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Western ai Caraibi
Elmore Leonard "gira" alla Peckinpah
recensione di Cuba Libre, di Elmore Leonard (Tropea),
apparsa su Diario della settimana, Numero 2, Gennaio 1999

  Leo estrasse una pistola a canna corta da sotto la giacca - sembrava una .32 - e puntò l'arma su Tyler, a poco più di sei passi di distanza, in quella che doveva essere una classica posizione da duello. Iniziò a prendere la mira, intenzionato a porre immediatamente fine a quella storia, ma Tyler tirò fuori un grande revolver dall'interno della sua nuova giacca di alpaca e sparò a Teo Barbòn in piena fronte. Dio mio, che rumore! Per un attimo, prima che Teo cadesse a terra, si poté vedere il foro del proiettile, come un piccolo bollo nero". Il genere western per Elmore Leonard non è una novità, anzi costituisce una parte essenziale della sua ricca produzione letteraria. Qui, in Cuba Libre, sembra fondersi con elementi tradizionalmente thriller, come l'eroe duro, ma sentimentale, e la femme fatale che lo attira sui sentieri scivolosi dell'imprevisto. Eppure anche in questo romanzo, ambientato a Cuba alla fine del secolo scorso, l'epica western si ritaglia un ruolo di tutto rispetto, ben al di là dei confini di genere e di sotto-genere e delle loro ormai inevitabili contaminazioni. Questo ruolo è essenzialmente stilistico. Un brano asciutto come quello sopra citato non è solo un tributo alla narrativa hard boiled, ma un riferimento esplicito alle sue radici profonde, nella letteratura di frontiera e, in particolare, allo stile essenziale quanto intenso di Stephen Crane. Citandolo, assieme a Richard Harding Davis, Leonard scrive: "La loro abilità nel creare un senso di verosimiglianza è impressionante". Poi, riferendosi in particolare al racconto di ambientazione cubana La scialuppa, dello stesso Crane, aggiunge: "È una delle più vivide narrazioni che io abbia mai letto. Non è per nulla infiorato; è crudo, e si potrebbe dire che non c'è una sola parola di troppo". Eppure questa stessa crudezza e sinteticità nel raccontare l'azione non avrebbero risalto fuori da un contesto narrativo che riesce sapientemente a dilatare i tempi, aprirsi a digressioni storiche e aneddotiche, offrire spazio e parola ai caratteri secondari del romanzo, penetrare l'ambiente rendendolo a tutti gli effetti protagonista, non mero scenario. Questa esplorazione di un passato-radice che non è soltanto storico, ma anche letterario, permette a Leonard di tracciare un preciso confine tra la sua narrativa e il romanzo d'azione corrivo. L'azione ha bisogno di spazio come i suoni hanno bisogno dei silenzi (e gli spari delle attese). Anche i dialoghi, ci dice implicitamente Leonard, non devono limitarsi a scambi di rapide battute funzionali al procedere della storia o alla caratterizzazione dei vezzi linguistici di questo o quel personaggio, ma debbono, quando occorre, saper sfruttare la sintesi del discorso indiretto o aprirsi a "racconti di bivacco" che affiancano altre storie alla storia principale e ci spiegano chi è il loro narratore più di quanto non farebbe una sua autobiografia minima. Il western, così proposto, anche nella lingua, come classico Romanzo Storico, libera lo scrittore d'azione dalla gabbia del genere, dalla nuda descrizione di gesti, dal dialogo sciatto finto-parlato, e dallo stile-sceneggiatura tanto visivo e ritmico quanto frettoloso e superficiale.
Quando dunque, dopo una lunga, ma tutt'altro che faticosa ouverture, entriamo nella seconda parte del romanzo, tutta scandita dai tempi dell'epica e dal vorticoso intrecciarsi delle azioni e delle reazioni, nulla ci appare più gratuito, né proviamo rimpianto nel non ritrovare nel finale certi rassicuranti e obbligati luoghi comuni (per esempio quello secondo il quale il cattivo principale dev'essere ucciso dall'eroe, o quello per cui l'anima nera non può semplicemente rassegnarsi alla sconfitta, ma dovrebbe pentirsi o essere punita). Ogni diversa soluzione ci appare, più che sorprendente, naturale. Non perché è ovvia, ma perché semplicemente "succede". E cosa resta dopo l'azione, se non il prenderne atto come d'un fatto reale? Quando una narrazione ci abitua a veder interagire la situazione con i personaggi, e le azioni decisive affiancarsi ad altre inutili o abbandonate, quando abbiamo seguito il destino del singolo nel suo intrecciarsi all'insieme, allora l'effetto di verosimiglianza non ha più alcun bisogno del codice di regole prescritto dal genere, perché è già stato ottenuto attraverso la stretta aderenza tra Fiction e Storia. Con Cuba Libre, insomma, Leonard si spoglia dell'abito modaiolo di autore post-modern e tarantiniano (in qualche modo impostogli dalle versioni cinematografiche dei suoi romanzi Get Shorty e Run Punch) mostrandosi invece consapevolmente pre-modern e a tutti gli effetti erede di una tradizione americana che viene dalla narrativa di frontiera e passa per Hemingway. Merito non secondario del romanzo, infine, è quello di rievocare una Cuba rivoluzionaria ben prima della rivoluzione castrista, e i suoi complessi e duraturi rapporti con americani per nulla riducibili al ruolo di Guardiani dell'Occidente. Così le due sfilacciate bandiere che campeggiano affiancate in copertina, esibendo i segni di un lungo e dolente percorso comune, indicano una presa di posizione radicata nell'oggi, tanto lontana dalla nostalgia quanto ricca di consapevole memoria. Cuba Libre, pur presentandoci una vera messe di eroi e situazioni che ricordano i film di Peckinpah, non è affatto un western crepuscolare. L'apologia della sconfitta non lo sfiora neppure. La battaglia è sempre in corso. "Santo cielo, questa Cuba... ci vorrà un po' per abituarsi".


Gianfranco Manfredi
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