|
indice della sezione
premessa
prima
lezione
seconda lezione
terza lezione
quarta lezione
quinta lezione
sesta lezione
settima lezione
ottava lezione
nona lezione
decima lezione
undicesima
lezione
dodicesima
lezione
tredicesima
lezione
quattordicesima
lezione
esercizi
aprile 2005
esercizi
maggio 2005
esercizi
giugno 2005
esercizi
settembre 2005
esercizi
novembre 2005
esercizi
gennaio 1006
commenti
|
LEZIONE XV
I GENERI MODERNI
A) L’EPICA COME CONTAMINAZIONE
Nelle tre precedenti lezioni, a proposito delle origini dei Generi,
abbiamo visto che secondo Aristotele essi sono tre: la Commedia,
la Tragedia e l’Epica. Quest’ultima è una
contaminazione tra i primi due generi.
Per capire bene cosa si possa intendere per “contaminazione” ,
torniamo al cinema d’azione e consideriamo un tipo di film
che non rientra nel modello James Bond , di cui si è trattato
nella precedente lezione, e cioè il film di gangster.
Che si prenda a riferimento un film classico, già considerato
nelle prime lezioni, come Pericolo Pubblico n.1 (White Heat ,
1948) di Raoul Walsh con James Cagney, oppure Carlitos’ Way (1993)
di Brian de Palma con Al Pacino, o il recente The Pusher (Layer
Cake, 2005) di Matthew Vaughn con Daniel Craig, il discorso
(dal punto di vista della struttura narrativa ) non cambia. Gli
elementi fondamentali sono questi:
1. L’eroe è un criminale , dunque non incarna valori
morali
2. Il linguaggio non è affatto elevato, ma “basso” e
gergale
3. L’eroe , nella sua spavalderia o con la sua indubbia capacità a
togliersi dai guai, può persino apparirci simpatico
4. Le sue convinzioni, in genere piuttosto ciniche, sovvertono
e trasgrediscono i luoghi comuni circa i ruoli sociali
5. L’eroe è attivo, non subisce passivamente i fatti,
anzi dà origine alle azioni e quando le conseguenze rischiano
di travolgerlo, reagisce da vincente
Come si vede, fin qui siamo pienamente all’interno delle
caratteristiche che Aristotele assegnava alla Commedia, ma andiamo
avanti…
6. L’azione è protagonista assoluta, sono gli eventi
che scandiscono
la vicenda, sempre più
vorticosi e incalzanti
7. Per quanto si consideri (e si dimostri) padrone nel suo destino, l’eroe
più sale i gradini della sua carriera, più si manifesta vincente,
e più crea le condizioni
della sua sconfitta finale
8. La sconfitta finale dell’eroe assume un rilievo simbolico: è la
materializzazione del suo Fato
Queste altre sono caratteristiche tipicamente tragiche.
Riguardo in particolare all’ultimo punto: famosa la battuta con cui James
Cagney, braccato dalla polizia, salito in cima a un enorme serbatoio di gas,
prima della sua inevitabile fine, riassume insieme la situazione e il senso della
sua vita: Made It, Ma! Top of the World! (Ce l’ho fatta, mamma!
Sono in
cima al mondo!).
Abbiamo così esemplificato come il racconto epico (d’azione) accolga
e fonda in sé elementi diversi e opposti. La “contaminazione” tra
stili e generi, non è affatto un modello estetico tipicamente moderno, è anzi
all’origine del racconto stesso.
B) IL CINEMA E LO SVILUPPO DEI GENERI
Abbiamo già fatto notare come la Poetica di Aristotele sia un testo giuntoci
incompiuto.
Non possiamo dunque dire con certezza se il filosofo greco si sia
fermato all’individuazione/disamina di questi tre generi fondamentali,
oppure (come è molto probabile da indicazioni sparse nel testo) si sia
diffuso anche su altre strutture narrative (la poesia lirica, per esempio) e
forme di rappresentazione (il balletto, le attività circensi, la mimica),
non solo nelle loro origini, ma nel loro divenire dopo che i generi fondamentali
si sono strutturati. Quel che è certo, è che la storia della letteratura,
del teatro, dello spettacolo in genere e del cinema (nelle loro reciproche influenze)
hanno nel tempo dato luogo a una serie infinita di variazioni e di sfumature,
a tal punto che oggi si stenta a volte a riconoscere il Genere di appartenenza
di un certo lavoro e che ne se sfornano in continuazione di nuovi, spesso etichette
vacue e passeggere. Ciò non significa che le indicazioni “fondative” di
Aristotele siano da considerare ormai irrilevanti, anzi prenderle come riferimento
può aiutarci molto a non disperderci nella jungla dei generi e dei sotto-generi.
Per restare al cinema, alcuni generi, cosiddetti codificati, non lo sono affatto,anzi
per certi versi non sono nemmeno da considerarsi generi veri e propri. Ad esempio
il Western. E’ davvero un genere? Dal punto di vista
narrativo e di struttura, no. Si sono fatti western di tutti i generi: musicali,
sentimentali, storici,
fantastici, ideologici, erotici, western-commedia, epici e tragici. Il “Genere
Western” come tale non esiste, definisce solo uno scenario, non una struttura
di racconto. (Per chi di voi conosce l’inglese e sia interessato
a questo
tema, consiglio il bel saggio di Scott Simmon , The invention of the Western
Film, Cambridge University Press, 2003).
Altri generi hanno invece costituito nel tempo un unicum di tutto rilievo, apparentemente
con caratteristiche tutte proprie.
E’ il caso del cinema Horror.
C) IL GENERE HORROR
Partiamo dall’attuale mainstream, cioè dal soggetto prevalente nella
produzione corrente di cinema horror.
Un gruppo di persone (in genere giovani , con ragazze molto attraenti) riunite
in un unico ambiente (una casa, un campeggio vacanze, una scuola, una piccola
città, un’isola o una landa desolata) viene massacrato un poco alla
volta (uno per uno) dai Mostri o dal Mostro di turno. Alla fine i sopravvissuti
sono solo uno o due , ma il finale resta comunque aperto… uno dei sopravvissuti,
marchiato dal trauma, potrà ripetere gli omicidi efferati diventando a
sua volta Mostro, o il Mostro potrà risorgere in cerca di nuove vittime.
Non sarebbe neppure necessario citare dei film, la lista sarebbe lunghissima
e ciascuno di voi può ricordarne senza sforzo almeno una dozzina. Si ritiene
in genere che questo modello di racconto origini da alcune celebri serie anni
70/80, come Non aprite quella porta, Le colline hanno gli occhi, Venerdì 13,
Nightmare, Halloween, Evil Dead eccetera. Però non è affatto così.
Questo stesso soggetto era stato messo in scena nei film di Mario Bava e prima
ancora nei B-Movies di registi come Gordon H. Lewis, ma non può dirsi
tipicamente horror in quanto è stato usato ampiamente anche nel cinema
di fantascienza, nel cinema catastrofico e persino nel giallo. Basti pensare
a Dieci piccoli indiani di Agata Christie (1939) romanzo, poi lavoro teatrale
e spunto di molte trasposizioni cinematografiche, fondato appunto sullo stesso
meccanismo “ad eliminazione”. Lo stesso Maria Bava e dopo di lui
Dario Argento hanno mescolato nei loro film queste due distinte ascendenze: il
giallo e l’horror.
Ma cosa comporta questo meccanismo dal punto di vista dei personaggi?
1. I personaggi vengono creati per essere eliminati , non sono che mere e stereotipate
caratterizzazioni.
2. I personaggi sono tutti passivi, subiscono gli eventi e vanno incontro al
loro inevitabile destino, che è poi un autentico martirio.
3. Il vero protagonista (cui viene dedicato tutto lo sforzo creativo) è il
Mostro.
4. Il Mostro, che nessuno riesce mai ad eliminare definitivamente , simboleggia
né più né meno che la Morte.
Se ne potrebbe dedurre che questo genere di racconto sia tipicamente, esasperatamente
tragico. Eppure non è così in quanto nessuno tra i personaggi (a
parte la Morte stessa) grandeggia, e il tono non è affatto elevato, ma
al contrario esplora fino in fondo ogni bassezza umana e disumana. Tanto meno
può definirsi Commedia, stante la passività dei personaggi, la
quasi assoluta mancanza di “positività” , lo scarso approfondimento
dei ruoli sociali e delle psicologie. E nemmeno, pur se predomina l’azione
più forsennata, può venire definito Epico, in quanto nessun personaggio
(a parte la Morte) assurge al ruolo di eroe e i singoli protagonisti non sono
affatto tali, ma membri di un “coro” progressivamente falcidiato,
funzionali solo al proprio (pre-scritto) fallimento: non hanno neppure il tempo
per trarre un bilancio del loro Destino, la loro Fine è spesso e volentieri
gratuita.
Abbiamo già detto che questo tipo di soggetto non è necessariamente
horror. Ma va anche aggiunto che ci sono una quantità di horror che non
si fondano affatto su questo meccanismo. Anzi gli horror che hanno fatto la storia
del cinema, che ne hanno cioè mutato gli indirizzi, dando il via a una
serie di imitazioni a catena, hanno tutt’altra struttura, come i film di
Roger Corman tratti da Poe, come Psycho, Rosemary’s Baby, L’Esorcista,
Lo Squalo e se vogliamo anche il recente The Ring. Qui un chiaro protagonista
c’è sempre, anche più di uno, e non coincide sempre ed inequivocabilmente
con il Mostro. La narrazione è varia, mutevole, non ripetitiva, ricca
di scansioni e ritmi diversi, e sovente al di fuori di uno stretto codice di
genere.
Inoltre, non mancano certo i film narrativamente fondati su questo meccanismo,ma
che lo hanno però modificato e alterato in profondità, soprattutto
nel rilievo assegnato ai personaggi. Ad esempio Alien, nel quale non si può certo
dire che il personaggio di Ripley sia una mera caratterizzazione.
Dunque: cosa definisce il genere Horror? Non il soggetto, non la struttura narrativa,
non la gerarchia tra i personaggi , il loro maggiore o minore rilievo, ma la
decisa selezione del punto di vista emotivo. E’ “cinema di
paura”.
Deve far paura. Si fonda cioè su un patto stabilito con il pubblico e
che non può venire tradito pena il totale fallimento del lavoro. Insomma,
l’horror, che la critica ufficiale troppo spesso tende a classificare come
esteticamente scadente e degradato, si definisce invece in virtù di una
specifica ricerca di stile. E’ lo stile che definisce l’horror,
non
il racconto, come bene ha mostrato Alfred Hitchock nei suoi film, coniugando
tutte le sfumature del “brivido”: la Morte può far fremere
e subito dopo suscitare un sorriso liberatorio (La congiura degli Innocenti)
, può fare inorridire per crudezza realistica (Frenzy), può allucinare
attraverso il delirio delle immagini (Psycho), o creare un senso di
attonito
e disarmato stupore come di fronte a un’inspiegabile apocalissi collettiva
(Gli Uccelli).
In un film di paura, l’importante non è la storia, ma come la si
racconta. La storia è giusta se fornisce occasioni per la paura. Ma è il
modo in cui si raccontano le situazioni, non le situazioni stesse, che individua
e precisa la sfumatura prescelta, su un arco emotivo che va dalla “semplice” suspense
all’orrore (e dall’orrore al ripugnante). Queste sfumature sono il
vero soggetto/oggetto della narrazione.
Abbiamo così qualcosa di apparentemente nuovo, rispetto alla codificazione
classica. Non semplicemente gli eventi come protagonisti, ma una particolare
emozione come vero centro narrativo, come focus.
Da questo punto di vista, l’Horror, come genere, ha la stessa natura del
Comico, del Sentimentale, dell’Erotico/Porno: l’Horror deve fare
paura, il Comico deve far ridere, il Sentimentale deve commuovere, l’Erotico
e il Porno devono eccitare sessualmente. E’la storia, è il tipo
di personaggio o di personaggi protagonisti a determinare il Genere? No, è l’emozione
che vogliamo trasmettere e per farlo le scelte stilistiche devono essere estremamente
consapevoli e sapersi anche continuamente aggiornare, in quanto ciò che
fa paura oggi, domani (con la ripetizione e l’abitudine, con la mutata
sensibilità del pubblico) non farà più paura. Questi generi
estremi sono dunque condannati alla perpetua ricerca espressiva, che muove dalla
conoscenza della tradizione precedente, ma che fondandosi sulla mutevolezza delle
passioni e del sentire comune, deve costantemente rinnovarsi, se non vuole perdere
sintonia con il pubblico.
Riprendendo Aristotele, questi generi sono da considerarsi precedenti al racconto
strutturato: nascono intorno a un’emozione, si esprimono per frammenti,
sono funzionali non ad un equilibrio interno, ma rispetto al rapporto con il
pubblico che è lì, in quel momento dato.
E’ evidente che certe pulsioni “primitive” hanno nella storia
dell’Umanità una permanenza che va al di là delle epoche
e dei costumi e che si annidano profondamente nell’inconscio collettivo,
dunque questi generi non sono necessariamente “datati”, ma è altrettanto
indubbio che la forma espressiva è determinante nella loro efficacia.
Il Fantasma dell’Opera di Rupert Julian con Lon Chaney è un
grande
film che può venire gustato ancor oggi, ma certo non può suscitare
in sala la stessa paura che suscitò all’epoca della sua uscita. Analogamente,
il cinema erotico
dell’epoca del “si vede, non si vede” non può certo
destare gli stessi turbamenti sul pubblico degli adolescenti di oggi.
Alcuni di questi film possono diventare dei Classici, ma l’Horror (e in
generale il cinema dei generi sopra indicati) è un cinema per definizione
Anti-Classico. Un’esperienza visiva già vissuta molte volte, non è necessariamente
noiosa, anzi può confortare, risultare gradevole, persino desiderata e
appagante, ma l’Horror non può permettersi di essere confortante,
né gradevole, e per risultare appagante deve sconvolgere l’abitudine.
L’emozione è tanto più forte, quanto più vicina al
momento sorgivo, quando cioè si ha la sensazione di provarla/scoprirla
per la prima volta in quel momento, quando ci colpisce perché inattesa
e imprevista.
Insomma: i generi che Aristotele indicava come sorgivi ( precedenti alla narrazione
strutturata) sono per loro natura destinati a ritrovare costantemente questa
primitiva , originale purezza e forza sorgiva.
Non sono generi eminentemente “scritti”, o comunque non scritti in
modo tradizionale, come appunto si scrive “una storia” , perché ciò che
conta non è tanto il cosa si racconta, ma il come lo si racconta. A volte
può trattarsi di semplici canovacci , a volte possiamo invece trovarci
di fronte a una selva di indicazioni talmente minute da parere ossessive.
Infine, si tratta di cinema “fisico”. Il dialogo conta sempre molto
poco. Conta quello che vediamo accadere. L’Horror (in questo è simile
al porno) è rimasto ancora “cinema muto” (si sentono più urla
e rumori che discorsi).
Sempre dal punto di vista della sceneggiatura, tenete conto del fatto che l’Horror
( per origine e per storia) è racconto per frammenti. In altre parole,
sono le singole scene (per esempio il modo in cui avvengono le singole uccisioni)
ad essere dominanti sulla storia, non viceversa. La storia va costruita a partire
dalle scene, non le scene dalla storia.
La stessa cosa vale del resto per il cinema comico: si tratta di fornire al comico
situazioni che siano fonte di risate, a prescindere dalla plausibilità del
racconto, tanto anche il racconto più strutturato e plausibile, in mano
a un comico, verrà sempre e comunque trasgredito da una recitazione sopra
le righe o fuori da ogni registro di credibilità psicologica e di coerenza
narrativa. I veri comici sono anarchici per natura, devastano ogni ordinata scorrevolezza
del racconto. Come ha detto in un’intervista Vicenzo Cerami, lo sceneggiatore
di Benigni, “ a Roberto bisogna dare dei binari.” Cioè il
lavoro dello sceneggiatore, in casi del genere, è precisare una situazione
definita, uno spunto, una cornice, nella quale il comico possa sprigionare tutta
la sua carica espressiva. Senza questo “binario” spesso la comicità si
perde in totale insensatezza, non trova né radicamento, né misura,
né tempi. Ma un testo troppo definito nei dettagli e nei dialoghi, può invece
imbrigliare l’espressività del comico, avvilirne le qualità “sorgive”.
Approfondiremo questo tema nella prossima lezione, che verterà appunto
sulla differenza tra commedia cinematografica e cinema comico.
Torniamo all’Horror: questi stessi binari, queste situazioni forti di riferimento,
come sceneggiatori non dovrete pensarli per l’attore, ma per il regista.
Il più delle volte sarà il regista stesso a dirvi: “vedo
una scena così… e un’altra così” e starà a
voi metterle per iscritto e poi escogitare delle scene di raccordo che possano
giustificare o comunque unire quei frammenti in una narrazione d’insieme
che si preoccupi di conservare una qualche logica. Ma ponetevi comunque il problema,
d’intesa con il regista, di escogitare altre scene “forti” sulle
quali scandire il racconto nel corpo di un tessuto narrativo unitario, altrimenti
alla fine si avrà un film squilibrato, in continua alternanza tra scene
clou e scene di puro raccordo, costrette ad equilibrismi narrativi pur di dare
una qualche parvenza di coerenza all’insieme.
Se viceversa, magari trasponendo in film un racconto o un romanzo ben strutturato,
avvertite che le situazioni sono troppo poche, dovrete aggiungerne altre, oppure
concentravi su quelle poche, ma curandole al dettaglio, in modo che possano sprigionare
la massima potenza espressiva.
Un esempio.
Nel romanzo Shining di Stephen King, le situazioni potenzialmente paurose
sono troppe per un film di due ore e alcune di esse (per esempio i cespugli del
giardino-labirinto
scolpiti a forma di animali che si animano ) non sono cinematografabili a meno
che non si voglia rischiare un tipo di grottesco che può facilmente sfociare
nel ridicolo. Stanley Kubrick dunque, nel film tratto da Shining, decide di
ridurre drasticamente le situazioni e di sottolineare quelle che a suo giudizio
sono le più forti. Vediamo a confronto il romanzo e il film in una di
queste scene clou.
Nel romanzo, quando la moglie dello scrittore ha la bruciante rivelazione che
suo marito sta impazzendo, veniamo sorpresi (da lettori) con una pagina identica
a quella che legge la moglie del protagonista, pagina nella quale viene ripetuta
all’ossessione un’unica frase: Il mattino ha l’oro in bocca.
Nel film di Kubrick non è la pagina la protagonista , ma la moglie
stessa: la macchina stringe sulla sua espressione, sui suoi occhi dilatati ,
sulla sua
bocca che si apre senza riuscire a prendere fiato. Di nuovo: si racconta la stessa
cosa, ma le risorse espressive (la pagina stampata e l’immagine cinematografica)
sono diverse e richiedono scelte stilistiche diverse.
Inoltre, anche in questa scena, è il clima d’insieme a rendercela “paurosa”.
E’ l’andamento complessivo della narrazione, ad esaltarne il pathos.
Si deve arrivare in un certo modo alla scena, perché possa funzionare
al massimo… questa scena non deve semplicemente venire incollata alle altre
o infilata in una ripetitiva quanto prevedibile alternanza tra scene forti e
scene di raccordo, necessita di una adeguata preparazione drammaturgica.
E infine: la frase di per sé non ha nulla di orrorifico, è un banalissimo
proverbio. Il fatto che lo scrittore sia sbroccato e abbia ripetuto all’infinito
una frase comune ridotta a non senso, potrebbe anche essere uno spunto comico,
se raccontata in un altro contesto e in altra maniera. La scena è molto
difficile per un film horror: non c’è sangue, non c’è violenza, è statica,
non accade nulla. Dobbiamo avvalerci del movimento di macchina, dell’interpretazione
dell’attrice, della scenografia (il piccolo tavolo da lavoro sperso nell’immensità di
un salone), della musica (e/o del silenzio) per rendere questa scena potente.
In una sceneggiatura horror le indicazioni sui movimenti di macchina, sui rumori
di fondo, sulle ombre e le luci degli ambienti, sui dettagli più minuti
degli spostamenti degli attori e del loro crescendo espressivo sono, fin dai
primordi del cinema, estremamente più numerose e precise di quelle di
una sceneggiatura di altri generi cinematografici.
In conclusione: in un Horror lo stile è dominante. E questo incide, eccome,
sul lavoro di sceneggiatura. Anche se non vi si chiede altro che scrivere una
traccia, dovete imparare a “vedere” la scena che descrivete. Dovete
concentrarvi sul focus emotivo, ciò che secondo voi può meglio
innescare una reazione di paura. Più le vostre indicazioni di sceneggiatura
sono sintetiche, più devono essere precise e forti. Deve risultare sempre
estremamente chiaro come, secondo voi, quella certa situazione può “fare
paura”. Il regista sarà sempre libero di realizzare la scena in
altro modo, ma il vostro suggerimento deve essergli comunque di stimolo. Di fronte
a una pagina di sceneggiatura che non fa paura, il più delle volte accade
che il regista (o il produttore) la cestinino e basta, ritenendola semplicemente
inutile.
ESERCIZI – Essendo questa una lezione puramente teorica,
non ho esercizi particolari da consigliarvi. Tuttavia sarebbe utile se, prendendo
uno dei film
sopra indicati, quelli più semplici ( tipo uno qualsiasi tra quelli delle
serie horror anni 70/80) vi dedicaste a smontarlo per studiare la disposizione
delle scene: quanto spazio viene dedicato al prologo di presentazione dei personaggi,
a che punto compare il mostro (o i mostri), quali e quante sono lo scene splatter,
in cosa si differenziano tra loro per non apparire ripetitive (sono semplicemente
differenti o in un crescendo di efferatezza?), come vengono raccordate tra loro
e in particolare: c’è un tema generale o magari un mistero che fa
da tirante e filo narrativo? Viene svelato man mano o soltanto alla fine?
Anche se questa struttura narrativa sarà ricavata a posteriori, potrà comunque
fornivi una buona base di confronto per l’andamento da dare al vostro racconto.
Se invece state già scrivendo una sceneggiatura horror (qualcuno di voi
nei mesi scorsi mi ha inviato degli incipit dopodiché non è riuscito
più ad andare avanti) va benissimo che cerchiate di precisare i personaggi
e l’ambiente, ma poi, invece di procedere in modo ordinato, con un soggetto
vero e proprio, procedete per frammenti: ideate “scene di paura”,
anche slegate le une dalle altre, ripensatele poi in sintonia con i vostri diversi
personaggi, e solo dopo tutti questi appunti sparsi, affrontate il problema della
storia da raccontare e dei ritmi e della progressione da dare agli eventi.
|