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IL
SEGRETO DI DORIAN GRAY
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poco più di un secolo dalla pubblicazione, avvenuta nel 1891, Il
ritratto di Dorian Gray continua a catturare l'interesse del pubblico
(...) e se la vasta risonanza di cent'anni fa poteva trovare spiegazione
nella morbosa curiosità dei contemporanei di Wilde, convinti che
questi svelasse gli abissi della sua vita maledetta raccontando quella di
Dorian, altro dev'essere oggi il segreto dell'eterna giovinezza del romanzo.
Forse è solo una questione di titolo, tra i più musicali e
accattivanti della letteratura di tutti i tempi. O forse è il bisogno
di esorcizzare, con l'aiuto di una parabola esemplare, la tentazione di
trasgredire e, insieme, la paura di invecchiare." Questa che ho citato
è la bizzarra quarta di copertina di una nuova traduzione
del Ritratto di Donan Gray nella collana Acquarelli della casa editrice
Demetra (collana eccellente, per quanto funestata da orride copertine).
Ho trovato subito bizzarro questo testo anzitutto perché sembra a
prima vista del tutto antipromozionale, soprattutto se si considera che
è stato scritto per un capolavoro assoluto. Infatti il curatore pare
chiedersi: chissà perché un romanzo così ha avuto successo?
E passa ad elencare di seguito delle risposte davvero mirabili: la curiosità
morbosa per il personaggio Wilde, la musicalità del titolo, il tema
(trasgredire vs. invecchiare). Tutte e tre queste risposte sono caratteristiche
della mentalità dell'editore medio contemporaneo, secondo la quale
le ragioni per cui un romanzo diventa un grande best-seller risiedono appunto
in questi tre capisaldi: un autore-personaggio molto conosciuto e preferibilmente
"esposto", un titolo "musicale" e un contenuto à
la mode e politicamente corretto. Peccato che ciascuno di questi assunti
sia in parte o del tutto smentito dallo stesso Wilde in testa al romanzo:- riguardo all'autore-personaggio: "rivelare l'arte e nascondere l'artista è lo scopo dell'arte"; - riguardo alla musicalità letteraria: "Dal punto di vista formale, l'arte per eccellenza è l'arte del musicista. Dal punto di vista del sentimento, il modello è l'arte dell'attore" (come si vede non si cita né la letteratura, né la pittura, che sembrano quasi alluse come propaggini della musica e della finzione dell'attore) - riguardo al contenuto da parabola: "Nessun artista ha intenti morali. L'intento morale nell'artista è un imperdonabile manierismo di stile". Ora: non voglio occuparmi del contenuto stranoto del romanzo, quanto della sua indubbia esemplarità "moderna". Un esempio anche per gli scrittori di gialli e per i letterati che usano di passaggio temi gialli. Le due mefitiche e opposte scuole sono note: da un lato chi tiene fede al giallo "puro" magari aggiornato in noir o thriller, ma sempre rigorosamente e puntigliosamente legato alle leggi del genere a rischio della noia; dall'altro chi usa disinvoltamente qualche tratto desunto dal genere (un'inchiesta di polizia, un cadavere, un evento misterioso) con l'intento di fornire un tirante per una trama stracca o nella speranza di destare l'interesse del mitico pubblico "popolare" e "giovanile". Non voglio naturalmente trascurare la via più nobile percorsa dagli scrittori provenienti da entrambe le file e che hanno saputo distinguersi per eccellenza: i giallisti che hanno saputo dare "spessore" al protagonista e/o background sociale alla storia, e i letterati che hanno preferito interrogarsi sul delitto, più che sul "giallo". Eppure Dorian Gray ancora oggi addita a tutti una strada diversa e a parer mio molto più appassionante. Più che nello stile e nel contenuto, è nella struttura compositiva rigorosa e insieme mutevole che Dorian Gray può fornire degli orientamenti. Dopo una prefazione filosofica di ficcanti quanto ambigui aforismi, Wilde esordisce con tre lunghi capitoli fitti di "conversazione brillante", tanto apparentemente sentenziosa e arguta, quanto insopportabilmente e volutamente fatua. Nonostante certi piccoli segnali premonitori sapientemente sparsi qua e là, pare al lettore di assistere a scene del Wilde più lieve (e spesso fastidioso) quello del Ventaglio di Lady Windermere. Improvvisamente, dal capitolo quattro, il romanzo svolta nel sentimentale, del tipo più appassionato, brevissimo e furente. Al capitolo sette ci troviamo già al primo colpo di scena drammatico che diventa rapidamente tragedia, e a conclusione del capitolo si profila l'orrore. Il tema "esterno" del diabolico ritratto che invecchia, si converte subito in ritratto psicologico del protagonista in preda all'ansia. Dal capitolo dieci affiora l'aspetto più propriamente "giallo" (l'inchiesta dalla polizia) ma subito dissolve. Wilde non solo non ci racconta nulla della vita dissoluta nel suo personaggio (considerandone solo gli effetti sugli altri), ma neppure insiste sulle sue paure, pare anzi sorprendentemente divagare (come il suo protagonista) sulle sottili morbosità del gusto, sulle manie più futili e folli dei popoli e dei grandi della Storia, e poi sulla magica "bellezza" frutto delle loro turpitudini. Sono pagine immerse nel simbolismo decadente del tempo, certo, eppure di una modernità sconcertante, nelle quali Wilde pare anticipare gli ossessivi elenchi di Georges Perec. Dal capitolo dodicesimo alla fine si riprende con vigore l'aspetto più propriamente giallo (nuovi delitti, il gioco del caso, la morte colpo-di-scena dell'antagonista giustiziere, l'agghiacciante disinvoltura del protagonista nel costringere gli amici a diventare suoi complici, la tecnica del nascondere le tracce dell'omicidio). E sale, nel percorso, anche il tono "gotico": le nebbie, i deliri, il sangue. Eppure anche in questo finale così teso e "in salita emotiva" Wilde trova il modo di infilare un capitolo (il diciassette) quasi teatrale nella sua freddezza: pressoché tutto dialoghi a botta e risposta, secchi e taglienti. Ecco di cosa è ancora modello Il ritratto di Dorian Gray: della infinita plasticità del materiale narrativo, della natura mutante della scrittura, del saper penetrare i generi andando più che oltre, attraverso, dalla commedia all'orrore. L'ingrediente "giallo" non vi è usato come piccola geometria di plot o riserva di colpi di scena ad effetto, ma con profonda attenzione alla sua assoluta necessità nella storia, alla sua collocazione dinamica nell'insieme, curata negli incastri e non evasiva rispetto ai dettagli obbligati, naturalmente tipici di quell'incrocio tra scientismo e fantasia occulta caratteristico dell'epoca (per la dissoluzione del cadavere è approntata "una grande cassa di mogano piena di prodotti chimici, una lunga serpentina d'acciaio e un rotolo di filo di platino e due pinze di ferro di forma insolita"). La conclusione del romanzo, rispetto a questo andamento della scrittura, è poca cosa: nulla che non fosse già stato espresso (e meglio) nel William Wilson di Poe e nel Jekyll di Stevenson. Il ricalco è evidente nel tema stesso (il doppio) che del resto può essere fatto risalire a molto prima di Poe e Stevenson, cioè al Narcisse di Jean Jacques Rousseau che riprendeva il mito di Narciso per narrarci di un uomo innamorato perdutamente del suo ritratto in vesti femminili, cioè un doppio molto più esplicitamente omosessuale del Dorian Gray di Wilde. Ma limitiamoci, nel confronto dei testi, al Wilson e a Jekyll. Scriveva Poe: "nella mia morte, per mezzo di questa immagine che è la tua propria, hai completamente assassinato te stesso". Quanto alla dinamica e al modo della scoperta del cadavere del protagonista, Stevenson ci racconta che Poole e Utterson abbattono la porta dello studio di Jekyll, dopodiché spiano all'interno e non vedono altro che un quieto studio: "vicino al camino tutto era pronto per il tè. Se non fosse stato per le vetrine piene di attrezzature chimiche si sarebbe detta la stanza più tranquilla e più normale di tutta Londra in quella notte". Senonché "proprio nel mezzo del pavimento giaceva il corpo di un uomo paurosamente contorto negli ultimi spasimi della morte.". Nel romanzo di Wilde, i domestici di Dorian Gray "dopo aver tentato invano di forzare la porta", passano dal balcone e appena entrati nello studio vedono, prima "uno splendido ritratto del loro padrone come l'avevano visto l'ultima volta, in tutto lo splendore della sua gioventù e squisita bellezza", e poi: "Sul pavimento giaceva un uomo, in abito da sera, con un coltello nel cuore. Era morto. Il viso era appassito, rugoso, ripugnante." Come si può vedere, il testo di Wilde rasenta il plagio. Qui sì, c'è forse una caduta di maniera, accentuata da un possibile equivoco di "contenuto morale" (per quanto inevitabile per non incorrere in nuove furie censorie). Ciò che resta, dunque, il vero segreto di Dorian Gray e della sua inquietante giovinezza, non è affatto il suo contenuto di parabola, ma la sottilissima arte con la quale vengono usati da Wilde gli strumenti della scrittura e le diverse "tonalità" fornite dai generi letterari. Gianfranco Manfredi
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