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georgecuster.com
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Chiunque
voglia assumersi il compito di raccontare la vita e le imprese del generale
Custer, si trova a doversi confrontare con due stereotipi opposti: quello
codificato da Errol Flynn delleroe avventuroso
e romantico, tanto guascone quanto animato da alti ideali e pronto al sacrificio
di sé, e quello immortalato da Arthur Penn nel suo film Il piccolo
grande uomo, del guerrafondaio psicopatico, aguzzino dei propri soldati
e massacratore di pellerossa. Queste opposte immagini cinematografiche sono
tuttaltro che abusive, perché si fondano entrambe su una lunga
tradizione. Gli stessi contemporanei di George Armstrong Custer lo vedevano
così: un eroe della Guerra di Secessione divenuto alfiere della civilizzazione,
in perenne polemica con lopportunismo dei vertici militari nonché
avversario dei corrotti politici di Washington in qualità di esponente
di punta del nascente Partito democratico, oppure un pericoloso fanatico
sprovvisto del minimo scrupolo morale, travolto dallambizione e dalla
vanità. Michael Blake, già autore del fortunato Balla coi
lupi, si imbarca nella difficile impresa di raccontarci un Custer
secondo Custer, e il suo romanzo diventa così un lungo memoriale
in prima persona scritto a colmare le notti insonni che dividono leroe
dalla fatale battaglia del Little Big Horn. Ne viene fuori un ritratto sicuramente
inedito che non si adagia sugli stereotipi e propone una nuova interpretazione
del personaggio. Sto scrivendo con nessun altro scopo che quello di
scaricarmi di tutto ciò che mi frulla nella mente. Scrivo per essere
libero. Ciò che sto scrivendo è una confessione, lespressione
di una filosofia di vita oppure un semplice passatempo? Custer non
sa dirlo. Ora come non mai capisco chiaramente che non controllo praticamente
nulla. Come qualunque altro essere umano non sono altro che un attore, che
risponde a questo o quello stimolo (...) tutto ciò che ho cercato
nellesistenza mortale non è stato altro che vivere momento
per momento. Poi, alla vigilia dello scontro finale, una riflessione
più privata e conclusiva : Sono forse un eterno ragazzo? Ho
sempre amato esserlo. E in effetti, nel ripercorrere in modo ordinatamente
(e pedissequamente) cronologico la tappe della propria biografia così
ci si rivela il Custer tutto al positivo di Blake: un candido uomo dazione
che non si cura troppo di venir usato politicamente, e un attore popolare
che recita la sua parte da professionista, un infatuato della bellezza del
paesaggio e della vita allaria aperta, vero Paradiso dei Guerrieri
in terra, un marito devoto e innamorato, un amante delicato e comprensivo
persino quando unindiana gli attacca lo scolo, un inflessibile uomo
di disciplina e un burlone che si scompiscia per puerili scherzi da caserma.
In questo modo, Blake ci dipinge Custer come il vero archetipo dellinfantilismo
americano. Sicuramente vicino allimmagine di Errol Flynn, questo ritratto
però immiserisce antieroicamente la figura di Custer, in una sconfortante
sequenza di superficialità e di corte vedute. La sua sconfitta è
la Fine dellInnocenza e insieme il trionfo dellidea del bambino
combattente che non misura la sua capacità sui risultati, ma
sulla soddisfazione egotica che ne ricava. Resta il fatto che questo bambinone
ha, tra le altre cose, sterminato una pacifica tribù di Cheyenne,
donne e bambini inclusi, e persino i cavalli. E le autogiusticazioni che
a proposito di questo e altri episodi Custer-Blake accampa, sono così
patetiche che neppure il vero Custer le avrebbe sottoscritte, come si desume
dalla sua autentica autobiografia: La mia vita nelle pianure. Anche sotto
il profilo stilistico le memorie del Custer-Custer sono più vivaci
e contrastate di quelle del Custer-Blake. A che scopo, si può chiedere,
un remake? Forse si suppone che il lettore di oggi sia impreparato a un
testo ottocentesco e che dunque loriginale vada semplificato
e insieme ricolorato? Se è così, è un vero
guaio, perché con la polvere e la sporcizia del tempo se ne vanno,
purtroppo, anche la problematicità, le oscurità, le contraddizioni,
in una parola : quel mistero di Custer che è lautentico
fondamento della sua leggenda e del perdurante interrogarsi degli storici
sulla sua figura. Il racconto che Custer fa di sé e della sua vita,
ripulito per benino da Blake, è così monocorde da risultare
tedioso. La libertà di invenzione e di immaginazione del romanziere
si tarpa le ali, il narrare diventa la mera esecuzione di un programma preordinato:
ogni episodio, avventuroso o sentimentale, pare messo lì a conferma
di un teorema. Ora, è vero che questo teorema ha un aggancio con
la psicologia di Custer che in una lettera alla moglie confessa di sentirsi
ancora un ragazzo e un adolescente, soprattutto
in compagnia dei figli, ma è anche vero, tanto per fare un esempio,
che il Custer goliardico non era esattamente quello propostoci da Blake,
cioè uno spiritosone che piazza frattaglie di pollo sotto il cuscino
del fratello. Gli scherzi nellesercito, erano rituali decisamente
più pesanti. La stessa moglie di Custer racconta inorridita che quando
una recluta abbatteva il suo primo cervo durante una spedizione di caccia,
i nonni la cospargevano da capo a piedi (per divertimento e
come battesimo guerriero) con il sangue dellanimale. Di questi ed
altri aneddoti molto poco politically correct, Blake prudentemente tace.
Via il sangue e dentro il sentimento, questa è la ricetta. E così
alla fine la domanda che il lettore si pone è la seguente: chi è
il vero bambinone, Custer o il suo alter-ego Blake?
Gianfranco
Manfredi
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