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Custer e il bambinone
Biografia romanzata del generale
recensione di La danza dell'Ultimo Bisonte di Michael Blake (Sperling & Kupfer)
apparsa su Diario della settimana, Numero 6, Febbraio 2000

georgecuster.com

Chiunque voglia assumersi il compito di raccontare la vita e le imprese del generale Custer, si trova a doversi confrontare con due stereotipi opposti: quello codificato da Errol Flynn dell’eroe avventuroso e romantico, tanto guascone quanto animato da alti ideali e pronto al sacrificio di sé, e quello immortalato da Arthur Penn nel suo film Il piccolo grande uomo, del guerrafondaio psicopatico, aguzzino dei propri soldati e massacratore di pellerossa. Queste opposte immagini cinematografiche sono tutt’altro che abusive, perché si fondano entrambe su una lunga tradizione. Gli stessi contemporanei di George Armstrong Custer lo vedevano così: un eroe della Guerra di Secessione divenuto alfiere della civilizzazione, in perenne polemica con l’opportunismo dei vertici militari nonché avversario dei corrotti politici di Washington in qualità di esponente di punta del nascente Partito democratico, oppure un pericoloso fanatico sprovvisto del minimo scrupolo morale, travolto dall’ambizione e dalla vanità. Michael Blake, già autore del fortunato Balla coi lupi, si imbarca nella difficile impresa di raccontarci un “Custer secondo Custer”, e il suo romanzo diventa così un lungo memoriale in prima persona scritto a colmare le notti insonni che dividono l’eroe dalla fatale battaglia del Little Big Horn. Ne viene fuori un ritratto sicuramente inedito che non si adagia sugli stereotipi e propone una nuova interpretazione del personaggio. “Sto scrivendo con nessun altro scopo che quello di scaricarmi di tutto ciò che mi frulla nella mente. Scrivo per essere libero. Ciò che sto scrivendo è una confessione, l’espressione di una filosofia di vita oppure un semplice passatempo?” Custer non sa dirlo. “Ora come non mai capisco chiaramente che non controllo praticamente nulla. Come qualunque altro essere umano non sono altro che un attore, che risponde a questo o quello stimolo (...) tutto ciò che ho cercato nell’esistenza mortale non è stato altro che vivere momento per momento.” Poi, alla vigilia dello scontro finale, una riflessione più privata e conclusiva : “Sono forse un eterno ragazzo? Ho sempre amato esserlo.” E in effetti, nel ripercorrere in modo ordinatamente (e pedissequamente) cronologico la tappe della propria biografia così ci si rivela il Custer tutto al positivo di Blake: un candido uomo d’azione che non si cura troppo di venir usato politicamente, e un attore popolare che recita la sua parte da professionista, un infatuato della bellezza del paesaggio e della vita all’aria aperta, vero Paradiso dei Guerrieri in terra, un marito devoto e innamorato, un amante delicato e comprensivo persino quando un’indiana gli attacca lo scolo, un inflessibile uomo di disciplina e un burlone che si scompiscia per puerili scherzi da caserma. In questo modo, Blake ci dipinge Custer come il vero archetipo dell’infantilismo americano. Sicuramente vicino all’immagine di Errol Flynn, questo ritratto però immiserisce antieroicamente la figura di Custer, in una sconfortante sequenza di superficialità e di corte vedute. La sua sconfitta è la Fine dell’Innocenza e insieme il trionfo dell’idea del “bambino combattente” che non misura la sua capacità sui risultati, ma sulla soddisfazione egotica che ne ricava. Resta il fatto che questo bambinone ha, tra le altre cose, sterminato una pacifica tribù di Cheyenne, donne e bambini inclusi, e persino i cavalli. E le autogiusticazioni che a proposito di questo e altri episodi Custer-Blake accampa, sono così patetiche che neppure il vero Custer le avrebbe sottoscritte, come si desume dalla sua autentica autobiografia: La mia vita nelle pianure. Anche sotto il profilo stilistico le memorie del Custer-Custer sono più vivaci e contrastate di quelle del Custer-Blake. A che scopo, si può chiedere, un remake? Forse si suppone che il lettore di oggi sia impreparato a un testo ottocentesco e che dunque l’originale vada “semplificato” e insieme “ricolorato”? Se è così, è un vero guaio, perché con la polvere e la sporcizia del tempo se ne vanno, purtroppo, anche la problematicità, le oscurità, le contraddizioni, in una parola : quel “mistero” di Custer che è l’autentico fondamento della sua leggenda e del perdurante interrogarsi degli storici sulla sua figura. Il racconto che Custer fa di sé e della sua vita, ripulito per benino da Blake, è così monocorde da risultare tedioso. La libertà di invenzione e di immaginazione del romanziere si tarpa le ali, il narrare diventa la mera esecuzione di un programma preordinato: ogni episodio, avventuroso o sentimentale, pare messo lì a conferma di un teorema. Ora, è vero che questo teorema ha un aggancio con la psicologia di Custer che in una lettera alla moglie confessa di sentirsi ancora “un ragazzo” e un “adolescente”, soprattutto in compagnia dei figli, ma è anche vero, tanto per fare un esempio, che il Custer goliardico non era esattamente quello propostoci da Blake, cioè uno spiritosone che piazza frattaglie di pollo sotto il cuscino del fratello. Gli scherzi nell’esercito, erano rituali decisamente più pesanti. La stessa moglie di Custer racconta inorridita che quando una recluta abbatteva il suo primo cervo durante una spedizione di caccia, i “nonni” la cospargevano da capo a piedi (per divertimento e come battesimo guerriero) con il sangue dell’animale. Di questi ed altri aneddoti molto poco politically correct, Blake prudentemente tace. Via il sangue e dentro il sentimento, questa è la ricetta. E così alla fine la domanda che il lettore si pone è la seguente: chi è il vero bambinone, Custer o il suo alter-ego Blake?

Gianfranco Manfredi
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