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ESERCIZI
MAGGIO 2005
AVVISO
Dopo la prima lezione sono arrivati parecchi esercizi. A tutti è stato
risposto individualmente. Qui pubblicheremo soltanto gli esercizi che
hanno avuto uno svolgimento più compiuto e la cui lettura può essere
utile a tutti. Pubblicare tutti gli esercizi ricevuti avrebbe reso confusa
la lettura. E’ normale che al principio alcuni esercizi siano fuori
tema o svolti troppo in fretta, però vi raccomando di mandare
i vostri scritti solo quando siete ragionevolmente certi che “funzionino”.
Prendetevi il tempo necessario, riscriveteli più volte senza accontentarvi
della prima idea, esplorate direzioni diverse e scegliete infine quella
che vi convince di più. Curate con scrupolo la forma e correggete
i refusi. Precisate bene la situazione. Non scrivete dialoghi indiretti
e vaghi, ma battute vere e proprie, non usate formule generiche del
tipo “che adesso sarebbe troppo lungo descrivere” o “eccetera”.
Insomma, non inviate semplici appunti, ma svolgimenti completi. A volte
vi chiederò delle revisioni, non solo per correggere i difetti
più evidenti, ma perché la revisione è parte integrante
del lavoro dello sceneggiatore e bisogna prenderci l’abitudine.
E’ anzi bene preoccuparsene per primi e migliorare il proprio testo
prima ancora che siano altri a chiedercelo. Lo sceneggiatore usa molte
meno parole del romanziere, perché la lettura deve risultare semplice,
chiara e non sollevare equivoci. Il testo di una sceneggiatura, serve
anche da indicazione per la messa in scena, per i reparti, per gli attori.
Tutto questo lo si imparerà un po’ per volta, però cominciate
a figurarvi mentalmente la situazione che volete raccontare, proiettatevela
in testa, cercate di vederla. Disponete gli elementi in ordine, non tutti
insieme, ma nell’ordine in cui vanno visti.
E’ bene riassumere in poche righe cosa intendete raccontare, e
stilare un breve profilo del protagonista, prima di scrivere la scena
di presentazione, che altrimenti diventa impossibile da valutare.
E ora passiamo agli esercizi di questo mese.
DUE ESERCIZI DI PAOLO MADDONNI
Premessa - Non sono un cinefilo e i miei film al cinema sono casuali
e negli ultimi anni molto orientati all'infanzia, per via dei miei due
figli. Proprio con loro ho visto di recente in DVD "Billy Elliot" di
Stephen Daldry del 2001. A scuola di mio figlio Silvano Vento, 2° elementare,
alcuni bambini si erano rifiutati di realizzare alcune semplici coreografie
per la recita di fine anno, perché il ballo "è da
femmine". Mi sono ricordato del film di cui avevo sentito parlare
e lo abbiamo visto assieme. A parte il contenuto emotivo del film, mi
sono soffermato sull'inizio, che mi è sembrato calzante per questo
secondo esercizio. Del resto il film si intitola con il nome del protagonista,
per cui è difficile sbagliare. Allora i titoli di testa si sviluppano
sul primo piano del ragazzo che salta sul letto al ritmo della musica
che fa girare su un LP (la prima immagine è proprio della mano
che posiziona il braccetto del giradischi). Di seguito il ragazzo lo
vediamo in una cucina molto disordinata che prepara alla meglio un vassoio
con la colazione. La situazione è allegra, il ragazzo sembra pieno
di vita, gioca con le cose appese e il tostapane. Apre una porta scorrevole
con il vassoio in mano: si vede un letto vuoto e il ragazzo di gran furia
corre fuori per il quartiere, evidentemente di classe operaia. In un
prato trova chi stava cercando, la vecchia nonna svampita e trascurata.
Billy con molta tenerezza le dice semplicemente: "Le tue uova, nonna.
Sono Billy, vieni". Sull'uscita di scena dei due, si distinguono
sullo sfondo dei poliziotti in tenuta antisommossa, pronti a intervenire
contro i minatori in sciopero.
Mi è sembrata una buona e rapida presentazione del protagonista
e del contesto della situazione in cui si muove. Certo i buoni sentimenti
si toccano subito, l'assenza della mamma, il grigiore dell'ambiente sociale,
nonna, padre e fratello con caratteristiche marcate, tutto fa già immaginare
o ben sperare nel lieto fine a cui il protagonista ci porterà passando
comunque attraverso prove difficili e rapporti personali particolari
(la maestra di danza, l'amico omosessuale).
ESERCIZIO 1 – presentazione del protagonista a ingresso
ritardato
Un soggiorno ammobiliato senza gusto particolare. Ambiente poco illuminato,
forse una mansarda. Atmosfera di generale trascuratezza e disordine.
Un divano consunto, un televisore. In bella vista una cornice con una
grande fotografia di una vistosa ragazza bionda in posa provocante. Una
scaletta conduce ad un soppalco non visibile. Si vedono la porta d'ingresso,
quella della cucina e quella di un'altra camera.
PIO (trentenne, piccolo e longilineo), steso sul divano letto, senza
scarpe ma in camicia e cravatta. Fuma lentamente una sigaretta. Si é appena
risvegliato dalla "siesta", canticchia.
Improvviso rumore di passi dal piano soppalcato.
PIO - Leo! Gran ciccione, prima o poi verrai giù senza passare
per le scale! Mi sono addormentato anche oggi: in questo buco alle tre
di pomeriggio sembra di essere in piena notte... Leo! Avanti, sono le
tre, si riparte!
Da sopra cessano i rumori, Pio si alza e si sistema i vestiti, infila
le scarpe.
PIO - Prima o poi dobbiamo farglielo capire a Pellizzari che l'orario
spezzato non va più di moda... chiusura dalle 13,00 alle 16,00
e poi avanti fino alle 20,00. E a noi ci frega tutta la giornata! Leo,
cos'hai? Fai il gioco del silenzio? Anch'io ogni tanto ci provavo da
ragazzino. Cercavo di battere il record di tempo in silenzio dal momento
in cui mi svegliavo. Uscire di casa senza dire una parola ai miei, era
facile. Con i compagni di scuola dovevo lottare di più. Il record
personale l'ho stabilito una mattina che mi interrogò la professoressa
di filosofia: una stupenda scena muta fino alle nove e mezza!
Un forte ansimare dietro la porta di ingresso, e il rumore di qualcuno
che cerca di infilare una chiave nella serratura. Pio spegne la sigaretta
e si alza brandendo una scarpa.
Si spalanca la porta ed entra LEO (qualche anno più di Pio, grande
e pesante) sudato e paonazzo, trascinando una pesante valigia.
PIO - Leo!?
Leo crolla a terra svenuto. Pio si scuote e si precipita a sollevare
l'amico e a trascinarlo verso il divano. Con fatica raggiungono il divano
dove rimangono per un istante sdraiati e avvinghiati.
PIO - Leo, ma sei matto...la pressione...non...non devi fare sforzi,
lo sai...che poi li fai fare pure a me...
LEO -...uff...odio... le scale...
PIO - Pensavo fossi in casa, di sopra. Mi era sembrato di sentire dei
passi e dei rumori. Ho parlato dieci minuti da solo come un imbecille...
ma dove eri? E questa valigia?
LEO - In effetti non eri solo...(Esita, poi d'un fiato ad alta voce)... è-arrivata-all'improvviso-mia-cugina-dal-paese-deve-dare-un-esame-all'università
-domani-e-per-stasera-la-ospito-io-qui-ti-dispiace-no-vero-sei-un-amico-lo-so.
PIO – Come?
LEO – Prima, mentre dormivi, sono sceso a prendere una boccata d'aria
e l'ho incontrata sotto casa. Per non svegliarti ho accompagnato prima
lei su di sopra e poi sono risceso a prendere la valigia.
PIO - La cugina di campagna? In due anni che abitiamo insieme non me ne
avevi mai parlato...
LEO - Non la vedo praticamente mai, di solito va da una zia che però oggi è dovuta
correre al capezzale di un altro parente...insomma...si chiama... Ada ...
Ma non dobbiamo andare? Pellizzari ci taglia la testa se arriviamo tardi
(si alza e fa per uscire).
PIO - E Ada?
LEO - Rimane qui, si riposa...studia. La vediamo stasera. Dai, andiamo!
(Spinge Pio verso al porta ed escono). La sera dopo. Leo e pio fuori della
porta di casa.
PIO - ...ma perché non vuoi venire? Ci facciamo svelti due uova,
se proprio hai fame!
LEO - No...no.. non mi sento tanto bene, preferisco cucinarmi qualcosa
con calma. Poi più tardi faccio una telefonata ai miei...mi va di
stare tranquillo.
Entrano in casa, soggiorno.
PIO - Ma dai, che lo so che ti sta antipatico Alvaro. Certo ci va pesante
quando ti prende in giro, ma ti assicuro che è il suo modo di farti
partecipare alla compagnia! Poi una volta tanto potresti anche giocare!
LEO - Ma voi giocate a poker tutti seri come dei professionisti. (Mentre
parla, di nascosto a Pio, estrae un foglietto dalla tasca e lo mette sul
televisore)…a me se viene un tris mi sudano le mani e mi cadono le
carte! Un'altra sera ci vengo, te lo prometto… Ada! Ci sei?... Ah
guarda, un messaggio. "Scusatemi ancora una volta ma resto di sopra
a studiare: domani ho la seconda parte dell'esame e non mi sento affatto
sicura. Buonanotte, Ada".
PIO - Senti, ma esiste davvero questa cugina? Fino ad adesso ho visto solo
messaggi: ieri sera era già andata a letto, stamattina è uscita
all'alba, oggi a pranzo recuperava lo stress dell'esame e stasera studia
di nuovo!
LEO - Ma scusa con l'esame...
PIO - Vorrei almeno presentarmi, farmi vedere, dirle in bocca al lupo o
che ne so...vado su un attimo solo a salutarla
(Va verso la scala).
LEO - (gridando) No!!
PIO - Ma sei matto? Perché urli così? E poi perché no?
Quanto sei nervoso... Io mi sono fatto due ipotesi sulla cugina Ada, entrambe
che partono dal fatto che non sia per niente tua cugina. La prima è che
sia la figlia segreta di Marilyn Monroe e che tu sia geloso di me -giustamente
eh, eh, eh-.
LEO - Eh, eh, eh! Ma se stanotte ho dormito sul divano...
PIO - La seconda è che al contrario sia la sorella del mostro di
Lochness e che quindi tu ti vergogni a farmela vedere. Sinceramente preferisco
la prima!
Pio sale di corsa alcuni scalini.
LEO - (gridando) La seconda!
PIO - Lochness vero? Lo temevo, conoscendoti...
LEO - Come sarebbe?
PIO - Dai, non t'offendere... però la potrò salutare lo stesso,
no? Non sono così debole di stomaco!
LEO - NO, per piacere. Ti prego, la cosa è più seria di quanto
tu non pensi. Ada è… è… una mia amica… ecco,
un mia carissima amica… di infanzia, siamo andati a scuola insieme,
pensa. Alle medie, ecco alle medie. Beh, il suo problema è il naso...
anormale... vistoso... deforme... orrendo! A scuola la chiamavano… "cavatappi".
Proprio così! Crescendo purtroppo la situazione non è migliorata,
anzi... praticamente Ada ha cominciato ad uscire di casa solo in inverno
con una grande sciarpa sulla faccia. Ora ha preso il coraggio di venire
in città per consultare uno specialista di chirurgia plastica. I
primi esami sono andati bene, domani si sa l´esito dell’ultima
analisi e se tutto è a posto nel pomeriggio potrebbe già entrare
in clinica. Mi ha chiesto di non farle conoscere gente nuova fin quando
non avrà un nuovo aspetto... però capisco che tu ci rimanga
male, adesso la chiamo e...
PIO - No, no per carità, non la disturbare... la sua scelta è comprensibilissima...
e poi sto andando, anzi Alvaro e gli altri mi staranno già aspettando.
Penso che … farò tardi. Ciao!
Pio esce di gran fretta.
LEO - Ciao, Pio.
Leo va in cucina, torna asciugandosi le mani con uno strofinaccio, va verso
il televisore, trova il telecomando e sta per usarlo quando sente dei passi
sul soppalco e alza lo sguardo e sorride.
LEO - Ada!
VOCE DI ADA - Ho una lettera per te.
LEO - Cos´è una raccomandata? Allora sarà l´assicurazione,
devo pagare la rata e...
VOCE DI ADA - No, ti ho scritto io.
LEO - Ah, sì? E come mai? Da ragazzino ero appassionato di lettere.
Ero amico di penna di dodici ragazze di tutto il mondo. Non ne ho mai incontrata
nessuna. Una abitava all’isola Mauritius, quella dove ci si va in
viaggio di nozze...A un certo punto mi mandò una cartolina da Israele,
dove era emigrata con suo fratello...chissà che fine ha fatto...
VOCE DI ADA - Caro Leonida,...
LEO - Capirai, solo all'anagrafe sono "Leonida"!
ADA - ...ti scrivo per confessarti che la storia che ti ho raccontato ieri
non è vera, o meglio deve essere corretta. Ti ringrazio immensamente
per avermi accolto in casa tua, nonostante mi avessi conosciuta per caso
solo qualche minuto prima. Lavoravo in un albergo, questo è vero,
dove restavo anche a dormire. Non è vero però che me ne sia
andata perché il padrone mi aveva messo le mani addosso...Toh, leggi
tu!
Una mano spunta dal soppalco porgendo un foglio, Leo lo prende e legge.
LEO - "...in realtà ha scoperto, non so come, che sono un transessuale
e mi ha cacciata per difendere il buon nome dell'albergo. Sono scappata
dal paese dieci anni fa. Per i miei sono come morta. Ho battuto il marciapiede
per tanto tempo, poi, finalmente, sei mesi fa mi sono potuta operare. Ora
sono una donna, sola. Mi sembrava giusto dirtelo, prima di andarmene. Ada".
ADA donna senza età precisa, capelli scuri e lunghi, lineamenti
anonimi e regolari (naso compreso) scende dalle scale, si avvicina a Leo.
ADA - Guardami, fammi vedere che faccia fai.
LEO - Sei...sola...
ADA - Scusami, faccio fatica a liberarmi del passato. Te ne ho parlato
perché ho ancora la necessità di affermare questo mio passaggio.
Mi sento come rigenerata, liberata... Che bella sensazione finire gli aggettivi
in "A" invece che in "O"! Lo facevo anche prima ma
inconsciamente mi sembrava una forzatura e.... ma avrei fatto meglio ad
andarmene senza dirti niente!
Prende la lettera, l’accartoccia con rabbia. Leo si riprende dalla
sorpresa, è subito allegro.
LEO - No... hai fatto benissimo, anzi... vieni in cucina, hai fame? Ho
scongelato la polenta, e adesso faccio una frittata. Ti va di preparare
un'insalata? Ih, che curioso! Mangiamo tutte cose che finiscono in "A"!
Ridono entrambi.
Ada continuerà, in una lunga serie di dialoghi sempre a due, ora
con l’uno ora con l’altro dei personaggi maschili, a raccontare
con molto realismo e partecipazione versioni completamente differenti ma
sempre drammatiche della propria vita e dei motivi che l’hanno portata
ad essere sola e bisognosa di rifugio. Telefonate e messaggi dall’esterno
infittiscono il mistero. I due uomini sono fortemente intrigati e, ognuno
a proprio modo, si innamorano di Ada sconcertati da una donna che distrugge
tutti i loro punti di riferimento sul mondo femminile. Mantengono però una
diffidenza vicina alla paura che li porta a frugare assieme tra le sue
cose, senza per altro trovare nulla di chiarificatore. Scoperti sul fatto
da Ada, si ritrovano di nuovo soli, con la loro vita tranquilla e sicura
ma con l’impressione di aver perso l’occasione di volare più in
alto.
ESERCIZIO 2 – come si presenta il/la protagonista
La storia è quella di un intellettuale in un paese africano appena
uscito da una feroce guerra interna, ai giorni nostri. Si fanno i conti
con il passato, il presente e il futuro.
1° versione
Tharcisse posa i fogli con il notiziario sul tavolo e va a sedersi sul
divano, che era vecchio già prima della guerra, si toglie gli occhiali
e si stropiccia gli occhi affaticati. Cinquant’anni portati bene,
dicono tutti, ma, come dicono tutti, agli africani non sai mai che età dare.
Riapre gli occhi e si guarda attorno.
Tharcisse - Bosco!
Bosco - Sì?
Tharcisse - Domani mattina, puoi provare per piacere a sistemare un po'
questa stanza? Per comperare un divano nuovo è ancora presto, ma
almeno un'atmosfera più pulita in questa radio potremmo cercare
di crearla, no?
Bosco – Direttore, io ci provo, ma è la stagione secca, c'è sempre
polvere in giro!
Tharcisse - Riprovaci Bosco. Con la stagione delle piogge ci sarà sempre
fango, in giro!
2° versione
Tharcisse rilegge i fogli del suo notiziario. Le sue mani nere di africano
posano lentamente i fogli, e su questi gli occhiali. Le mani stropicciano
gli occhi. La stanchezza e il dolore passano in un lampo, le mani riprendono
fogli e occhiali. Tharcisse entra deciso in sala radio.
Paolo Maddonni, volontario di Legambiente (paolomadd@tiscali.it)
Commento di G.M.
Non ho molto da eccepire sui tuoi esercizi perché la valutazione
non può prescindere da quello che intendi raccontare. Questo non è comunque
un rilievo secondario, perché le presentazioni grosso modo possono
essere di due tipi: c’è chi intende la presentazione come
prologo a sé. E’ l’uso più tipicamente cinematografico.
Un esempio possono essere le presentazioni che Sergio Leone fa dei protagonisti
dei suoi western ( per esempio Il buono, il brutto e il cattivo,
o C’era
una volta il West). Queste presentazioni sono dei brevi film nel
film. Hanno un inizio e una conclusione. Gli esempi de Il Laureato o
di Io
la conoscevo bene sono anch’essi dello stesso tipo: la scena
o le scene in cui si presenta il/la protagonista hanno qui una loro circolarità.
Vedi come viene usato l’acquario ne Il laureato (insieme apertura
e chiusura dell’interno casalingo e dilatazione di quanto lasciato
intuire all’inizio dall’espressione persa e quasi “autistica” del
protagonista). Vedi l’apertura del film di Pietrangeli con la
Sandrelli distesa sulla spiaggia e poi, dopo una breve corsa, di nuovo
distesa
nel negozio. Struttura circolare,chiusa in sé. Un perfetto ritratto.
Questa è personalmente la forma che preferisco. La presentazione
del protagonista è un film nel film, un prologo in qualche modo
autonomo. A dirla in termini musicali, una ouverture.
C’è un altro uso, più corrente nel cinema italiano
di questi anni, in cui la presentazione del protagonista non è una
scena distinta, ma sono, per così dire, le prime righe di una
narrazione, il puro starter. In questa forma, la prima scena non è una
scena conchiusa , è legata al seguito, da sola dice poco. Questa
forma , secondo me, è molto meno espressiva. Può adattarsi
a racconti in cui il protagonista è colui che ci conduce nella
storia,non è né il centro, né la vera guida della
storia. Il vero protagonista è, in questo caso la storia, della
quale il protagonista è o tende ad essere mera funzione. Nel tuo
primo esercizio, i dialoghi (interessanti e ben scritti) sono piuttosto
lunghi per una sceneggiatura cinematografica . Dialoghi lunghi non sono
in assoluto sconsigliabili, ma presentano una controindicazione: una
certa stasi che contrasta con il movimento e la rapida scansione ritmica,
propri
del cosiddetto cinema/cinema. La presentazione di Ada (i discorsi su
di lei, la sua mano che sbuca dalla letto, lei che infine appare) è suggestiva.
Tuttavia la scena mantiene un che di non concluso, resta racconto allo
stato fluido. Ciò è ancor più evidente nel
secondo esercizio. Qui i due diversi sviluppi ti pongono di fronte a
un bivio. Non hai ancora scelto quale direzione prendere, ma questa scelta è fondamentale
per chiarirci il protagonista. Nel primo caso, Tharcisse reagisce alla
sua melanconica stanchezza, buttando la sua frustrazione all’esterno
( il suo collega che non ha pulito, l’ambiente sempre in disordine);
nella seconda, invece, non si lamenta di nulla e di nessuno, si riscuote
e con passo deciso comincia la sua giornata di lavoro. E’ evidente
che si tratta di due sottolineature opposte. Quale corrisponde meglio
al carattere di Tharcisse? E’ un capo naturale che cerca di dare
compiti agli altri e trova all’esterno, nella pratica, la soluzione
ai propri dubbi, oppure è un individuo che è abituato a
reagire da solo, a fare anzitutto i conti con se stesso? Il modo in cui
hai descritto la situazione “la stanchezza e il dolore passano
in un lampo” potrebbe suggerire anche un terzo risvolto psicologico:
il protagonista tende a mettere sotto il tappeto i propri problemi, a
reagire con un “fare” piuttosto cieco. Insomma la non chiarezza
della presentazione iniziale, riflette il fatto che non hai ancora scelto
quale tipo di protagonista vuoi raccontare. Ecco perché in genere
io consiglio e preferisco una presentazione “chiusa”, a tutto
tondo, perché non lascia equivoci sulla natura del protagonista,
sulla sua psicologia. L’altra soluzione per uno sceneggiatore è sempre
molto rischiosa: presumiamo che poi tutto si chiarirà nel corso
della storia, ma riusciremo a farlo, se non ce lo siamo chiarito prima
noi? Oppure la storia ci prenderà la mano e il protagonista sarà solo
funzionale a quello che vogliamo fargli fare, smarrendo così la
credibilità psicologica?
ESERCIZIO DI LUCA DE GASPARI
IL CONIGLIO AZZURRO
IL PERSONAGGIO- Luca Tresi é l’uomo del momento, famosissimo
per le sue performance
televisive, venerato da tutti come un Dio e da tutti considerato come
un uomo arrivato. Lui,
da parte sua, si sente davvero un divo, è arrogante e presuntuoso,
disprezza la gente comune
incurante del fatto che a loro e solo a loro deve il suo successo, maltratta
la sua compagna e
spende i suoi molti soldi in ville, auto e tutto quello che serve a dimostrare
di essere il più ricco.
Naturalmente sotto la copertura di un velo di apparente disponibilità verso
tutti.
Un giorno è costretto a tornare al suo paese natale per il matrimonio
della sorella.
Tresi è nato in un piccolo paese della provincia di Treviso, non
più di mille abitanti dalle possibilità, ma anche dalla
mentalità, ristrette e dal quale è “fuggito” in
cerca di fortuna. Dopo aver sfondato non ha più avuto né voglia
né occasione di tornarci
per cui non rivede la famiglia e gli ex amici da anni.
Il suo arrivo in paese provocherà non pochi attriti con gli abitanti,
i quali lo considerano comunque l’orgoglio del paese ma che lui
deluderà profondamente, soprattutto quello che un tempo era il
suo migliore amico e che adesso è sposato con la ragazza che Tresi
ha abbandonato appena arrivato al successo; l’amico è l’unico
a non celebrarlo, proprio perché lo conosce bene, ma è sempre
stato considerato invidioso dalla gente del paese.
Solo alla fine il pubblico scoprirà che Tresi, in televisione,
fa la parte di una sorta di gabibbo incapace ( vestito da coniglio azzurro)
e gira la ruota in un quiz televisivo, niente di cui andare fieri ma
comunque venerato da un pubblico televisivo sempre più condizionato
e sempre meno esigente. Questa in breve la storia completa
LA SCENA INIZIALE si apre alla stazione e vede un uomo sulla cinquantina
(il padre di Luca
Tresi) chiacchierare con una donna più o meno della stessa età (la
madre di Luca). A entrambi si legge in faccia la soddisfazione e l’orgoglio
che provano mentre riportano alla memoria frammenti del passato del figlio
quando da ragazzo viveva in paese, dimenticando ovviamente gli aneddoti
negativi. I due ricordano il giorno della prima comunione <piccolo,
quant’era carino con quel vestito bianco e come andava fiero del
passo importante che stava per compiere…>, il suo andamento
a scuola <se lo vedesse ora il professore di fisica, quello
che lo considerava poco più di un babbeo e che lo accusava sempre
di essere un lavativo...> , come
anche il suo successo con le ragazze <…
e quella ragazza… Carla mi pare, non ricordo, come le voleva bene,
era davvero innamorato… ha fatto bene però a lasciarla… accusarlo
così di averla tradita senza nessuna prova...>.
La scena si alterna con quella che vede Roberto, l’ ex migliore
amico di Luca, seduto a tavola con la moglie Claudia (ex fidanzata di
Luca) mentre discutono dell’imminente arrivo di Luca.
Roby <che c’è, tu non vai ad accoglierlo alla stazione?
Non vuoi avere l’ onore di salutare per prima il grande Luca Tresi?>
Carla <ma non ti vergogni a parlarne così? Una volta eravate
inseparabili, guai se qualcuno parlava male di lui, ed ora guardati,
invidioso di lui solo perché è arrivato dove voleva arrivare>
Roby <invidioso io di uno che appena vede la celebrità se ne
strafrega degli amici? Invidioso di uno che lascia la sua ragazza solo
per essere libero di scoparsi produttrici e chissà….. magari
anche produttori…>
Carla <io e lui ci siamo lasciati per altri motivi, motivi che non
ti riguardano…>
Roby <hai ragione non mi riguardano… ma sta di fatto che per
me si è comportato da vigliacco…nei miei confronti, nei
tuoi e di tutto quel paese che adesso lo crede un padreterno…>
Nuovo stacco. Ora si vede un primo piano di un uomo, sui 25-30 anni,
seduto sul sedile di un
treno mentre guarda fuori dal finestrino. In profondità di campo
due ragazzine puntano l’uomo con il dito e parlano tra loro, eccitate
dalla sua presenza (si capisce che si tratta proprio del protagonista).
Luca De Gaspari, studente (timoriafan@libero.it)
Commento di G.M.
La traccia va bene, ma dovresti curarla di più, a cominciare dai
dialoghi. Il tuo dialogo è troppo scritto, le persone nella vita
reale non parlano così. Per esempio nessuno direbbe “guardati,
sei invidioso di lui perché è arrivato dove voleva arrivare”, è più diretto
ed efficace un semplice “guardati, crepi d’invidia”.
Inoltre questo secondo dialogo ( tra Roberto e Carla) spiega troppo.
E’ meglio scoprire dopo, nel corso della narrazione, il retroscena
, cioè il fatto che Roberto era il miglior amico di Luca e Carla
la sua ex ragazza. I dialoghi non devono essere didascalici, cioè utili
solo a dare informazioni al pubblico, ma sono l’espressione dei
personaggi. Ciascuno deve avere il suo modo di parlare, esprimere il
suo carattere attraverso il proprio linguaggio.
Trattandosi inoltre di abitanti di un piccolo paese, la cosa sarebbe
più esplicita
se ogni tanto usassero qualche espressione dialettale.
Circa l’apparizione del protagonista, leggi bene la seconda lezione.
Così come lo vediamo, senza nessun tipo di sottolineatura, il
personaggio è uno qualsiasi, chiacchierato, mostrato a dito,ma
qualsiasi. Devi trovare il modo di far capire al pubblico chi è,
non tanto e non solo come identità , ma lo stato d’animo
in cui si trova in quel momento.
Sarà bene che tu ti chiarisca anche un altro punto. Come mai il
tuo protagonista arriva in treno? Se vuoi farlo apparire come un vanitoso
che vuole dimostrare a tutti il suo successo, sbarcare da un treno locale
non è certo il massimo. Se invece arriva in treno, dovresti trovare
il modo di giustificarlo (è capitato qualcosa alla sua macchina
o cos’altro? Nessun personaggio famoso prende un treno locale,
piuttosto noleggia una macchina). E una volta sul treno , cerca di farsi
notare in tutti i modi per appagare la sua vanità, oppure cerca
di passare inosservato? In quest’ultimo caso, magari gli sta sulle
palle il suo paesino d’origine e quel viaggio obbligato per il
matrimonio della sorella per lui è una seccatura, e gli è seccato
ancor di più dover prendere il treno. Si è messo gli occhiali
neri, con il solo risultato di farsi notare di più. E poi concludi
la scena. Per esempio le ragazze gli si avvicinano per chiedergli se è davvero
lui “quello che sta in televisione” (il pubblico di rado
conosce i nomi di chi vede in TV, storpia persino quelli dei famosissimi)
e lui nega, sgarbato. Così rimarcheresti il suo carattere scostante.
Ho molti dubbi sul fatto che soltanto alla fine si sappia che Luca si
esibisce in Tv vestito da coniglio. Un finale così andrebbe bene
per un cortometraggio, ma per un film sarebbe un peccato scoprirlo solo
alla fine. Lui per tutti è e deve essere il coniglio azzurro.
( Se hai notato, visto che non avevi dato un titolo al film, mi sono
permesso di darlo io, e l’ho chiamato proprio così ). Qualcuno
potrebbe anche chiedergli di esibirsi in costume alla festa del matrimonio.
Insomma l’idea ti darebbe occasione per parecchie situazioni nel
corso della narrazione, perché buttarla via? La sorpresa finale
non è indispensabile in questo genere di film. Stai tracciando
un profilo psicologico, il vero problema è se Luca, dopo il suo
ritorno in paese, cambierà oppure no, recupererà il rapporto
con gli amici o lo manderà all’aria. E soprattutto , data
la metafora del coniglio, avrà coraggio con gli altri e con se
stesso o continuerà a rifugiarsi nell’ipocrisia?
ESERCIZIO
DI LUCA BARBIE
RAVEN RIPLEY ( UN WESTERN)
Nella piatta desolazione di una pianura semi-desertica cavalca lentamente
una donna.
Ciò che colpisce immediatamente di lei è l’espressione
del viso, un misto di immensa stanchezza e di triste malinconia. Ha l’aria
di chi ha appena attraversato a piedi l’inferno e sa che deve tornare
indietro a prendere qualcosa che ha dimenticato. Nondimeno nel suo occhio
(unico occhio) brilla una scintilla di rabbiosa determinazione.
La donna è bella, sensuale; dimostra circa una trentina d’anni,
anche se l’impressione che da è quella di chi abbia vissuto
fin troppo a lungo, di chi sia stato in un certo modo prosciugato dalla
vita.
Ha una benda nera che le copre l’occhio sinistro; il destro risplende
di un azzurro intenso, come un lago di montagna che riflette l’immensità del
cielo che lo sovrasta. E’ limpido, ma non sereno. Si muove inquieto,
a scrutare l’orizzonte, alla costante ricerca di un pericolo. Il
contrasto nero-benda/azzurro-occhio è analogo a quello della splendida
Darryl Hanna in Kill Bill; a Raven manca però la malvagità che
traspariva palese dalle espressioni di quel personaggio.
I capelli sono corvini, lunghi e sciolti sulle spalle; sono poco curati,
non per trasandatezza, comunque, ma per gli ovvi disagi del viaggio.
Li copre un vecchio Stetson dalla tesa larga e floscia, con una penna
di gallo infilata nelle cuciture, unico segno di vanità nell’apparire
della ragazza.
Il vestito, concepito per essere comodo e non elegante, è di cotone
grezzo, simile a quello dei peones messicani; è nero, ma talmente
logoro e impolverato che il colore ha stinto, virando su un’imprecisa
tonalità scura.
La donna cavalca un pezzato; è abbandonata sugli avambracci che
poggiano sul collo dell’animale.
Tutto di lei ha il sapore del vecchio, del vissuto, di qualcosa di stanco
che più che camminare, barcolla, ma va ugualmente avanti.
Solo le armi che porta con sé danno un’idea di perfetta
efficienza: luccicano al sole, sono ben oliate, per nulla sporche o rugginose.
Un Winchester modello 73 dal calcio intarsiato in argento e avorio è legato
alla sella, di traverso, insieme ad una coperta arrotolata e ad un cinturone
con due fondine dalle quali spuntano i calci di due Colt. Quest’ultimo
dondola dalla sella, oscillando come un pendolo mortale che scandisce
il pigro ritmo del viaggio. Alla vita, legata da un laccio di cuoio,
fa bella mostra di sé una navaja dal manico in osso.
Insieme alle armi e alla coperta, legato da una corda di canapa alla
sella, dondola un sacco di iuta dal contenuto misterioso. I legacci sono
però leggermente lenti e, con un po’ d’attenzione,
si può intuire, più che vedere, una forma leggermente allungata,
simile al cranio di un uomo; qualcos’altro, poi, sagome incerte:
una croce metallica e multicolori piume d’uccello; così pare,
almeno. Il sacco è comunque piuttosto voluminoso e deve perciò contenere
molte altre cose.
Ultimo particolare: la donna ha legata sulla schiena, alla maniera indiana,
una culla di vimini intrecciati. La testolina di un bimbo sbircia il
panorama, opportunamente protetta da un panno. E’ difficile dare
un’età al bambino: apparentemente dimostra circa un anno,
ma lo sguardo è duro e fermo come quello di un uomo adulto.
I due, madre e figlio, cavalcano verso una città ai margini del
deserto. In tasca una lettera che reclama i loro servigi e un rotolo
di banconote come incentivo. Sulle loro teste, da secoli, una maledizione
che li ha privati dell’anima.
Luca Barbie (lucabarbie@hotmail.com)
COMMENTO DI G.M.
Va bene, nessun particolare commento da fare. Interessante l’idea
di presentare la protagonista per dettagli e il fatto che l’ultimo
particolare (il bimbo sulla schiena) chiuda la presentazione con un tocco
di sorpresa finale. Il tipo di stile che hai usato però è più da
soggetto che da sceneggiatura. In sceneggiatura si descrive ciò che
si vede dunque non hanno alcun senso notazioni come quelle dell’ultimo
paragrafo. Due dettagli mi sembrano da evitare: 1. non bisogna mai in
una sceneggiatura, e non è consigliabile neppure in un soggetto,
fare riferimenti espliciti ad altri film (nel caso, quello a Kill Bill).
Questi riferimenti,abituali in una sceneggiatura per fumetti, in un copione
cinematografico invece di orientare disorientano , non aiutano a precisare
il nostro film ,a meno che questo film non sia pensato proprio come un
insieme di citazioni sottolineate. Per un attore che legge la sceneggiatura,
poi, venire associato a un altro attore è offensivo. L’attrice
protagonista,può pensare, nel caso, che la “prima scelta” fosse
la Hanna e poi si é ripiegato su di lei. In ogni caso andrebbe
in confusione : ma cosa devo fare? Interpretare il mio personaggio o
fare l’imitazione di Darryl Hanna? 2. La descrizione del quasi-neonato è un
tantino ridicola: che cosa vuol dire che il suo sguardo è “duro
e fermo come quello di un adulto”? E’ Rosemary’s Baby?
Come lo rendi questo effetto , come fai a evitare che risulti comico?
Qui tu cumuli due effetti in uno. Il primo effetto è che la fosca
pistolera ha un inatteso risvolto materno e caritatevole (il bimbo sulla
schiena che, in questo caso, dovrebbe essere un bel bimbo placidamente
addormentato). Il secondo effetto, lo sguardo “adulto” del
bimbo, casomai dovrebbe scattare dopo ( il bimbo apre gli occhi di scatto
e negli occhi brilla una luce oscura,per esempio, il che aiuterebbe a
chiarire che “è privo dell’anima”, cioè per
essere efficace dovrebbe essere più esasperato di un semplice “sguardo
da adulto”. Tra l’altro, cosa dovrebbe fare il povero regista?
Dire al suo attore di un anno “fai lo sguardo da adulto”?
Deve trattarsi per forza di un effetto speciale). Ma a cosa ci porta
questo secondo effetto? Il bambino a un anno, di certo non spara. Dunque?
Qual è il suo ruolo? Guarda le spalle alla madre e la avvisa mettendosi
a berciare quando vede arrivare qualcuno? E’ un bimbo da difendere,
non è ha bisogno, o è lui a difendere la madre? E come?
Ha i superpoteri ? Insomma questo dettaglio è tutto da chiarire
in funzione dei suoi sviluppi. Se non comporta scelte narrative successive
(umoristiche, drammatiche o grottesche) è inutile e rischia di
essere controproducente. Ma soprattutto: ne vale la pena? Questa è una
questione molto importante. Un fumetto si disegna, un film è un’operazione
molto concreta che ha costi economici. Ogni parola che scriviamo in sceneggiatura
comporta una spesa e un problema pratico: i cavalli costano, costa l’affitto
della sella costa ogni singolo colpo sparato. Un bambino di un anno in
scena (sotto il sole, tra l’altro) è un carico molto gravoso,
anche quando è presente solo per pochi secondi in un film, figuriamoci
per l’intero film. Ci sono leggi a tutela dei minori , tanto per
dirne una. Di fronte all’uso di un bambino vero di un anno come
co-protagonista, il produttore che legge la sceneggiatura stai sicuro
che la richiude subito. Persino in “Tre Uomini e una culla” nella
maggior parte delle scene, il neonato è un bambolotto Allora,
il nostro è un bambino di Rambaldi? Anche questo costa una cifra
che sottrarrà denaro ad altre scene o situazioni del film. Uno
sceneggiatore esordiente può pensare che al cinema ci si può permettere
di tutto. Non è così. Un film fin dal momento della scrittura
dev’essere condotto all’interno di un budget oggetto di mille
controlli. Attenzione a non scrivere dei film velleitari che comportano
costi esagerati per realizzare situazioni non fondamentali per il film.
Magari il produttore farà finta di niente, ma poi state certi
che quelle scene verranno eliminate. Quando scriviamo dobbiamo sempre
tenere in testa che il film deve essere “fattibile”.
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