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Lezione
DODICI
I GENERI: LA COMMEDIA
a) Le origini
Il Comos ( da cui si pensa origini la parola Commedia)
era una Festa in onore di Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza. Il verbo comazein
, in greco, significa infatti “far baldoria”. Aristotele
osserva però, nella Poetica, che i Megaresi, presumibili creatori
della Commedia, chiamavano i loro villaggi Comi. Secondo lui dunque la
parola Commedia indica il fatto che queste rappresentazioni
originavano dai villaggi, e passavano di villaggio in villaggio,
mentre non erano
tenute in gran conto nelle città. Aristotele considerava la Commedia anche
come il genere teatrale più antico, o quanto meno, precedente
alla Tragedia. Non trattandosi di rappresentazioni colte,
ma estremamente popolari, furono meno documentate e dunque le loro
caratteristiche originarie
sono avvolte dal mistero. Paradossalmente questo mistero è stato
accentuato dal fatto che i libri della Poetica di Aristotele dedicati
all’analisi della Commedia, sono andati perduti. Tuttavia
qualche traccia di questa analisi è accennata in alcuni passi
della Poetica, per esempio nel capitolo II, dove Aristotele distingue
tra rappresentazioni
che hanno al loro centro personaggi migliori di noi (Tragedia) e personaggi
ordinari, simili a noi, o addirittura inferiori (Commedia).
Da un lato, cioè, il racconto delle Divinità , di uomini straordinari,
Re, Eroi, individui eccezionalmente esemplari nel bene o nel male, dall’altro
il racconto di personaggi come noi, dalla vita estremamente comune, tipi
immediatamente riconoscibili in qualsiasi comunità , incarnazioni
di ruoli quotidiani e famigliari. Questo non significa che in una commedia
non possano apparire anche personaggi illustri, ma che questi personaggi
vengono essi stessi rappresentati per i tratti che li rendono simili
alle persone comuni. In particolare, ci interessano i loro vizi, le loro
debolezze, le loro meschinità, le loro ridicolaggini , la loro “bruttezza” fisica
e morale, più che le loro virtù, la loro forza, la loro
grandezza, l’austerità e la serietà, la bellezza
fisica e morale.
(In questa differenza d’origine, si può dunque anche leggere
la fonte di quel pregiudizio secondo cui la rappresentazione tragico-drammatica
sia più “elevata”, della Commedia e del Comico, tradizionalmente
pensati come generi più “bassi”. Questo luogo comune
estetico ha un’evidente origine “di classe” , nasce
cioé dalla contrapposizione tra il pubblico aristocratico, colto
ed elitario delle città e il pubblico popolare, ignorante, “volgare” delle
campagne e dei villaggi. La Storia ha fatto giustizia di questo luogo
comune, ma la Storia dei Premi Cinematografici ancora no: a tutt’oggi è molto
più facile che venga premiato con l’Oscar un film drammatico
che un film comico).
Nel
suo saggio Il Teatro dalle origini ai nostri giorni (Universale
Laterza, 1967) Léon Moussinac scrive:
“Il Comos delle feste rurali, così popolare, col suo corteo di
personaggi seminudi e semiebbri, mostruosamente mascherati, dai
gesti lubrichi, urlanti canzoni oscene e scagliando ingiurie, interruppe un
giorno la sua sarabanda… si può immaginare il capo
del corteo salire su un palchetto, togliersi la maschera e improvvisare
davanti
alla folla per dire il suo parere sui fatti politici.” Insomma,
alle origini , nello spettacolo popolaresco, tutti i generi cosiddetti “minori” erano
fusi: la farsa, l’orrore, il musicale, l’osceno, la
satira di costume e politica.
(Sia detto per inciso: solo degli ignoranti possono sostenere che
quando un comico si mette a parlare di politica uscendo dal suo
ruolo di mero “buffone” allora
non fa più satira, ma invettiva. L’invettiva è infatti
parte costitutiva del ruolo del comico, fin dalle origini. Altra
riflessione a margine: certi spettacoli contemporanei che tutti
noi siamo portati
a pensare come “nuovi” hanno in realtà un’origine
antichissima: quando Moussinac cita lo “scagliare ingiurie”,
si riferisce a una vera e propria gara (agon) di insulti, proprio
come quella tra rapper cui assistiamo nel film 8 Mile (2002)
con Eminem).
Uno dei più antichi, se non il più antico commediante di
Atene fu Susarione. I suoi spettacoli erano senza capo né coda,
una pura collezione di lazzi, buffonerie, scenette realistiche e mimiche.
Da qui nacquero, ben prima di una narrazione sistematica e strutturata,
i primi personaggi: un venditore di intrugli miracolosi (il cerretano)
cioè il dottorone che coprendosi dietro un linguaggio pseudo-scientifico
imbroglia le persone, il ladro di frutta ( prototipo del delinquente
simpatico che ruba solo per sopravvivere), il goffo atleta millantatore
di grandi imprese (prototipo del contaballe incallito, il classico Capitan
Fracassa), il tipo che vuole apparire colto e pretende di usare un linguaggio
forbito compiendo un’infinità di strafalcioni (come nella
comicità di Nino Frassica o di Addolorata). E ancora: il Vecchietto
(Pappos, cioè il nonno) di volta in volta arguto, rincoglionito,
arzillo o invalido, ridicolo o arcigno. Lo Stupido, in tutte le varianti:
dal “bietolone di mamma sua”, al nesci, cioè il finto
stupido che finge di non vedere e non sentire, ma s’accorge di
tutto. E poi: il Mangione, l’Ubriacone, il Pauroso (vittima
anche di spaventi autentici, per esempio di fronte a serpenti mostruosi),
il
Dormiglione.
“
Da questa specie di monologhi-macchiette” scrive Ettore Romagnoli
nella sua Prefazione alle Commedie di Aristofane (Zanichelli 1961) “ ebbe
origine una specie di farsa che le notizie più tarde chiamano
commedia di piazza.”
Se prima accadeva che tutti questi tratti burleschi potessero anche
unirsi e sfumare l’uno nell’altro grazie all’interpretazione
di un solo attore, con il diffondersi della Commedia di Piazza, gli attori
raggruppandosi a recitare insieme furono portati ad esagerare ciascuno
certe caratteristiche a contrasto con quelle altrui. Nacquero così i
diversi ruoli. Le storie vere e proprie nascono dopo, da una codificazione
dei Tipi.
Ho molto insistito in queste lezioni sul primato dei personaggi.
E’ dalla
creazione dei personaggi (e dei Tipi fondamentali) che prende forma
il racconto vero e proprio. I personaggi non sono cioè derivati
dalla vicenda, ma al contrario non c’è vicenda che
non sia vicenda di personaggi. La definizione del personaggio
e del suo carattere è preliminare
al racconto.
b)
I Ruoli nella Commedia
Aristofane è stato
il primo a legare insieme in un’unica
azione, i personaggi e i singoli elementi compositivi della
Commedia in una struttura unitaria. Vediamo in breve un paio di
trame.
Nelle Nuvole, Strepsiade, un contadino ossessionato dai debiti
procuratigli da un figlio scansafatiche (Fidippide) che gioca
alle corse dei cavalli,
lo manda al Pensatoio (la scuola di Socrate) nella speranza
di farne un ragazzo colto, educato e serio, formato a un ruolo
sociale
di
assoluto riguardo e di sicuro avvenire (l’avvocato).
Ma Fidippide adopera le tecniche retoriche di persuasione apprese
alla scuola per umiliare
il padre, non esitando nemmeno a picchiarlo, per poi infinocchiarlo
convincendolo che questo suo comportamento è giusto:
Fidippide in fondo non fa che restituire al padre le botte
ricevute da piccolo
.
In Lisistrata , le donne stanche di guerra, decidono uno sciopero
del sesso nei confronti dei loro bellicosi mariti, per costringerli
a fare
la pace.
I temi civili e politici sono fondamentali nel teatro di Aristofane.
I ruoli non sono semplicemente i Tipi Buffi, ma i ruoli famigliari
e sociali (figlio/padre, mogli/mariti, allievi/insegnanti,
colti/ignoranti) . Il “buffo”, ciò che rende
Commedia la narrazione, sta nel capovolgimento dei ruoli abituali.
In questo modo la Commedia si forma come narrazione di un paradosso:
da un lato si codificano i personaggi in ruoli ben differenziati
e distinti, dall’altro i personaggi stessi finiscono per capovolgere i ruoli
sociali, mostrandocene l’inconsistenza.
Il capovolgimento e lo scambio di ruoli giunge al suo apogeo
con il teatro di Plauto, vero fondatore della “Commedia degli Equivoci”.
Nei Menecmi, due gemelli separati alla nascita si ritrovano
da adulti nella stessa città e il fatto che siano identici all’aspetto,
per quanto diversissimi di carattere, scatena una serie di
equivoci. Su questa base Shakespeare scrisse la Commedia
degli Errori e
Goldoni I due gemelli veneziani.
Anche in Anfitrione, lo schiavo Sosia è al centro di una serie
di scambi di “sembianze” .
Questo ruolo dello schiavo furbo che ricorrendo a tutti i
trucchi possibili riesce a risolvere le difficili imprese
assegnategli
dal suo padrone,
non senza procurarsene vantaggi personali, è molto presente in
Plauto ed è una perfetta rappresentazione del carattere da Commedia
(uomo comune) in contrapposizione al carattere da Tragedia (eroe e semidio).
Possiamo leggerne l’eredità anche nel personaggio del Tenente
Colombo: un umile funzionario di polizia, apparentemente rustico e ingenuo,
in realtà astutissimo, che combatte (e vince) contro personaggi
autorevoli, ricchi, famosi e socialmente protetti, cioè il
rappresentante del Popolo contro quello del Potere.
I ruoli, il passaggio trasformistico tra i ruoli,
la lotta tra i ruoli come manifestazione/metafora della più larga lotta sociale, è questo
il tema dominante della Commedia.
c) La Commedia nel cinema
Un attore divorziato, per poter trascorrere del tempo con
i figli, si finge un’anziana governante (Mrs.Doubtfire).
Due musicisti jazz braccati dai gangster, si travestono e
riescono a trovare un impiego fuori città in un’orchestra
di sole donne (A qualcuno piace caldo).
Un attore disoccupato si finge donna per recitare in una
situation comedy che ha un ruolo femminile scoperto (Tootsie).
Una cantante da night assiste a un omicidio e la polizia
per nasconderla la mescola alle suore di un convento (Sister
Act).
L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Tutte queste commedie
cinematografiche si incentrano, come si vede, su uno scambio di ruoli
e sul gioco degli equivoci. Anche la trama sembra la stessa: Sister
Act ha la stessa partenza di A qualcuno piace caldo. Il protagonista di Mrs.
Doubtfire, anche se per un motivo affettivo e non lavorativo, usa lo
stesso escamotage del protagonista di Tootsie, a sua volta identico a
quello della coppia di jazzisti di A qualcuno piace caldo. Eppure nessuno
può negare che questi quattro film siano tutti molto
diversi tra loro.
I canovacci della Commedia tendono a ripetersi, sono i contesti,
gli ambienti, le situazioni, le rappresentazioni dei ruoli
che cambiano.
Lo sviluppo di trame del genere ha uno schema praticamente
obbligato:
1. Prologo. Si presenta il protagonista. Di lui dobbiamo
conoscere non solo la professione, ma le convinzioni (in
genere è una persona
molto motivata, contenta del proprio ruolo) . Dobbiamo anche sottolineare
certi suoi difetti che possono rendercelo simpatico . Non è quasi
mai una persona importante, ma comune, e nient’affatto
virtuosa.
2. Nasce una complicazione. Per l’urgenza di risolverla il protagonista
cambia ruolo, si trasforma in un’altra persona che spesso ha un
ruolo opposto al suo. Dall’iniziale disagio, passa alla stabilità:
riesce a farsi accettare. Anzi tutto gli va miracolosamente meglio. Ma
la stabilità raggiunta è minacciata dagli equivoci che
si sono accumulati, e che hanno uno sviluppo sempre più complesso
e ingovernabile.
3. Epilogo conclusione. Si tratta in genere di una baraonda
finale, in cui tutti i personaggi sono in scena. Lo smascheramento/
soluzione
si
celebra in pubblico.
Sembra facile, ma non lo è affatto.
La situazione “buffa” ( data dal capovolgimento di ruolo)
non è il punto d’arrivo, ma il punto di partenza. Quello
che lo sceneggiatore deve raccontare è il groviglio
di equivoci che nasce dallo scambio di ruoli iniziale.
Si tratta di escogitare situazioni divertenti a catena, secondo
un meccanismo che è identico a quello che Hitchock usò per i suoi film
di suspense. Cioè: lo spettatore conosce cose
che i personaggi ignorano. Ridiamo della loro ignoranza e dalla facilità con cui
cadono vittime dell’apparenza.
Nel caso di Tootsie, per esempio, lo spettatore sa che Tootsie è in
realtà un uomo, mentre tutti gli altri personaggi
credono che sia una donna.
Hitchock usa questo meccanismo tipico da commedia, ma lo
stravolge e lo capovolge in pura tensione: in Psycho, noi
sappiamo che
la madre pazza
di Norman Bates è stata chiusa in cantina e dunque tremiamo quando
un altro e inconsapevole personaggio, cercando di nascondersi, va a rifugiarsi
proprio in cantina. Però in Psycho il pubblico non sa e non deve
sapere la cosa fondamentale e cioè che la madre pazza è lo
stesso Norman Bates travestito.
Insomma: come si è accennato nella scorsa lezione, il “racconto
del mistero”, anche quando rivela molto agli spettatori, si fonda
su un segreto che non deve venire assolutamente rivelato se non nelle
ultime scene. Nella commedia invece tutto deve essere
rivelato e trasparente al pubblico. Il pubblico dovrà solo chiedersi: come diavolo farà il
protagonista a uscire da un tal ginepraio di equivoci?
Il protagonista suscita la nostra simpatia perché passando attraverso
una serie infinita di peripezie spesso si smarrisce nel finto ruolo che
impersona fino a non sapere più che parte giocare e come liberarsi
dalla sua stessa trama di inganni. Tutti questi passaggi psicologici
del protagonista sono inscindibili da ciò che accade, devono essere
raccontati . Ciò che accade insomma non è l’unica
cosa che dobbiamo raccontare, ma anche come ciò che
accade cambi il nostro protagonista, rendendolo una persona
migliore
e finalmente accettata dagli altri.
In genere il finale di commedia ci mostra che la salvezza
del protagonista non starà nel continuare a nascondersi, ma proprio nello svelarsi
di fronte a tutti. Solo allora, quando il suo castello di carte rischia
di crollare miseramente, lui potrà davvero vincere e farsi accettare.
In una commedia, fin dai tempi di Plauto, la simulazione e l’inganno
producono un successo, una vittoria. Sono il modo attraverso cui si può giungere
alla giustizia e alla verità, cioè alla fine degli inganni
reciproci. In un thriller, invece, l’inganno teso dall’assassino
agli altri personaggi e allo spettatore, in genere fallisce e viene punito.
(Dico in genere perché non sono pochi i film , come ad esempio
il recente Saw , in cui invece l’ingannatore vince
e resta impunito).
La Commedia, che pare prendere in giro dal principio alla
fine i “valori”,
le “certezze”, la presunta saldezza dei ruoli sociali, ha quasi sempre
una soluzione morale. Questa soluzione morale non sta nel
punire, ma nel comprendere, non sta nel rimettere ordine, ma nel
cambiare l’ordine.
Insomma attraverso il divertimento, la Commedia ci propone l’utopia di
una società più mite, più disponibile, che sappia felicemente
trasgredire ai ruoli prestabiliti. Se la morale comune, prestabilita, si fonda
sul moralismo, la vera moralità si fonda sul riconoscimento delle nostre
debolezze e della nostra capacità di cambiamento. Non dipende dai ruoli,
ma da come sappiamo interpretarli. Questa verità deve trasmettersi dal
protagonista a tutti gli altri personaggi (e ovviamente al pubblico). L’utopia
non sarebbe tale se non diventasse patrimonio pubblico. Ecco perché l’epilogo
di una Commedia è quasi sempre una scena collettiva, in cui
compaiono tutti i personaggi.
Questo non significa che la Commedia non possa avere anche un andamento
e un esito meno “buonista” e più disturbante. La Commedia come
abbiamo visto, nasce da una sorta di brodo primordiale di generi “dionisiaci”,
che con il tempo si distinguono: alcuni diventano indipendenti e autonomi ( il
Comico, l’Horror, il Porno, il Musical), altri restando all’interno
dei confini della Commedia, ne sviluppano però un’infinita
serie di varianti e di sfumature.
d) La Commedia è una cosa seria
“La Commedia funziona così: si crea una situazione, poi si fanno
agire e reagire i personaggi alla situazione e tra di loro. In una commedia,
i personaggi
non scherzano, non vogliono far ridere: devono credere a ciò che
fanno, altrimenti la situazione diventa forzata, troppo voluta, e
spesso, poco divertente.” (Syd Field). L’esempio offerto a questo proposito da Syd Field è Divorzio
all’italiana (1961) di Pietro Germi, premio Oscar per la sceneggiatura.
Field lo definisce “ a classic film comedy”. Per la verità si
tratta di un film molto poco classico, anzi del tutto fuori dagli
schemi, una “black
comedy” inabituale per il cinema italiano. La “Black
Comedy” è una
sorta di variante grottesca della Commedia , che mette al centro
della narrazione eventi più degni di una tragedia: tradimenti,
complotti, conflitti coniugali e famigliari, crimini e omicidi anche
efferati. Appartengono a questo sotto-genere
film come Arsenico e Vecchi merletti (1944) di Frank Capra, La
signora Omicidi (1955) di Alexander Mackendrick, Getta la
mamma dal treno (1987) e La guerra
dei Roses (1989) di Danny DeVito. Field però si serve dell’esempio,
e in particolare dell’interpretazione di Mastroianni , per
sottolineare che in una Commedia “i personaggi sono intrappolati
in una rete di circostanze e svolgono il loro ruolo con esagerata
serietà.” In proposito, Field
cita anche questa “sentenza” di Woody Allen : “In
una commedia recitare in modo divertente è la cosa peggiore
che puoi fare.”
Questa è un’indicazione molto importante per lo sceneggiatore. Il
protagonista di una commedia non deve essere necessariamente un comico, anzi
questo è un pericolo. Non dobbiamo pensarlo come personaggio comico. Sono
le circostanze, la situazione che costruiamo, a produrre divertimento,
ma il protagonista non si diverte affatto, è troppo coinvolto, non sta giocando
, sta cercando di salvarsi la reputazione e persino la pelle. Analizzeremo in
un’altra lezione la specificità del cinema comico, qui ci limitiamo
a richiamare il modello Susarione, cioè la serie di gag senza capo né coda.
Il genere comico è totalmente anarchico, non sopporta strutture troppo
vincolanti di racconto, la storia è solo un lieve pretesto per unire un
numero comico al successivo, il protagonista entra ed esce dalla parte e a volte
persino dal suo ruolo di attore/interprete con assoluta libertà, con l’unica
preoccupazione di sostenere un certo ritmo: come avviene per un solista jazz,
insomma. La Commedia invece costruisce degli intrecci molto complessi, il protagonista
deve affrontare problemi molto seri, salvarsi da situazioni estreme che possono
travolgerlo da un momento all’altro. E’ dunque lui stesso,
come scrive Field, esageratamente serio.
L’esempio limite che si può fare è Oltre il Giardino (1979)
di Hal Ashby. Peter Sellers che interpreta il ruolo di Chance, un
giardiniere mentalmente ritardato che viene scambiato per un grande esperto
di economia,
mantiene per tutto il film un’espressione stralunata, da alieno
gentile. Mentre scorrono i titoli di coda, il regista ci mostra dei
ciak non riusciti
nei quali si vede Sellers che non riesce a frenarsi e scoppia a ridere.
Nella conduzione del suo personaggio, ciò non era in alcun
modo possibile, sarebbe stato un errore. Chance alla fine, con il
suo totale candore, si rivela una sorta
di creatura metafisica ( cammina sulle acque). Il film fa molto ridere,
senza che nessuno rida mai sullo schermo. Anzi, i personaggi, tutti
i personaggi, agiscono,
parlano con una serietà estrema. Tutte le battute che si pronunciano,
non sono umoristiche per chi le pronuncia, lo sono per noi spettatori,
perché la
situazione,il contesto, ciò che sappiamo (e che i personaggi
ignorano) ce le fa apparire tali. Dicevo che siamo ai limiti estremi
della Commedia, quasi
inarrivabili (anche se un film come Forrest Gump è andato
molto vicino a questo risultato).
Per riassumere: dal brodo primordiale dei generi non-tragici esce
una forma di spettacolo più costruita che dagli spunti puramente farseschi degli inizi,
sviluppa una costruzione e una struttura quasi ferrea. Questa struttura però consente
di liberare toni, stili, sfumature diversissime tra loro.
La Commedia può essere molto popolare, anche esplicitamente volgare
(tipo American Pie, per intenderci) , può essere indirizzata alla
satira di costume, alla polemica politica e sociale, può anche
arrivare ad esprimere una filosofia di vita, e persino un sentimento
poetico dell’esistenza,
come in Oltre il Giardino. La scelta del tono è dunque fondamentale. Il
protagonista e gli eventi che scegliamo di mettere in scena costruiscono
uno stile e insieme vengono condizionati da questa scelta di stile,
cioè tutti
gli elementi della rappresentazione devono restare coerenti.
ESERCIZIO – Tra i tanti film citati in questa lezione, vi suggerisco di
vedere più volte e di smontare nelle sue singole parti, Tootsie (1982) di Sydney Pollack .
Distinguete anzitutto i Tre Atti (prologo e presentazione del protagonista/
nascita e sviluppo della complicazione/ Epilogo).
Di ogni singolo atto, appuntatevi gli episodi che scandiscono la
narrazione. Insomma ricostruite la scaletta del film, evento per
evento.
Scrivete su due colonne, da un lato le situazioni, dall’altro l’evoluzione
psicologica del protagonista, cioè uno specchietto comparativo
di come la sequenza di eventi influenzi il suo carattere.
Scegliete una scena esemplare, quella che preferite, e ricostruite
il gioco degli equivoci, il modo in cui lo sceneggiatore li accumula,
come li fa
arrivare vicini
alla zona di rischio (per il protagonista) e come riesce ad allontanarsene.
Distinguete, in questa scena, gli equivoci verbali da quelli fisici
o di fatto (dovuti alla
situazione).
Studiate attentamente l’epilogo cioè la scena dello
smascheramento finale, di fronte a tutti.
So che in genere nelle scuole di scrittura, si parte subito da esercizi
di scrittura che possono essere efficacemente discussi in gruppo
, ma insisto che questo lavoro
andrebbe sempre accompagnato allo studio strutturale dei film, cosa
che di
solito viene troppo trascurata. Quando si sta scrivendo una Commedia
questo studio di
struttura non può assolutamente essere considerato secondario. Come ho
cercato di mostrare, ciò che costituisce una commedia è il passaggio
da una struttura fissa e quasi obbligata, a uno stile, cioè al nostro
modo di usare questa struttura, in coerenza con il tipo di protagonista e con
ciò che abbiamo scelto di raccontare. Prima di poter compiere queste scelte
stilistiche è necessario che la struttura di base ci sia diventata
famigliare.
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