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LEZIONE 13
I GENERI : LA TRAGEDIA
L’argomento di questa lezione potrà apparire singolare per
un corso di sceneggiatura cinematografica. Le regola hollywoodiana dell’ Happy
Ending (cioè il Lieto Fine), e soprattutto il precetto secondo
cui il business cinematografico non ha motivazioni di carattere espressivo,
ma di Entertainment , cioè intende offrire al pubblico un’occasione
di piacevole intrattenimento, evasione e divertimento, scoraggiano
la produzione di Tragedie. Eppure se si considera attentamente
la storia del cinema non si può non rilevare che è proprio la produzione
media, che apparentemente non si propone altro fine che il risultato
commerciale, ad essere contrassegnata da una serie infinita di flop,
mentre quasi ogni volta che il cinema propone al pubblico una Tragedia,
il successo è assicurato, non solo sul piano della vendita dei
biglietti, ma anche su quello dell’apprezzamento critico, del successo
ai festival eccetera. Ciononostante il luogo comune continua a prosperare:
il racconto drammatico, originato dalla Tragedia, viene riconosciuto
come inconfondibile marchio d’Autore, mentre gli altri generi,
come la commedia, l’azione, l’horror, il musical, l’erotico
vengono considerati a priori “commerciali” e spesso caratteristici
di produzioni cosiddette di Serie B. Da dove trae fondamento questo pregiudizio?
Anche questo sarà un argomento di questa lezione.
Ma cominciamo con il chiarire di cosa parliamo quando, in riferimento
al cinema, parliamo di Tragedia. Facciamo degli esempi: i film di Clint
Eastwood Mystic River e Million Dollar Baby sono
chiaramente ascrivibili al modello Tragedia. Ma come per la Commedia,
anche per la Tragedia,
molte possono essere le sfumature di tono, di stile e di racconto.
Rientra nella Tragedia il dramma sociale e/o psicologico di classici
come Roma
città aperta di Rossellini, Ladri di biciclette di De Sica, Fronte
del porto di Kazan, o per citare esempi più recenti, Philadelphia di Demme, Le onde del destino di Von Trier, La
Morte e la Fanciulla di
Polanski (e ho citato apposta film estremamente diversi tra loro).
Fa parte della Tragedia anche il drammone sentimentale, cosiddetto
Strappalacrime
(e dunque classificato tradizionalmente in un filone meno nobile),
di Anonimo Veneziano di E.M.Salerno, Love Story di Hiller, Titanic di Cameron.
Ne fa parte anche il dramma famigliare narrato con mano più discreta
come La stanza del figlio di Moretti o Ricordati di
me di Muccino. E
per opposizione, anche un film come La Passione di Gibson che porta la
Tragedia ai limiti del truculento. Della Tragedia è tradizionalmente
fratello anche il Dramma Epico, come Apocalypse Now e Il
Padrino di Coppola.
E alla Tragedia si ispirano i film che trattano le biografie di personaggi
illustri, come Toro Scatenato di Scorsese o il suo più recente
The Aviator. Come si può vedere da questo sommario elenco, la
Tragedia (almeno in senso lato) è dunque un genere più frequentato
di quanto si pensi , anche se si stenta sovente a riconoscerlo come tale,
perché i singoli film tendono tutti all’esemplarità,
cioè ad apparire e ad apparirci come unici e dissonanti rispetto
alla produzione corrente. Eppure sono film che molto più di altri,
si fondano su regole di scrittura assolutamente ferree, fino all’implacabilità ,
e richiedono in genere nel narratore, sceneggiatore e/o regista, una
totale , assoluta mancanza di pudore nell’uso, a volte persino
cinico, dei “ferri del mestiere” , inclusi quelli più usati
e abusati.
a) Le Origini
Anche in questo caso sarà utile cominciare da Aristotele,
che nella sua Poetica, o almeno in quanto dell’opera ci è pervenuto,
tratta diffusamente della Tragedia, delle sue origini, delle sue
caratteristiche e della sua struttura di base. Sono talmente numerose
e ricche di suggestioni
le notazioni del grande filosofo greco, che ovviamente non ci è possibile
esaminarle tutte. Qui ci limiteremo a quelle che possono fornirci
indicazioni interessanti ai fini del nostro argomento (la sceneggiatura
cinematografica
e in particolare il disegno dei personaggi).
Per definire le caratteristiche della tragedia Aristotele usa questi
termini:
1. azione di carattere elevato (con il termine “elevato” si
intende superiore all’ordinario, moralmente esemplare, serio
in contrapposizione al faceto proprio della Commedia;
2. azione completa e di una certa estensione (cioè non frammentaria,
una storia narrata dal principio alla fine e con una consequenzialità rigorosa
e puntuale, libera da ogni frettolosità narrativa e dunque,
diremmo oggi, da un format troppo limitato nella durata) ;
3. di linguaggio abbellito ( cioè la parola ha una certa supremazia,
gli argomenti vertono sugli interrogativi fondamentali dell’esistenza,
i personaggi esprimono opinioni, ma anche l’aspetto tecnico e stilistico
della messa in scena, cioè il linguaggio narrativo dell’autore
deve rifuggire da ogni rozzezza).
Ciò spiega l’origine del luogo comune di cui si parlava
sopra: cioè che i film (come i romanzi o i lavori teatrali) che
si riferiscono alla Tragedia, ci sembrano più “elevati” ,
più seri e più degni di riconoscimento. Come ho ricordato
nella precedente lezione, all’origine della rappresentazione scenica
stanno i generi cosiddetti minori: spettacoli di musica e danze o di
puri lazzi e sberleffi, che indulgono all’osceno, e mirano a suscitare
ilarità, eccitazione o repulsione, insomma a sollecitare emozioni
primarie. E’ con la Tragedia che nasce il racconto vero e proprio,
la narrazione organizzata con un inizio, uno sviluppo e una fine. La
Tragedia ci appare dunque come genere superiore, perché anche
narrativamente più”completo”. Anche la Commedia ha
avuto un’evoluzione in senso narrativo ( ne abbiamo parlato nella
precedente lezione) , ma lo stereotipo della Tragedia come genere più “evoluto” e
maturo è rimasto egualmente in noi ( e nella critica, la cui ignoranza
in proposito è certo più ingiustificabile di quella
del pubblico).
C’è poi un altro e fondamentale aspetto che, attraverso
la natura dei personaggi tragici, rimanda al modo in cui il pubblico
vive le emozioni, e di ciò si parla nel prossimo paragrafo.
b) I Personaggi Tragici
Può sembrare dalla classificazione Aristotelica sopra esaminata,
che i protagonisti della Tragedia, persone così poco comuni, siano
caratteri forti, veri dominatori degli eventi, invece è l’esatto
contrario. Scrive Aristotele in uno di passi più difficili e più profondi
della Poetica, spesso trascurato: “ I personaggi di una tragedia
non agiscono allo scopo di rendere certi caratteri, ma assumono certi
caratteri perché siano effettuate certe azioni. Le azioni sono
il fine della tragedia e il fine è la cosa più importante
di tutte. E se non è possibile che si diano tragedie prive
di azione, ce ne possono essere invece senza caratteri.”
Per azione, occorre precisare, Aristotele intende un racconto attraverso
i fatti, gli eventi. Di questi fatti ed eventi, il protagonista
della tragedia è succube. Li vive come Destino ( le
Onde del Destino,
verrebbe da dire). La tragedia si fonda insomma su un paradosso: narra
un’azione inattiva, cioè un’azione che il protagonista
subisce. Egli non ne è attore, ma come sosteneva Carmelo Bene, è agito.
I protagonisti apparentemente forti della Tragedia, sono in realtà l’esatto
contrario. I fatti potrebbero in teoria prescindere da loro, cioè per
usare le parole di Aristotele “può darsi tragedia senza
caratteri”.
Se rileggete quanto abbiamo spiegato nella lezione precedente a
proposito della Commedia, genere che per eccellenza non può esistere senza
caratteri, perché nella Commedia i fatti e le azioni sono estrinsecazioni
dei personaggi, la Tragedia è costruita su uno schema esattamente
contrario: conta la storia (potremmo dire) , cioè quello
che vogliamo fare avvenire, e i personaggi contano soltanto
in quanto subordinati
ai fatti.
Riguardo ai personaggi, scrive sempre Aristotele, cosa ci mostra
la storia narrata? Il loro “cambiamento dalla infelicità alla felicità o
dalla felicità all’infelicità”. Insomma i personaggi
della Tragedia non possono e non devono cambiare i fatti, l’unico
cambiamento da narrare è quello che i fatti, che avvengono
indipendentemente da loro, determinano nella loro condizione emotiva.
Infine un passo davvero fondamentale è quello in cui Aristotele
ci parla della “straordinarietà” di questi fatti.
Comincia col dire che le azioni devono sorgere inaspettate per noi, però poi
una volta in moto, si determinano necessariamente l’una dall’altra
. E precisa: “ Tra i fatti che avvengono per caso, sembrano
straordinari quelli che fanno pensare siano avvenuti a bella posta.
Come la caduta
della statua di Miti, in Argo, che uccise, cadendogli addosso,
mentre la guardava, chi fu causa di morte dello stesso Miti. Fatti
codesti che
non par davvero siano avvenuti per puro caso.”
Ecco dunque spiegato cos’è un personaggio schiavo del proprio
destino. Si verifica un tipico evento casuale ( una morte, una malattia)
, che determina un profondo cambiamento in chi lo subisce (dalla felicità all’infelicità,
nel caso) , ma il protagonista è tale che questo fatto a lui occorso
non ci appare affatto casuale, ma diremmo con termine più moderno”predestinato”,
ci può sembrare a volte, persino che il protagonista se
lo sia meritato.
Il vero deus della Tragedia è l’autore. E’ lui a stabilire
i fatti e gli eventi. E’ lui a forgiare i protagonisti prefiggendo
loro un destino. Mentre nella Commedia è il carattere dei personaggi
a guidare l’autore al racconto di fatti nei quali questo carattere
possa meglio estrinsecarsi, nel racconto tragico il protagonista dipende
totalmente dal tracciato che l’autore ha stabilito per lui.
Se dunque, nel senso comune, il burattino e la marionetta sono
associati alla Commedia, in realtà sono i personaggi tragici i più manovrati,
i meno autonomi, i più schiavi della volontà dell’Autore
e della sequenza di eventi che l’Autore ha deciso loro di
infliggere.
c) Il Fine della Tragedia
Torniamo ora al passo iniziale in cui Aristotele sostiene che nella
Tragedia, il fine “è la cosa più importante di tutte”.
( E si potrebbe aggiungere che per l’Autore il fine giustifica
i mezzi, e cioè ogni tecnica dev’essere spietatamente messa
in campo purché il fine sia raggiunto). Ma qual è questo
fine? E’ noto che per Aristotele il fine della Tragedia è “suscitando
il terrore e la pietà, pervenire alla purificazione di tali affezioni.” E
la famosa teoria della Catarsi. Per “tali affezioni”, Aristotele
non intende la rappresentazione/imitazione delle emozioni, ma i sentimenti
che proviamo nella vita reale. Per dirla rozzamente, il fatto che simili
sentimenti vengano imitati e rappresentati su una scena “finta”,
da un lato ce li fa rivivere, dall’altro ci conforta perché sappiamo
che non sono reali e dunque possiamo in qualche modo partecipare all’emozione
del protagonista senza soffrirne veramente e soprattutto senza
patirne le conseguenze.
Questo è un altro motivo della segreta predilezione del pubblico
(di noi pubblico) per la Tragedia. Una Commedia, come abbiamo visto,
può divertirci, ma lasciarci anche degli interrogativi di
non poco conto, per esempio sui ruoli sociali (quelli reali) che
possono,
dopo e al di là dello spettacolo, apparirci falsi, convenzionali
e passibili di cambiamento. La Tragedia invece si interroga apparentemente
sulle grandi e insolute questioni dell’esistenza, e dunque
ci appare più profonda, ma in realtà lascia (nel
suo stesso racconto) le cose inalterate, ci dice che esse nella
loro ferrea dinamica non sono
passibili di cambiamento. L’esistenza ci appare imprevedibile,
ma poi segnata dagli eventi in modo deterministico e del tutto
sottratta alla nostra volontà. Di fronte ai fatti non possiamo
fare che altro che provare emozioni (felicità/infelicità),
cioè Patire.
Questo patire, cioè un subire passivo in cui l’unica attività possibile è partecipare
intensamente all’emozione provata, è la stessa condizione
in cui si trova il pubblico che allo spettacolo assiste, e al quale può partecipare
solo emotivamente. Non c’è dunque semplicemente l’effetto
consolatorio della Catarsi (“dio mio quanto ho pianto, ma per
fortuna era solo un film”) c’è nel dato oggettivo
della presenza a uno spettacolo, un’identificazione naturale con
protagonisti che come noi, subiscono e partecipano emotivamente, perché altro
non possono fare.
Si è discusso molto e ancora si discute se sia davvero la Catarsi
il fine del racconto tragico. Secondo molti autori, in realtà il
fine è semplicemente suscitare quelle emozioni, che da pubblico,
nella nostra stessa condizione di spettatori, ci permettono facilmente
di identificarci con il destino dei protagonisti.
Non voglio sostenere con questo che certi drammi non ci aiutino
anche a cercare di cambiare le cose. Se partecipiamo al dramma
vissuto dal
protagonista di Philadelphia, certo possiamo confortarci col fatto
che non abbiamo perciò preso l’Aids, ma possiamo anche venire
stimolati a comprendere lo stato d’animo e la condizione di chi è diverso
da noi e possiamo imparare a solidarizzare con i malati di Aids. Dunque
sarebbe sbagliata qualsiasi semplificazione che ci facesse pensare che
la Commedia cambia la vita, mentre la Tragedia la riconferma, e che dunque
la Commedia è progressista e la Tragedia reazionaria. Non è proprio
questo il problema. Liberarsi dai luoghi comuni non significa precipitare
in luoghi comuni speculari.
Il problema è che le due narrazioni , quella della Commedia e
quella della Tragedia, nascono da un punto di vista opposto. Se scriviamo
una commedia, è indispensabile partire dai caratteri. Se scriviamo
una Tragedia, dobbiamo partire dai fatti. Starà poi alla nostra
sensibilità di autori stabilire se la nostra Commedia intende
essere sovversiva rispetto ai ruoli sociali, mostrandone l’inconsistenza,
oppure (come accade in molte commedie) riconfermarli , mettendo per esempio
in satira i comportamenti delle minoranze al solo scopo di irriderli.
Starà alla nostra sensibilità di autori stabilire se la
nostra Tragedia intende prospettare al pubblico l’ineluttabilità delle
cose, oppure proprio a partire da questo vissuto di ineluttabilità,
stimolare le emozioni e le idee per esaltare (come in Antigone) l’urgenza
e la necessità di un riscatto e di un cambiamento radicale.
In entrambi i generi, l’autore ha a che fare con il necessario
superamento dei propri pudori. Nella Commedia non bisogna temere di andare
fino in fondo nell’accumulo degli equivoci e nella sagra dei mascheramenti/smascheramenti.
Ma potete farlo anche restando “buoni”. Nella Tragedia ,molto
più che nella Commedia, si devono fare accadere le cose meno augurabili,
e non possiamo che essere “cattivi” nei confronti dei
personaggi (e del pubblico).
Per fare un esempio celebre: è stato certo un trauma ben poco
catartico, infliggere al pubblico infantile (e anche a quello adulto)
la morte della mamma di Bambi. Che Bambi resti un capolavoro nella storia
del cinema, non c’è dubbio. Ma la stessa Disney mostrò di
considerarlo un errore, sotto il profilo pedagogico. E dopo quel film
si usò molta maggiore delicatezza nel presentare ai bambini eventi
traumatici, per esempio facendo morire il padre (come nel Re
Leone),
sacrificio psicologicamente meno sconvolgente di quella della madre.
D’altro canto se il pudore avesse contagiato gli sceneggiatori
di Bambi, magari suggerendo loro di fare riapparire la madre rediviva
(come la nonna di Cappuccetto Rosso dal ventre del lupo), non solo
la Tragedia sarebbe andata a farsi benedire, ma si sarebbe indebolita
la
forza espressiva del film.
Se non ve la sentite di uccidere la madre di Bambi, non mettetevi a scrivere
Tragedie.
E’ di una crudeltà inaudita che la coraggiosa e leale pugile
di One Million Dollar Baby venga non solo aggredita alle spalle dalla
sua violenta, criminale e impunita avversaria, ma che vada addirittura
a sbattere la testa contro lo sgabello incautamente sistemato sul ring
dal suo allenatore. Ma questo snodo attua perfettamente l’insegnamento
di Aristotele: l’evento casuale ( e cosa può esserci di
più casuale e assurdo di uno sgabello sistemato sul ring al momento
sbagliato) ci appare necessario, inevitabile, predestinato. Nel caso,
nessuno lo ha meritato, né la giovane pugile, né il suo
allenatore, però per tutto il corso della narrazione abbiamo visto
l’allenatore cercare di dissuadere la giovane dal pugilato e ora
possiamo concluderne che “si sapeva come sarebbe andata a finire,
ma nessuno ha fatto niente per evitarlo.” Ne soffriamo doppiamente.
E questa è la legge della Tragedia.
ESERCIZIO – Anche stavolta, come nella precedente lezione, l’argomento è troppo
ampio per poter suggerire degli esercizi, ma anche questa volta vi raccomando
lo studio di un film, cioè Kramer contro Kramer (1979) di Robert
Benton. Il film non è una Tragedia a fosche tinte, ma esprime
molto bene il tipo di Dramma per cui il cinema contemporaneo pare più portato
. L’attore protagonista è lo stesso di Tootsie, cioè Dustin
Hoffmann, e credo possiate trovare interessante vederlo alle prese con
un copione di opposta scrittura. Il confronto tra i due film, può essere
molto utile a farvi intendere quanto possa cambiare il disegno
di un protagonista, e come sia necessariamente diverso il suo rapporto
con
gli eventi, in una Commedia e in un Dramma.
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