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LA SOSTANZA E I SUOI VISSUTI


Tratto da "Fuori Luogo", supplemento a Il manifesto, 31 ottobre 2003

C’è una differenza tra l’uso della droga negli anni '60 e '70 e quelli attuali? Beh, anzitutto è diverso il contesto. Semplificando, gli anni 60/70 in America (da cui tutto è nato) erano segnati da una cultura puritana del controllo autoritario. La cosiddetta "cultura della droga" faceva parte del generale movimento di controcultura e libertario, che da quel controllo oppressivo voleva affrancarsi. Oggi il Potere mira a un controllo anche più assoluto e parcellizzato, però non si fonda più su un’etica puritana, ma sulla propaganda dell’eccesso. Veniamo sollecitati ad ammirare e prendere a modello "gli uomini più ricchi del mondo", quelli che hanno venticinque ville, jet privati, intere scuderie di automobili eccetera. La droga è diventata, temo, parte integrante di questa cultura dell’eccesso. (D’altro canto, già nei '70, la stessa controcultura segnalava che non necessariamente chi faceva uso di sostanze illegali era da considerare un "alternativo", anzi l’uso di alcune sostanze, per esempio la cocaina, poteva essere del tutto funzionale a un sistema economico che chiedeva maggiori standard di efficienza e produttività e nel quale l’ordine "arricchitevi!" cominciava già a risuonare). Anche "lo sballo" è oggi generalmente inteso come "accumulo". Ci si fa di tutto senza troppe distinzioni. Di una pillola non si chiede neppure di cosa sia fatta, si pretende solo che "faccia" (che cosa? non si sa mai bene prima). E per andare sul sicuro, la si mischia con una quantità d’altra roba, a caso… il che è come assumere medicinali che producano solo effetti collaterali variamente combinati. Un ricordo: agli inizi degli anni '80, chiesi ingenuamente a una ragazza che si bucava, che senso avesse "pungersi con un ago" quando si poteva assumere la stessa sostanza in modo meno cruento e autopunitivo. Risposta: "Allora non hai capito un cazzo. E’ la siringa che fa, non la roba. Io me sparo pure la Sambuca". Non faceva ancora tendenza, quella ragazza, ma certo la segnalava acutamente. La siringa, la sambuca… l’esperienza viene vissuta in termini di "reificazione". Nulla dipende da me, se non il consumo passivo. All’origine non c’è la mia scelta, ma "la cosa". Altro ricordo: un mio conoscente, diventato improvvisamente ricco sul finire degli anni '80, si mise a comprare tutti, dico tutti, i CD che uscivano e che ai tempi apparivano come la vera novità del momento (di qualsiasi genere musicale fossero). In due anni ne accumulò tanti da rendersi conto che non gli sarebbe bastato il resto della vita per ascoltarli. Ecco, con le droghe accade così: l’accumulo ( per di più "qualunquistico") distrugge la possibilità di gustarsi gli effetti. Il consumo compulsivo è inappagabile e nega, infine, la possibilità stessa di consumo. Si possono anche possedere venticinque ville, ma come sostenevano gli indiani lakota, "si può dormire solo in un letto alla volta". Nella diversità dei tempi, oggi come allora è l’insieme dei comportamenti e delle scelte sociali e individuali che determina il tipo di uso delle droghe. E’ sbagliato isolare il "fattore droga" come se fosse una sorta di "variabile indipendente" su cui cercare o prescrivere "interventi". La vera "sostanza" della questione, non è la roba (un’infinita serie di sostanze legali possono essere "droga". Dato che si sniffa la colla, che si fa? Si mette fuori legge la colla?) ma il nostro vissuto collettivo e personale.

Gianfranco Manfredi
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