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  Il Leroux fantasma
Un capolavoro del maestro del paradosso

recensione di La poltrona maledetta di Gaston Leroux (Sellerio), apparsa su Diario della settimana, Numero 4, Febbraio 1999


Gaston Leroux è senza dubbio uno degli autori più saccheggiati e violentati dal cinema, non solo per il celebre Il Fantasma dell'Opera, ma anche per suoi lavori a torto considerati minori, come questo classico, La poltrona maledetta, finalmente disponibile in traduzione italiana. Da questo romanzo è stata tratta l'ispirazione per la famosa serie di film del Dottor Phibes (a suo tempo romanzata da William Goldstein), e per il cult horror Oscar insanguinato, anche questo interpretato da Vincent Price. La storia base, per chi non la ricorda, è quella di un demoniaco cultore di magia egizia che vuole vendicarsi degli accademici che gli hanno negato un premio, uccidendoli uno per uno, in modi prodigiosi quanto raffinati. Ma i lettori dell'originale di Leroux resteranno non poco sorpresi nello scoprire che questa nel romanzo è solo una falsa pista e che l'interesse dell'autore si appunta su tutt'altra, anzi opposta, direzione. La sorpresa, credo, sarà lieta, perché dalla lettura della Poltrona maledetta prende corpo il vero Leroux Fantasma, cioè il grande scrittore di feuilleton amato dai surrealisti. Basta leggere i titoli di certi capitoli (La scatola che cammina, La canzone che uccide, In Francia diminuisce l'immortalità, Bisogna essere educati con tutti soprattutto all'Accademia di Francia) per rendersi conto che Leroux è molto più di un onesto narratore di storie a forti tinte per palati troppo popolari o troppo snob.

Leroux è un maestro del paradosso. Ciascun capitolo del suo romanzo è una scatola a sorpresa. Prendiamo il primo. Si narra di un uomo qualunque che per strada coglie frammenti di conversazioni allarmanti, e vede ovunque agitazione e spasmodica attesa perché pare che qualcuno, in un certo posto, stia per suicidarsi pubblicamente, senza che nessuno abbia intenzione di salvarlo. Quando il nostro uomo comune giunge sul posto, scopre che l'aspirante suicida sta per essere nominato Accademico di Francia, cioè sta per essere ammesso nell'eletta schiera degli Immortali. Ma, prima di lui, altri due aspiranti al seggio sono morti nell'atto stesso di pronunciare il discorso di accettazione. La poltrona su cui dovranno sedersi, si dice, è maledetta. Una sciocca superstizione? Sarà, ma appena il nuovo Immortale recita il suo discorso, subito viene stroncato da un infarto. Ora: a uno scrittore normale sarebbe bastato cominciare dalla cerimonia di nomina, sorprendere il lettore con la morte dell'Immortale e condurlo poi alla scoperta della Maledizione. Ma a Leroux questo non basta. La sorpresa per lui dev'essere continua e circolare: dunque il lettore deve pensare di stare per assistere a un suicidio, scoprire poi con divertita sorpresa che si tratta invece di una nomina prestigiosa, ed essere infine inquietato con una maledizione sin troppo verosimile, e insieme nuovamente divertito allo spettacolo degli Accademici alle prese con la più irrazionale delle superstizioni popolari. Tre o quattro ribaltamenti per capitolo, spiazzamento continuo, nulla sembra essere preso sul serio, ma tutto viene vissuto estremamente sul serio. Che diavolo ci sta raccontando Leroux e perché non si riesce a smettere di leggere questa sequenza di eventi assurdi? E' un puro e gratuito divertissement raccontarci di un sinistro occultista che scrive un ponderoso saggio sulla Chirurgia dell'anima per poi ritirarsi in Canada a commerciare pelli di coniglio, o di un Accademico di Francia che si rivela analfabeta? E cos'è questo divertimento: solo fatua frenesia narrativa di un autentico anarchico della scrittura, antiretorico, antiborghese, ma incapace di costruire una narrazione autonoma se non rovesciando i luoghi comuni di quella codificata? Tutt'altro. Leroux è anzi un narratore sapientissimo e geometrico, capace di dipanare in poche righe matasse ingarbugliatissime, ma soprattutto uno scrittore che sa padroneggiare l'arma del grottesco con una tecnica raffinatissima, che gli permette di non svilire in parodia il suo umorismo nero e dissacratore. Una tecnica che non è mai distacco: Leroux gioca anzi la sua partita dentro la testa del lettore, sfruttando persino l'evidenza grafica del corsivo, per sottolineare momenti di climax, o improvvisi slanci lirici (più evidenti in altre opere che in questa) che rompono l'andamento consueto della scrittura o creano altri livelli di narrazione nella narrazione. L'ironia incessante viene scandita in periodi brevi e fulminanti come versi: "Erano tempi duri! / E l'Immortalità era molto malata. / Se ne parlava solo con il sorriso sulle labbra. / Perché in Francia tutto finisce così, con un sorriso, perfino quando le canzoni uccidono". Oppure: "L'Immortalità era diminuita di Uno. / E questo era bastato a renderla ridicola per sempre". E ancora: "Se l'Immortalità avesse avuto i capelli - in genere però é calva - se li sarebbe strappati... Le rimaneva pur sempre un ciuffo, qua e là, per esempio sulla testa di Hippolyte Patard, ma un ciuffo così misero e penoso che avrebbe fatto pietà anche alla disperazione. Era un ciuffo piangente, come dire? Una lacrima di capelli che gli scendeva sulla fronte". Se questo è un autore di serie B, Dio ci salvi dalla serie A. Non resta che sperare che dopo La poltrona vengano tradotte anche altre opere di Leorux pressoché sconosciute in Italia, come la serie delle avventure di Chèri-Bibi (una sorta di Conte di Montecristo estremo) che potrebbero contribuire a riscattare il feuilleton da molti luoghi comuni critici e permetterebbero di capire come il fascino esercitato da Leroux sui surrealisti non fosse certo frutto di una loro perversa inclinazione al kitsch.

Gianfranco Manfredi

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