?".
Il controllore sporse la testa nel corridoio.
"No. E' libera...".
Si fece da parte, ma Ugo M. disse "grazie" e restò al
suo posto.
"Non ci va?".
"No, era solo una curiosità".
L'altro aggrottò le sopracciglia e se ne andò, riprendendo
ad asciugarsi la fronte col fazzoletto.
Sì, ammise Ugo M., faceva un caldo dannato. Era il caso di aprire
un po' il finestrino. Si era appena alzato, quando gli sembrò di
vedere qualcosa là fuori. Il vagone proiettava la sua ombra sul
prato giallastro a lato della massicciata, ma era un'ombra strana, bombata...
come se ci fosse un fagotto sul tetto...no, era un uomo! Ora si era tirato
su e stava camminando là in cima, in direzione opposta a quella
di marcia. Ugo M. schizzò subito in corridoio.
"Controllore!",
"Cosa c'è ancora?".
"C'è un uomo sul tetto del treno!".
Tornarono a guardare dal finestrino. L'ombra del tetto: una linea retta.
"Eppure c'era, le assicuro se ne andava in direzione della coda.
Dallo scompartimento a fianco dovremmo vederlo".
"Senta, io devo continuare il mio giro. Non può esserci nessuno
lassù, lei ha visto troppi film".
"Mi segua!", intimò Ugo M.
C'erano due impiegati che giocavano a scacchi nello scompartimento a fianco.
"Non l'avete visto?".
"Chi?".
"Un uomo un uomo sul tetto del treno!".
Lo guardarono sorpresi, poi notarono il gesto del controllore che alle
sue spalle si picchiettava una tempia e scoppiarono a ridere.
Umiliato, Ugo M. si rifugiò in fondo al vagone e si chiuse in toilette
a riflettere. Neppure per un attimo dubitò d'essersi ingannato.
C'era veramente un uomo lassù: i due scacchisti certo non l'avevano
visto, ma il controllore avrebbe dovuto saperlo. Nessuno sale su un tetto
senza motivo, quello doveva essere un operaio, oppure il lettore di gialli
scomparso? Magari uno legge di un inseguimento sul tetto di un treno in
corsa e in un momento di follia gli viene voglia di provare , lui stesso
si stava abbandonando a fantasie avventurose poco prima. Doveva trovarlo!
Si era sempre fregiato d'essere un tipo concreto, persino troppo scrupoloso
nell'adeguarsi a regole, orari, riti quotidiani. Non voleva passare per
visionario. Risalì i corridoi, di corsa, spiando negli scompartimenti.
Altri impiegati in lettura di giornali sportivi, a compilare parole crociate,
a far di conto sui calcolatorini tascabili. Nessuno se ne accorge? Ma
non la vedete, là contro il giallo dell'erba, quell'ombra barcollante
che salta avanti, sempre più sicura, sempre più veloce?
Sì, vi girate a guardare, ma quando è troppo tardi ed è
già passata oltre!
"C'è un uomo, signora, un uomo sul tetto del treno!".
"Ah sì?", gli rispose una grassona da dietro il suo ventaglio
di tovagliolini, "Starà senz'altro più fresco di noi!".
E giù a ridere. Stupidi, stupidi ciechi. D'improvviso capì
cosa doveva fare. Correre fino in fondo, aspettarlo nell'ultimo scompartimento.
Si sarebbe seduto, con calma, avrebbe attirato l'attenzione di qualche
compagno di viaggio sulla campagna, l'avrebbe costretto a tenere lo sguardo
sul paesaggio finché non avesse notato l'ombra in movimento. Ora
gli pareva di sentire anche i passi, o meglio dei tonfi, proprio sopra
la sua testa. Non si fermò, corse oltre l'ultima porta divisoria,
verso l'ultimo scompartimento. C'era un ragazzo con il walkman, i piedi
appoggiati sul sedile di fronte. Bene, si disse Ugo M., i giovani hanno
più spirito d'osservazione e quello stava giusto guardando fuori
dal finestrino. Lo costrinse a spostare le gambe sedendoglisi davanti.
L'altro gli dedicò solo uno sguardo infastidito e riprese a fissare
il vetro.
"Non ha caldo? Si potrebbe aprire un po'".
Non voleva farlo lui, per non togliergli la visuale. Il ragazzo non lo
udì.
"Scusi, non potrebbe abbassare la radio? Quel tum tum, mi dà
fastidio".
"Non c'è nessun tum tum, se vuoi sentire".
"No, non voglio sentire! Voglio che abbassi il finestrino! È
che... non mi sento troppo bene, ho bisogno di aria. Per favore".
Intanto guardava fuori con la coda dell'occhio e gli parve di veder spuntare
l'ombra, finalmente. Il giovane si alzò sbuffando e abbassò
il finestrino fino in fondo. Era duro, ci mise qualche secondo. Ugo M.
gli guardava la schiena. Gli sembrò che il ragazzo indugiasse e
risalì al profilo, sperando di leggervi un'espressione sbigottita.
Impossibile; per metà coperto dal braccio, per metà da occhiali
neri ultima moda, da "studente sovietico".
"Soddisfatto?".
Si era risieduto, indifferente.
Ugo M. guardò fuori. Sul tetto, non c'era nessuno.
"Non ha visto niente?".
"Come?".
"Si tolga quella cuffia! Scusi, non volevo essere scortese. E che
mi è sembrato... possibile che non abbia notato niente?".
"Dove?".
"C'era... oh, lasci perdere".
Tornò in corridoio, più agitato che mai. Spinse la porta
dell'ultimo vestibolo. Il treno terminava su una porta di comunicazione
di vetro, ad apertura orizzontale. Si potevano vedere le rotaie scivolare
indietro. Ugo M. restò ad osservarle, spalle contro la porta della
toilette, finché non avverti un senso di nausea. Pensò all'uomo
sul tetto che doveva trovarsi proprio sopra di lui, ma non si muoveva
più. Che fosse tomato indietro? Che diamine, questo era contro
ogni logica! Uno non risale i vagoni fino in coda per poi tornarsene da
dove è venuto. Forse era caduto! Lo vide in un flash mentale: un
pupazzo risucchiato dal vento, sbatacchiato contro un palo, disarticolato,
sparito in uno schifo di fosso lungo i binari. No, questo era un pensiero
orribile. Non poteva ammetterlo. Si sforzò di vincere l'ansia e
si avvicinò alla porta: per sbloccarla si sarebbe dovuto inserire
una chiave in un vano metallico, in alto a sinistra Almeno questo pensò,
ma aveva appena allungato le dita che la porta spalancò. Sssssss...
Non avrebbe dovuto, non era prudente, ma si ritrovò a fare quei
due passi che lo separavano dal varco aperto sui binari. Poi, con la mano,
incontrò un appiglio esterno, sulla destra, uno di sette gradini
di ferro, e d'improvviso sentì che non poteva più ritrarsi.
Doveva andare a vedere. Di più: cominciava a provare una strana
euforia.
"Sediamoci qui che non c'è nessuno!", disse la ragazza
buttando via il libro giallo.
Il suo compagno e collega, incravattato, a disagio, controllava il corridoio.
Si erano spostati perché lei era in vena di effusioni.
"Forse qualcuno c'era al posto di quel libro. Potrebbe tornare".
"Non fare lo sciocco, chiudi la porta, tira le tendine e vieni a
sederti qui".
Obbedì, ma non si sentiva tranquillo. Lui era un tipo rispettoso
delle consuetudini, quelle oneste s'intende. Raccolse il giallo da terra
e ripulì la copertina.
"C'è un uomo sul tetto dei treno...", disse.
"Non è un gran titolo", replicò la ragazza.
"Ma no, là fuori... ho visto passare un'ombra, andava in direzione
della locomotiva! Ti dico che c'è un uomo sul tetto!".
"E allora?'.
"Vado a controllare!', disse lui e uscì di corsa.
Gianfranco
Manfredi
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