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CROMANTICA
   racconto di Gianfranco Manfredi apparso su Corto Maltese n.7, luglio 1985
Illustrazioni di Josè Muñoz
 


Alla vigilia dell'inaugurazione di una mostra dedicata alla pittura del Settecento italiano, sei quadri completamente neri appaiono misteriosamente su una parete dell'esposizione. Nel corso di una complessa expertise, si scopre che lo strato nero nasconde sei opere bizzarre risalenti al XVII e al XVIII secolo. Ma il particolare più sconcertante è che la sostanza dei dipinti sfugge a qualsiasi indagine scientifica. Tele e colori rivelano una incredibile capacità di resistenza al fuoco e agli agenti naturali. La loro leggenda, attestata da antichi documenti, racconta che essi sono passati indenni da numerosi tentativi di distruzione nel corso dei secoli. Il passato riemerge attraverso racconti fiabeschi, epistolari libertini, memorie e diari, in un corteo di maschere inquietanti: nobili demoniaci, artisti maledetti, alchimisti e cortigiane. Gli stessi protagonisti contemporanei, e cioè l'art-detective Massimo Gluck, il critico Dario Balmas, una gallerista d'assalto e una giovane studiosa di miti, esperti e trafficanti d'arte, sono travolti dal vortice delle immagini e dei conflitti risvegliati dai dipinti. Come se quel passato avventuroso ed enigmatico volesse compiersi con loro. Questa è la trama, o meglio lo spunto iniziale, del mio romanzo "Cromantica", appena pubblicato da Feltrinelli. Ma è anche la vera "storia" del romanzo? Non lo so. La genesi di questo romanzo infatti è stata altrettanto romanzesca del suo esito, e mentre nella finzione di "Cromantica" tutto trova modo di spiegarsi, della realtà che ha preceduto e accompagnato la scrittura molto mi resta ancora oscuro. Ed è questa seconda storia, l'avventura dell'avventura, che cercherò ora di raccontare senza presumere di poterla risolvere.
Ricordo la fatica dell'inizio. Di nuovo alle prese, dopo "Magia rossa", con una vicenda carica di allusioni a me stesso poco trasparenti, mi sentivo stranamente frenato ogni qual volta cercavo di comporre in un insieme unitario i singoli elementi della narrazione. Provavo una costante sensazione di disagio a definire un percorso chiaro, a incastrare in un "plot" delle sparse suggestioni che parevano non sopportarlo. Il vecchio problema di imporre una legge, una geometria a delle intuizioni fantastiche e a prima vista scollegate mi costringeva a ricominciare sempre da capo, alla ricerca forse di un inizio risolutore, una di quelle scene forti che già racchiudono in sé lo sviluppo della storia. Eppure continuavo a studiare e ad accumulare elementi con la strana persuasione che essi avrebbero trovato da soli il modo di connettersi, o per essere più esatto, che la connessione c'era già, si trattava solo di scoprirla.
Mi accade dunque che nel novembre 1983 una immagine mentale torni costantemente ad agitarmi i pensieri: vedo una pianura sabbiosa, sterminata, con delle montagne all'orizzonte, lievemente ondeggianti al calore dell'atmosfera. Altre volte la pianura è un acquitrino paludoso, dalle acque immobili, dense, fangose eppure chiare e lucenti. Poi dalla pianura o dall'acqua emerge un pinnacolo d'un nero luminescente, un nero che pare inghiottire la luce, contenerla piuttosto che rifletterla. Continua a salire, aumenta di dimensioni, si allarga, finché mi è chiaro, ma mi è "sempre" stato chiaro, che si tratta di una gigantesca cattedrale gotica. Sulla superficie di quell'enorme guglia nera si arrampicano figure mostruose, aggrovigliate, creature umane e bestiali insieme, determinate a scavalcarsi in un furibondo, insensato assalto al cielo. Anch'esse sono nere, di pietra, sono la materia stessa della cattedrale. E la guglia continua ad affiorare alla luce e sembra non avere mai fine, non giunge mai alla porta, quella porta immensa che pure, lo so, "deve" esserci.
Il sovrapporsi delle figure mi richiama un'altra immagine. Urge, ma ancora non si mostra. Finché un giorno, rovistando in un vecchio mucchio di riviste, la trovo. Si tratta di un servizio fotografico di "Storia illustrata" (1964) intitolato: "Sui passi di Guerin Meschino". E' un reportage sul mitico viaggio del cavaliere, da Norcia ai Monti Sibillini. Immagini di antiche taverne e poi montagne, strapiombi, grotte popolate di serpi, una miniatura del Museo Condé di Chantilly sul mitico regno sotterraneo della Sibilla, infine una splendida fotografia del fantastico Lago di Pilato, ai piedi del Monte Vettore, che la leggenda vuole abitato da pesci mostruosi. Sono due pozze d'acqua vicine, a 1940 metri d'altezza, due orbite azzurre, occhiali rilucenti su un fondo di ghiaia finissima, bianca.
Così la seconda immagine mentale si fa strada: vedo l'acqua animarsi di strani ectoplasmi, come se il lago liberasse tutti i riflessi che ne hanno segnato la storia e tutti insieme, senza ordine prestabilito, dissolventi, gli uni sugli altri, puro segreto di luci e di forme... uccelli primordiali, scene di guerre e di amori, corpi, ombre di barche, nuvole, passaggi di comete, immagini di immagini. Ed ecco una figura bianca correre tra le altre fino al centro del lago e qui sollevarsi dalla superficie, uscirne ritta, lucente, lattea apparizione presto inghiottita dall'ombra che scende dalle montagne finché il vortice dei riflessi si cheta, si inabissa, torna alle grotte, tra le bisce d'acqua e i misteriosi abitatori del fondo.
Le figure sul lago azzurro e quelle sulla cattedrale nera, così diverse, anzi opposte, si alternavano spesso nella mia immaginazione mentre cominciavo a pensare al romanzo. Non so perché, mi sentivo sospinto verso una storia di immagini, anzi di dipinti, di quadri antichi, un tema classicamente gotico. Pensavo a uno strano ritrovamento di quadri completamente neri, sotto la cui superficie uno studioso rinveniva ignoti capolavori. Mi chiedevo a quale autore avrei potuto attribuirli e mi venne in mente Lucas Cranach. Sono protestante, la pittura di Cranach mi ha sempre affascinato, in particolare la sottile vibrazione demoniaca delle sue Veneri. Forse il mio studioso avrebbe potuto rinvenire delle Veneri sconosciute, come un emergere di Passioni sul nero della tela, vibrazioni di inquietudine.
Pensai che avrebbero potuto essere dei ritratti di persone reali, forse le leggendarie mogli di Giovanni di Leyda, un capo anabattista, celebre per avere cercato di instaurare il Regno di Dio a Münster. La città era stata a lungo assediata e ridotta alla fame, il suo comunismo primitivo era diventato violenza pura. Catturato, torturato e ucciso, Giovanni di Leyda era stato appeso in una gabbia fuori dalle mura della città. Le sue ossa erano rimaste esposte lassù fino al 1915!
Più studiavo, più mi rendevo conto che era improponibile collocare, sia pure in circostanze romanzesche, Lucas Cranach a Münster: egli era all'epoca ricco e celebrato, il più ufficiale dei pittori luterani. Nessuna inclinazione perversa l'avrebbe potuto spingere nella città assediata: il potere, la fama, il denaro, la sicurezza personale hanno un fascino molto più diabolico di qualsiasi curiosità morbosa per il delirio sovversivo e sofferente.
Ma continuavo a pensare ai quadri. Vedevo il mio studioso che in preda all'ossessione cercava di bruciarli. Forse era un mio tentativo di eliminare un'idea che mi aveva portato in un vicolo cieco, volevo anch'io sbarazzarmi di quei dipinti. Ma i quadri non bruciavano. Si incendiava la stanza, bruciava lo studioso, i dipinti invece si rivelavano inattaccabili.
Una notte r ividi la cattedrale, ma stavolta non emergeva più dalla terra e dall'acqua: era una incredibile costruzione all'interno di una grotta, dentro il ventre di una montagna, luogo di culto sotterraneo e segreto.
Ricordai le sagome azzurre tremolanti sul fondo della pianura, poi il lago occhieggiante ad alta quota... le visioni mi trascinavano lassù, tra i monti.
Intanto ammucchiavo decine di libri, spesso raccattati da qualche bancarella sperduta, volumi e volumi di leggende popolari, storie di magia e di luoghi diabolici. Studiai la figura di Satana in Europa e in Italia in particolare, trovandomi coinvolto in una ricerca che non pensavo affatto di intraprendere perché ho sempre considerato il diavolo come una figura improbabile, triste e misera. Ripercorrendo la storia delle streghe in Valtellina, finii per perdermi di nuovo tra le montagne, su una vecchia cartina del Contado di Bormio. Lassù, a 1949 metri, c'erano due laghi gemelli, più grandi e collocati su livelli differenti eppure strutturalmente simili a quelli del Monte Vettore. Stessa altezza sul mare, stessa struttura "a occhiali", simili leggende di magie, di riflessi animati e creature mostruose. Era qui, al Lago di San Giacomo e a quello di Caricano, che mi avevano portato le visioni?
Tra le tante storie di maghi e stregoni che avevo esplorato, una in particolare mi aveva attratto, quella del Conte Diavolo, cioè Galeano Lechi, affascinante figura di libertino e di rivoluzionario della fine '700, capo di una delle poche congregazioni italiane in qualche modo simili a quelle inglesi nate intorno alla figura e alla leggenda cinquecentesca dello stregone Thom Reid. E per una strana coincidenza della Storia, il Conte era contemporaneo di un altro Thomas Reid, il filosofo anti-berkeleyano. Il Conte Lechi, attivo in quel di Bormio, è infatti morto nel 1797, Thomas Reid nel 1796. Immaginai che i quadri malefici avrebbero potuto essere della collezione del Conte e mi misi alla caccia di pittori locali che avessero potuto far parte della sua cerchia. Così mi imbattei in Giuseppe Vincenzo Besta di Teglio, pittore dilettante e studioso di storia valtellinese, autore di certe "Memorie" tuttora in massima parte inedite che, a quanto se ne sa, raccontano momenti della storia di Galeano Lechi. All'epoca dell'uccisione del Conte, Giuseppe Vincenzo aveva 45 anni.
Altri lavori, dovuti alla necessità di sopravvivenza economica, mi distrassero dalle ricerche per un mese, ma le visioni non cessavano di svilupparsi. Ero a Roma quando mi sembrò d'aver finalmente afferrato un Inizio. Vedevo anche una chiesa gotica, ma piccola, quasi in rovina, e ora la vedevo dall'interno. Era in atto una cerimonia religiosa irregolare. Forse un gruppo dedito alla magia nera in una chiesa sconsacrata? Delle ombre passavan sulle vetrate, rumori confusi da fuori, i fedeli li scambiavano per segni di presenze ultraterrene. Poi si scoprivano rinchiusi nel luogo di culto, senza via d'uscita. E quelle presenze, là fuori, avevano appiccato il fuoco alla chiesa.
Tornato a Milano mi parve di nuovo che questo Inizio non andasse bene: troppo truculento, difficilmente collocabile in un luogo definito, troppo lontano dal nucleo narrativo che doveva riguardare l'indagine sui dipinti. Eppure quell'immagine aveva una sua forza, facevo fatica ad abbandonarla. Me ne andai in Valtellina a far riposare il cervello e riposai troppo, dormii quasi ininterrottamente per l'intero week-end senza nessuna voglia di inerpicarmi per monti e per valli alla ricerca di improbabili misteri. Rientrato a Milano, nel pieno di luglio, mi infilai alla biblioteca Sormani per riprendere la ricerca su Giuseppe Vincenzo Besta. Così trovai un opuscoletto edito privatamente a Piacenza nel 1963, sotto la collocazione N VAR 18752. L'autore era un lontano discendente del pittore dilettante: per inseguire natali illustri si era imbarcato in un'appassionata ricerca sui suoi antenati.L'esperienza di rinvenire in resoconti storici quanto ho solo immaginato non è nuova per me. Capita a molti ricercatori e narratori che seguono un filo storico e/o analogico, di dedurre anticipatamente avvenimenti in fondo impliciti nella dinamica dei fatti e nella psicologia dei personaggi sui quali indagano. Ma in questo caso si trattava di qualcosa di più: Luigi Besta, il discendente di Giuseppe Vincenzo, narrava infatti di quadri misteriosamente trafugati durante l'ultima guerra, quadri di famiglia cui erano legati aneddoti facili da deridere nei loro contorni magici, col senno del poi e con l'ottimismo realista degli anni '60. Eppure la storia conservava un suo fascino bizzarro.
Uno di questi quadri, scomparso dopo le razzie naziste di opere d'arte, rappresentava Antonio Besta, un antenato ucciso nel 1620 nel corso del cosiddetto "Sacro Macello". La leggenda intorno a questo quadro dice che "dove il ritratto veniva collocato, succedeva un incendio, ma il quadro non bruciava mai". E ci sono anche altri quadri, non trafugati dai nazisti, che l'autore dell'opuscolo dice d'aver visto personalmente negli anni '60 e poi a loro volta misteriosamente scomparsi. Ecco cosa ne scrive: "Si trattava di tre, quattro tele, ancora montate sul loro telaio in legno, però smontate dalle loro cornici che, a loro volta, non erano affatto bruciate, ma solo scomposte nei loro elementi. Quanto alle tele, non erano affatto bruciate, tranne una, in un angolo, per la larghezza di una mano aperta. Queste tele erano (o sono, se esistono ancora, come spero) coperte da un colore grigiocenere opaco, senza che si potesse osservare, neppure minimamente, almeno un'ombra del dipinto. Ora, se si considera che le tele non erano bruciate o carbonizzate, e che non c'è nulla di più combustibile di una tela con colori ad olio essiccati da secoli, è più che certo che se la totale cancellazione dei dipinti fosse stata causata dall'enorme calore di un fuoco vicino, le tele sarebbero anche bruciate carbonizzando completamente. Non essendo questo avvenuto, non poté neppure verificarsi la totale scomparsa di "ogni traccia del dipinto dei quadri". Se ne deduce che i veri quadri furono rubati e al loro posto vennero lasciate comuni tele, imbrattate di un colore ad olio uniforme grigio-piombo o cenere, con pezzi staccati di cornici di legno, il tutto fornito ai ladri da persone interessate al furto, e sia pur limitatamente competenti" (p. 33). Insomma, Luigi Besta cerca di spiegare l'assurdità di questi quadri che avrebbero dovuto bruciare con la stanza e che invece erano rimasti indenni, con un'autentica ricostruzione da "giallo". Secondo lui, nel 1944 alcuni esperti d'arte nazisti suggerirono il furto dei quadri, per dissimulare il quale subito dopo fecero incendiare il palazzo. I quadri scomparsi sarebbero stati trafugati (come il ritratto di Antonio Besta). I quadri rimasti sarebbero invece vecchie croste imbrattate appese "dopo" l'incendio (e quindi indenni) per mascherare la sparizione dei dipinti autentici. Quindi un doppio mascheramento, difficilmente spiegabile: per quale motivo i nazisti avrebbero dovuto occultare il furto? E perché avrebbero rimosso dei quadri sostituendone poi solo alcuni e per di più in una stanza bruciata? La spiegazione "logica" di Luigi Besta non mi piacque affatto . Ma gli appassionanti riscontri con le mie idee in libertà non finivano qui.
Chi era infatti Antonio Besta e cos'era stato il "Sacro Macello"? Del primo si narra fosse una specie di mago, un uomo con la barbetta a punta, ucciso con altre 71 persone (tra le quali otto donne e tre bambini) nel corso della sollevazione dei cattolici valtellinesi contro i protestanti. Mentre questi ultimi erano raccolti in Teglio per il culto, i cattolici invasero la chiesa e li massacrarono, bruciando
vivi molti di loro che avevano trovato rifugio nel campanile.
Anche l'immagine dei fedeli "irregolari" morti nel rogo della loro chiesa era dunque "un fatto storico".
Nel mese di agosto mi chiusi nella biblioteca della Valchiavenna per leggere con calma le "Dissertazioni" dell'Abate Quadrio (sul Sacro Macello) e per cercare maggiori notizie sulla vita del Conte Galeano Lechi. Sul personaggio si è scritto pochissimo: anzitutto un romanzo storico di Robustelli (nel secolo scorso) denso di documenti e particolari cronachistici, ma tutto preso dalla foga di svilire la figura del Conte e di giustificare i suoi carnefici. Per il resto trovai tre o quattro minuscoli articoli dispersi in riviste specializzate e giornali locali, e uno studio di una quarantina di pagine sul ruolo politico di Lechi nella Rivoluzione Valtellinese. Questa nuova testimonianza della pochezza della nostra storiografia, paradossalmente mi confortò perché cominciavo a preoccuparmi che i troppi riscontri storici emergenti finissero per travolgere ogni proposito fantastico.Ripresi in mano la cartina della zona di Bormio per illuminarmi sugli spostamenti del Conte. I luoghi fondamentali della sua storia erano molto vicini ai laghi gemelli. L'ingresso alla valle dei Laghi è segnato dalle Torri di Fraele, leggendarie sedi di raduni di streghe. Dall'altro lato del Monte delle Scale, vicino agli antichi Bagni, c'è il Sasso del Rogo dove molte donne accusate di stregoneria furono giustiziate. E più su tra i monti, quasi al confine con la Svizzera, ecco che, con grande sorpresa, scoprii Münster. Nessun rapporto ovviamente con la Münster di Giovanni di Leyda: Münster è il nome retico di monastero e indica il luogo dove sorge un convento che ospitò uno dei seguaci del Conte Diavolo, convertitosi in extremis sotto la minaccia dei fucili.
Qualcosa mi aveva gradatamente trascinato di immagine in immagine, di simbolo in simbolo, verso una zona stregata (la Valtellina), una storia leggendaria (i quadri Besta) e una presenza inquieta (il Conte Lechi). Seguendo la tangenzialità delle mie visioni ai fatti, alle idee e ai sogni frutto della Storia, sentivo di essermi avvicinato al centro del "fantastico".
Il resto è stato ricerca di linguaggi e di moduli narrativi, ma anche qui spesso i personaggi hanno condotto il gioco a modo loro: di alcuni che avevo scelto di uccidere ho dovuto accettare l'ostinata volontà di sopravvivenza, di altri che avrei voluto raccontare ho dovuto rispettare il desiderio di non apparire affatto. Sono stato condotto dal fluire stesso del racconto a chiusure ed aperture non programmate, piegandomi a quella indefinibile matematica musicale che fa sue parole e storie. Mi sono unito alla processione dei fantasmi, in uno scatenato carnevale macabro e giocoso, attraverso antichi e nuovi paesaggi di ruderi italiani. Ora il romanzo è compiuto, le visioni cessate. Tutto è risolto.
Ma so che in qualche luogo lontano e segreto, trafugati o meno dai nazisti, i quadri neri, quelli autentici, continuano ad esistere, forse in attesa di apparire un giorno sulle pareti di una mostra, enigmatici e imprevisti, così come sono apparsi sulle pagine di "Cromantica".
Gianfranco Manfredi
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