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Tutto quello che so sulle sketches comedies devo ancora finire di impararlo!

Per fortunati o malaugurati scherzi del destino, negli ultimi due anni della mia vita mi sono ritrovato a lavorare in televisione, in particolare a scrivere un particolare tipo di sit-com: le sketches comedies.
Importate in Italia dalla vicina Francia, è facile capire come questo tipo di prodotto abbia saputo attirare su di se l’attenzione dei produttori prima e del pubblico poi.
Ovviamente ora diversi tipi di sketches comedies stanno proliferando un po’ ovunque ma queste cambiano solo nella confezione non di certo in quella che è l’essenza del prodotto.
Cerchiamo di capire insieme cos’è una sketch comedy, come si scrive e quali siano le sue peculiarità.
La prima sit-com di successo in questo formato che sia stata trasmessa in Italia è stata l’ormai celeberrima Camera Cafè. Anche il più disattento spettatore avrà notato che la caratteristica particolare della trasmissione è l’ambientazione concentrata in un’unica location e il posizionamento della camera fissa.
È facile intuire come un prodotto di questo tipo, produttivamente semplice da mettere insieme, possa attirare l’attenzione di molti produttori che cercano di replicare il successo dell’originale riproponendo, in altri ambienti, situazioni simili.
Ma questa struttura, economicamente appetibile, ha le sue regole e presenta alcuni tipi di difficoltà narrativa che stimolerebbero anche il miglior sceneggiatore del mondo.

Prima di tutto (ma questa regola vale per tutte le sit e le commedie del mondo) bisogna avere chiaro quale sia il motore comico che muove la drammaturgia. Non basta prendere dei personaggi e metterli insieme in un ufficio, una casa o un aeroplano. Bisogna che questi personaggi siano ben caratterizzati, abbiano qualcosa da perdere, un obbiettivo, un fatal flaw e tutte quelle cose che le scuole di sceneggiatura ci insegnano per creare conflitti e quindi poter raccontare storie! In ogni storia i personaggi si scontrano sui loro valori siano essi più o meno grandi e sulla visione del mondo intesa in tutte le sue accezioni possibili.

La seconda cosa è il punto di ripresa della camera fissa. Non basta posizionarla e lasciarla dov’è. Perché lo spettatore empatizzi con i personaggi e segua le storie, la posizione della camera deve essere in qualche modo giustificata. Deve essere quasi associata al punto di vista di qualcosa che, immobile, osserva le centinaia di storie che quotidianamente gli passano davanti all’obbiettivo. Ultimamente stanno nascendo sketches comedies che non rispettano questa regola e tengono la camera in movimento, usano stacchi interni e dettagli. Insomma, questo linguaggio è già in evoluzione. Questo vale anche per l’unica location. Alcuni dei nuovi prodotti presentano, anche se limitati, più ambienti (due o tre di solito) mantenendo però la struttura narrativa divisa in 3 sketches più un prologo e un epilogo.

Ognuno di questi sketches deve essere al servizio della storia portandola avanti. Solitamente la storia può essere raccontata solo nei 3 sketches e strutturata in 3 atti come Syd Field insegna. Nel primo atto (o sketch) viene presentato il problema. Nel secondo atto (o sketch) si tenta di risolverlo. Nel terzo atto (o sketch) si risolve il problema con un meccanismo definito ribaltamento. Il ribaltamento c’è quando una cosa che tu hai fatto per risolvere un problema (vero o fittizio che sia poco importa) ti si ritorce contro. Un esempio semplicissimo: in sk1 rompo una bottiglia pregiatissima del mio capo. In sk2 mi prodigo per sostituirla con un vino orripilante al quale però mi premuro di sostituire l’etichetta per fingere che sia tutto a posto. In sk3 si scopre che quel vino era il mio regalo di compleanno. Prologo ed epilogo a questo punto potranno essere di introduzione all’argomento o al tema e di commento, o totalmente staccati dalla storia e tra loro, o circolari, che creano cioè una brevissima storia che si apre il prologo e si chiude in epilogo. A volte 3 sketchespossono non bastare per raccontare la nostra storia perché abbiamo bisogno di un’informazione preventiva o di un commento consequenziale all’azione. In questo caso prologo ed epilogo (oppure anche solo uno dei due tenendo l’altro staccato) verranno utilizzati per completare la nostra struttura narrativa.

Una cosa importantissima: non ci sono salti temporali oltre la giornata all’interno di ogni storia (dei 3 sketches quindi). Si può fare eccezione per prologo ed epilogo (il commento può arrivare anche giorni dopo) ma la nostra storia nasce e si esaurisce nell’arco di 24 ore. Questo perché non avendo esterni ed avendo un’unica location non è sempre facile dare la sensazione del passaggio del tempo senza essere didascalici o senza cambiare i costumi agli attori. Non ci sono nemmeno salti temporali all’interno di ogni singolo sketch ma solo tra uno e quello successivo.

La chiarezza della narrazione non deve mai essere sacrificata per una gag o una battuta. La comicità è sempre di situazione e legata al tema, mai fine a se stessa. La cosa più importante è la storia che stiamo raccontando. In questo senso ogni sketch (e prologo ed epilogo se fanno parte della storia) servono a passare un’informazione che porta avanti la drammaturgia. Alla fine di ogni atto c’è un gancio con quello che accadrà successivamente, possibilmente questo hook deve essere raccontato in battuta o facendo ridere.

Le storie devono essere generalmente brevi, non superare i 5 minuti così come le battute devo essere veloci e ritmate. Inoltre bisogna tenere sempre presente la presenza della camera fissa per cui il personaggio deve compiere un’azione facilmente riconoscibile senza l’utilizzo di dettagli o stacchi. Considerata poi l’ampiezza della ripresa, non è consigliato scrivere scene con un alto numero di attori in scena.

Le storie sono auto-conclusive e hanno sempre uno sviluppo verticale, mai orizzontale. È sconsigliato citare o fare riferimento a fatti strettamente legati all’attualità ma solo a eventi ormai consolidati. Entrambi questi accorgimenti facilitano la messa in onda e l’eventuale replica del prodotto senza dover stare attenti a cambiamenti di situazione storica, politica, sociale o alla messa in fila degli episodi.

Pur magari avendo costruito personaggi variegati e facilmente inclini al conflitto, il rischio di soffocare la narrazione con storie noiose, prevedibili o ripetitive è dietro l’angolo. La location unica di certo non aiuta. Un consiglio è quello di raccontare micro-storie che abbiano però una valenza simbolica più ampia e condivisibile. A volte si pensa di avere un ottimo spunto di partenza ma quando si va a sviluppare ci si accorge che è difficile arrivare al ribaltamento o che se ci si arriva non sappiamo cosa scrivere nel secondo atto senza che questo sembri solo una chiacchiera riempitiva. In quel caso probabilmente abbiamo un ottimo prologo ed epilogo circolare, ma non una storia. un consiglio è di cominciare dalla fine, dal ribaltamento e da li costruire quello che è avvenuto prima (ma questo lo saprete già perché è lo stesso consiglio datovi da sempre dal buon vecchio David Lynch). Se proprio non ci vengono più storie con i nostri personaggi è consentito portare conflitti da fuori, facendo intervenire personaggi dal mondo esterno in grado di destabilizzare o di creare dei problemi ai personaggi del nostro mondo. È cosa buona e giusta avere una finestra sul mondo: un vero proprio infisso, una radio, una tv o anche solo un telefono che porti informazioni dall’esterno. Infine è utilissimo avere sulla scena un disimpegno da usare come quinta dove rifugiarsi, nascondersi, confabulare, uscire di scena nel caso un cui la narrazione lo richiedesse.

Come ho detto prima camera fissa a ambiente unico non sono più regole ferree di questo tipo di narrazione che si sta evolvendo e che probabilmente, con il tempo manterrà solo la brevità dei singoli episodi.

Infine vi lascio con una lezione imparata durante la mia primissima esperienza di cui il mio regista e capo-autore era fiero portabandiera: la scelta di un punto di vista. Ogni storia è di un personaggio. Se si capisce di chi è e si riesce a narrare questa storia secondo il punto di vista di quel personaggio l’effetto sarà coerente e compatto, oltre che filologicamente corretto; la narrazione ne gioverà parecchio e il pubblico (anche se forse non realizzerà mai che è questo il vero motivo) si sentirà assolutamente immerso nelle disavventure del nostro protagonista!

Direi che è davvero tutto quello che so o che al momento mi viene in mente sulle sketches comedies. Approfitto per ringraziare chi in questi anni (non senza fatica) mi ha insegnato tutto ciò: Christophe, Lorenzo, Domenico, Carlo, Andrea e Piero.

A voi tutti che vorrete cimentarvi con questo mezzo espressivo: in bocca al lupo.

Davide Aicardi

Albenga, mercoledì 14 marzo 2007


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