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LEZIONE XXII
L’ADATTAMENTO (I)
Prima di affrontare l’esame di altri generi cinematografici, è bene
considerare un aspetto che li percorre trasversalmente. Avrete
già notato che abbiamo spesso parlato di film, di generi
diversi, ma egualmente ricavati (più o meno liberamente)
da romanzi. Per lo sceneggiatore non si tratta in questi casi di
scrivere una storia originale, pensata fin dal principio per il
cinema, ma di trasporre cinematograficamente un’opera narrativa
preesistente e che il più delle volte non prevedeva neppure
una versione cinematografica. Sembrerebbe un compito particolarmente
difficile per uno sceneggiatore, ma è tuttavia un’esperienza
fondamentale, anche a puro titolo di esercizio, e offre notevoli
vantaggi. Anzitutto siete liberati dall’esigenza di dover
inventare una storia e creare dei personaggi, perché la
storia e i personaggi esistono già. In secondo luogo, imparando
a sceneggiare una storia scritta da altri, potrete familiarizzarvi
con una situazione assolutamente abituale nel cinema. E’ infatti
ancora oggi piuttosto raro che un film nasca dall’idea narrativa
di uno sceneggiatore. Nella stragrande maggioranza dei casi, sarete
chiamati a sceneggiare un’idea di altri, nata cioè da
uno stimolo produttivo, dall’ispirazione di un regista o
dalle aspirazioni di un attore di cartello. E spesso queste idee
nascono da narrazioni pre-esistenti. Proprio per questi motivi
uno dei test di ammissione più frequenti alle Scuole di
Cinema è l’adattamento. Il fondamentale requisito
di uno sceneggiatore non sta nel fatto di essere autore originale
di una storia, ma di essere in grado di “mettere in scena” una
storia, non necessariamente creata da lui stesso.
Ecco i requisiti preliminari per realizzare un adattamento:
1. Leggere il testo originale. Questo può sembrare ovvio,
ma non lo è. Di certi romanzi classici, già oggetto
di numerose trasposizioni, si può pensare di conoscere già la
storia, quanto meno nei lineamenti essenziali, e che dunque basti
rinfrescarsela con una rapida lettura. Niente di più sbagliato.
I testi letterari che hanno avuto molte trasposizioni, si prestano
alle più diverse interpretazioni: le varie versioni (teatrali,
radiofoniche o cinematografiche) non sono meri remake, anzi ciascuna
di esse si giustifica per la sua particolarità. Questo avviene
perché ogni lettura di un romanzo interviene nel romanzo
stesso. Il romanzo è fin dalle origini molto più interattivo
di quanto si pensi, sicuramente molto più interattivo del
cinema. Il lettore è infatti costretto ad immaginarsi i
personaggi, gli ambienti e le situazioni, e ciascuno se li figura
secondo la propria e autonoma sensibilità. Inoltre certi
passaggi narrativi che risultano fondamentali per alcuni lettori,
per altri non lo sono altrettanto e possono persino passare inosservati.
Infine tempi, modi e capacità di lettura sono diversi da
lettore a lettore. Dunque leggete e lasciate anzitutto che il romanzo
solleciti la vostra immaginazione.
2. Scalettate gli eventi del romanzo, i passaggi fondamentali che
scandiscono la storia dal principio alla fine. Passando alla sceneggiatura
non dovrete necessariamente rispettare la struttura originale,
ma dovrete comunque tenerla ben presente, per poter valutare ogni
singolo scostamento. In un romanzo c’è sempre qualcosa
da togliere, nel passaggio al film, e non lo si può togliere
a caso, altrimenti si perde l’equilibrio dell’insieme.
A volte c’è anche qualcosa da aggiungere, per esprimere
meglio una situazione. Saltare o aggiungere un passaggio, alterare
l’ordine degli eventi, riassumere un momento per sottolinearne
invece un altro, sono tutte scelte che devono corrispondere all’efficacia
cinematografica, ma anche a una coerenza generale del racconto.
3. Guardate, se ci sono, le precedenti trasposizioni cinematografiche.
Molti non lo fanno per il timore di restarne condizionati. Timore
ingiustificato. Che dalla stessa storia si possano trarre versioni
tanto diverse, non potrà che stimolare il vostro particolare
punto di vista. Sicuramente leggendo il romanzo avete avuto altre
suggestioni e vi capiterà come al pubblico di restare se
non delusi, perplessi di fronte a certi film tratti dal romanzo,
perché avete visto trascurati momenti che alla vostra lettura
sembravano invece tanto essenziali, quanto espressivi. Potrete
di fronte alla pluralità e varietà delle versioni,
sentirvi più liberi di esplorare fino in fondo la vostra.
4. Cercate di individuare il centro, il focus del racconto. Concentratevi
su quei momenti del romanzo che per voi ne hanno espresso il senso
più profondo. Qualcuno di voi potrà trovare la storia
inscindibile dal suo contesto storico e geografico perché è proprio
questo contesto che vi ha affascinato. Qualcun altro potrà invece
essere più attratto da aspetti del tutto attuali, da una
dinamica psicologica o di eventi che può essere raccontata
e reinterpretata anche al di fuori di quel contesto. Qualcuno potrà trovare
il focus nella filosofia espressa dal romanzo, nel suo rivelare
una certa “verità” ,un prezioso punto di vista
sul mondo e sull’esistenza umana. Qualcun altro potrà essere
conquistato da un personaggio, non necessariamente il protagonista
, e prendere quello a paradigma, narrandone la storia nella storia,
il romanzo nel romanzo. Cercate di non divagare da un elemento
all’altro. Il racconto cinematografico comporta scelte nette
e decise.
5. Evitate di considerare il romanzo originale come pure pretesto
per raccontare dell’altro. Il romanzo è un pre-testo,
solo nel senso che precede la vostra trasposizione, ma è un
testo e fa testo, che voi lo vogliate o no. Gli scacchi e la dama
si giocano con la stessa scacchiera, ma sarebbe insensato giocare
a dama con le pedine degli scacchi. Il romanzo definisce il gioco,
a voi le mosse, ma dentro quel sistema di gioco. Altrimenti non
si capisce (non lo capisce il pubblico) perché abbiate scelto
quel romanzo, quando potevate farne benissimo a meno e raccontare
invece una storia vostra. Il rispetto dell’originale sta
tutto qui: non sta nel seguirne pedissequamente i passaggi in un
improbabile sforzo di fedeltà, sta nel rispetto della vostra
stessa scelta di partenza. Motivatela, ma non traditela. Spesso
la scelta non sarà stata vostra. Qualcuno vi avrà affidato
il compito di sceneggiare il romanzo, dandovi indicazioni generiche
oppure estremamente precise. Ma dal momento in cui accettate il
lavoro, quelle indicazioni dovranno diventare vostre e la scelta
altrui dovrà essere da voi condivisa. Altrimenti è più onesto
che diciate: no, grazie, quel romanzo (o la versione che me ne
proponete) non mi convince.
Vediamo ora un paio di esempi celebri di trascrizioni cinematografiche
(il primo subito, il secondo nella prossima lezione) che ci saranno
utili a chiarire e approfondire in concreto le indicazioni di cui
sopra.
a) Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde
Il romanzo breve di Robert Louis Stevenson esce nel 1886 e viene
adattato per il teatro già nell’anno successivo da
Thomas Russell Sullivan, che inserisce nel plot una storia d’amore
del tutto assente nel romanzo. Questo primo adattamento fornirà poi
la base per le più note versioni cinematografiche del romanzo
(in totale se ne contano più di 120 e l’elenco continua
ad allungarsi). Vediamo alcune delle variazioni più cospicue
apportate all’originale.
1. La struttura narrativa
Il romanzo di Stevenson , come risulta evidente fin dal titolo, è un
mistery. Inizia con un atto di violenza su una bambina perpetrato
da uno sconosciuto. Si scopre poi che questo sconosciuto (Hyde) è stranamente
protetto da un medico e ricercatore illustre (il dottor Jekyll).
Finché si verifica un vero e proprio delitto, compiuto da
Hyde, per inspiegabili motivi, ai danni di un anziano deputato.
Hyde viene braccato. L’ambiguità del suo rapporto
con Jekyll suscita angosce nella cerchia degli amici del dottore.
Dello stesso Jekyll , sotto finale, si perdono le tracce o quantomeno
il suo domestico si convince che l’uomo chiuso a chiave nel
suo studio non sia Jekyll, ma Hyde. Nei rari momenti in cui riesce
a vederlo, Hyde ha il volto coperto da una maschera, ma la sua
bassa statura e la sua magrezza lo rivelano comunque tutt’altra
persona dal dottore che è alto e rotondo. Irrompendo nello
studio, dopo una notte molto agitata, un avvocato amico di Jekyll
e il domestico trovano a terra il cadavere di Hyde. Una testimonianza
autografa di Jekyll svela il mistero: Jekyll e Hyde erano la stessa
persona, trasmutata grazie agli effetti di una pozione.
In tutto il romanzo, i veri protagonisti restano sempre sullo sfondo
e nell’ombra. I personaggi guida sono altri: gli amici, i
conoscenti e i domestici di Jekyll. La tecnica, per tutto il romanzo, è quella
del “parlano di lui”, anzi “di loro”: Hyde
e Jekyll. In alcuni incontri fugaci, Hyde intrattiene diverse conversazioni,
piuttosto ambigue. Jekyll è anche più riservato e
sfuggente. Solo alla fine il dottore si racconta in prima persona
e svela il mistero con una confessione postuma.
Gli adattatori si ritrovarono subito di fronte a un problema. Mentre
in un romanzo i fatti possono essere narrati da testimoni, in teatro
e in cinema il vero testimone dei fatti è lo spettatore.
Ciò che in un romanzo viene riferito, in teatro e più ancora
in cinema deve venire mostrato.
Questo coinvolge anche le scelte di tecnica narrativa. In un romanzo
il “parlano di lui” può essere usato per l’intero
sviluppo della storia . In Dracula di Bram Stoker, scritto in forma
di romanzo epistolare, tutti parlano di Dracula, mentre lui non
si esprime mai, è solo oggetto delle narrazioni altrui.
In cinema, come abbiamo visto nelle precedenti lezioni, il “parlano
di lui” può venire usato come prologo introduttivo
alla comparsa del protagonista, come intermezzo di scansione, o
come voce fuori campo di un narratore non-protagonista, ma in ogni
caso i protagonisti devono agire ed esprimersi direttamente.
A questo primo problema di trascrizione, se ne aggiungeva un altro:
il romanzo era divenuto subito talmente popolare che tutti conoscevano
già il finale. Non si poteva dunque trasporre il romanzo
rispettandone la struttura e la tecnica narrativa, ma nemmeno le
caratteristiche di mistery perché il mistero non c’era
più, e il finale non sarebbe stato per il pubblico un colpo
di scena inatteso.
Bisognava dunque individuare altrove il focus narrativo e per il
teatro ottocentesco (dove erano popolarissime le figure degli attori
trasformisti) non c’era nulla di più stimolante che
rappresentare dal vivo e in scena la trasformazione di Jekyll in
Hyde. Il tema centrale del romanzo, al di là della struttura,
era quello dello sdoppiamento di personalità, presentato
in modo radicale, non come un comportamento doppio da parte di
un singolo individuo, ma proprio come lo sdoppiamento di un individuo
in due persone diverse. Era questo che il pubblico si aspettava
di vedere. Dall’indeterminazione del mistery, dove i fatti
salienti avvengono dietro le quinte, sono inafferrabili e vengono
svelati solo alla fine, bisognava dunque passare alla concretezza
emotiva dell’horror.
Ma la scelta di rappresentare la trasformazione, rispetto al romanzo,
metteva gli adattatori di fronte a un altro problema e cioè…
2. I personaggi di Jekyll e Hyde
Nel romanzo, la descrizione di Jekyll è chiarissima. E’ un
uomo di cinquant’anni, alto e rubicondo. Da giovane è stato
un po’ scavezzacollo, ma ormai è uno studioso serissimo
e per quanto sia impegnato in esperimenti segreti , nessuno dubita
della sua limpidezza morale.
La descrizione di Hyde è invece volutamente vaga e imprecisa.
Di sicuro sappiamo che è “un giovanotto” , di
piccola statura, poco più di un nano, che ha un modo molto
caratteristico di muoversi, rapido, leggero e a tratti scimmiesco.
Una lieve peluria gli ricopre il dorso delle mani.
Ma quanto al volto, mistero assoluto. Nessuno riesce pienamente
a descriverlo.
“
Che aspetto ha?” chiede l’avvocato Utterson a suo cugino
Enfield (il quale, testimone di un’aggressione di Hyde a
una bambina, lo ha fermato e poi trattenuto presso di sé per
un’intera notte, costringendolo a rifondere i danni alla
famiglia dell’aggredita). E questa è la risposta: “Non è facile
a descriversi. C’è in lui qualcosa di strano, di ripugnante,
di detestabile. Non ho mai visto un uomo così antipatico,
eppure non saprei dire il perché. Colpisce sgradevolmente,
sembra che vi sia in lui qualcosa di deforme , ma non saprei specificare
cosa. Ha un aspetto anormale e tuttavia non potrei indicare esattamente
in lui nulla fuori dell’ordinario. No, caro, non riesco a
capirlo. Non riesco a descriverlo.” Altre volte nel romanzo
si rimarca questa indefinibilità di Hyde, in nessun punto
si dice che è un mostro. Un vetturino che lo incontra lo
trova persino comico (perché Hyde indossa i vestiti di Jekyll,
troppo grandi per lui), e soltanto di fronte alla sua reazione
infastidita, ne intuisce la pericolosità.
Come mai Stevenson insiste tanto su questa indescrivibilità di
Hyde? Da un lato, sottolinea che la ripugnanza destata da Hyde è di
tipo istintivo… come quando ci troviamo di fronte a una persona
che emana energie negative, che trasmette una deformità di
tipo morale più che di tipo fisico. D’altro canto,
da grande scrittore, Stevenson suscita l’inquietudine dei
lettori mettendoli nella disagevole condizione di non potersi figurare
Hyde. Il verbo to hide, significa nascondere. Mister Hyde è l’Uomo
Nascosto (e Stevenson lo rimarca esplicitamente, perché la
scelta del nome non sembri casuale). Il suo volto ci resta nascosto
per tutto il romanzo. E questo ci inquieta molto di più che
se Stevenson ci avesse descritto un mostro.
In teatro e più ancora in cinema è proibitivo rappresentare
il non rappresentabile. Il pubblico è lì per vedere.
Un personaggio di cattivo può essere mantenuto a lungo nell’ombra
per renderlo più indecifrabile e minaccioso, ma a un certo
punto deve essere mostrato. Nella foto allegata potete vedere il
primo creatore dell’immagine di Hyde e cioè l’attore
Richard Mansfield, primo interprete teatrale del doppio personaggio
Jekyll/Hyde. Potete intuire, anche se la foto non è chiarissima,
che raccorcia, accucciandosi, la sua statura e assume una postura
scimmiesca. Gli spunta una barba, eppure non c’è ancora
in lui l’aspetto mostruoso che ne ha fatto la fortuna cinematografica.
In cinema è difficile rappresentare la deformità morale
quando essa è unita alla trasformazione fisica. Una metamorfosi
malvagia deve apparire anche fisicamente malvagia. Se dunque un
uomo si trasforma in mostro, che mostro sia fino in fondo: più mostruoso
apparirà, più lascerà il pubblico senza fiato.
Sono pochi gli esempi cinematografici di un Hyde più fedele
a quello “indescrivibile” del romanzo. Nel film Il
testamento del Mostro (1959), Jean Renoir grazie alla performance
prodigiosa dell’attore mimo Jean-Louis Barrault, ci presenta
un Hyde meno sfigurato del solito nel volto, ma tanto più inquietante
nel movimento, nella camminata agile e nervosa, quasi comica a
tratti, un Hyde che compie i suoi pestaggi con leggerezza fanciullesca,
quasi danzando (e anticipando i picchiatori-clown di Arancia
Meccanica ).
Terence Fisher nel suo The Two faces of dr.Jekyll (1960) ci presenta
addirittura un Hyde bello e aitante. E una scelta simile compie
Alistair Reid in un interessante film tv del 1981 con David Hemmings.
L’intento è quello di discostarsi da un modello cinematografico
ormai sedimentato e dunque troppo prevedibile. Vi siete abituati
a vedere un Jekyll distinto e un Hyde mostruoso? Beh, io vi sorprendo
presentandovi un Jekyll bolso e un Hyde seducente.
Questo capovolgimento totale, soprattutto nella versione di Reid,
ha il merito di recuperare un tema ben presente nel romanzo e in
genere trascurato: Jekyll è un cinquantenne alle soglie
della vecchiaia e Hyde è giovane. Cioè quello che
spinge Jekyll verso Hyde è il desiderio di ritrovare l’energia
vitale che sta perdendo, di rivivere le potenti emozioni e le passioni
travolgenti della gioventù e persino dell’infanzia,
liberandosi dal ruolo sociale “per bene” tipico della
maturità avanzata e anticamera del pensionamento. Cancellando
questa motivazione, non ci capisce perché Jekyll si trasformi
in Hyde. Resta solo il suo assunto morale (ben poco persuasivo
in un ricercatore scientifico e in effetti per renderlo plausibile
Stevenson fa di Jekyll un seguace della “medicina trascendentale”):
Jekyll tenta di isolare il male per espellerlo. E’ vero che
nel romanzo Jekyll sostiene proprio questo, che cioè lo
scopo iniziale della sua ricerca era di perfezionare l’essere
umano, separando il bene (prevalente) dal male (la parte meno sviluppata
di noi, ecco perché Hyde è quasi nano), ma la narrazione
ci mostra la verità al di là delle intenzioni “ideologiche” di
Jekyll e cioè che Jekyll cerca di ritrovare attraverso Hyde
la giovinezza e l’allegra dissolutezza che ha ormai perduto.
3. La pozione
Anche la vita di Hyde , oltre al suo aspetto, nel romanzo ci resta
occulta. Sappiamo che è impegnato a dare sfogo alle libidini
più perverse, ma non viene svelato quali siano. Di certo,
Hyde è in preda a una costante e incontrollabile eccitazione.
La “pozione” che dà vita ad Hyde, non è un
filtro magico, è qualificata né più né meno
che come una droga. Così si lamenta il domestico di Jekyll: “Ogni
giorno, anche due o tre volte al giorno, sono dovuto correre da
tutti i farmacisti della città. Ogni volta che tornavo a
casa con la roba, mi diceva di riportarla indietro perché non
era pura e mi dava un altro ordine per un’altra farmacia.
Questa droga veniva chiesta disperatamente, chi sa per quale scopo.” Il
dottor Lanyon, collega di Jekyll, descrive così la sostanza: “una
specie di sale cristallino di color bianco.” Il famoso e
misterioso filtro nel quale la polvere va versata è soltanto
una soluzione adatta a sciogliere quel “sale”. Il filtro
diventerà inefficace, sia a compiere la trasformazione che
ad invertirla, senza la polvere giusta. Finché ce l’ha,
Jekyll deve aumentarne la dose di volta in volta. Ad un certo punto
non ne ha più e nemmeno può procurarsela perché scopre
amaramente che quella originale, quella che funzionava, era stata
casualmente adulterata. Dunque Jekyll non dipende dal filtro, ma
da una droga che non ha fabbricato lui e che non riesce a ricreare.
Per di più gli effetti hanno ricadute a lunga scadenza… la
trasformazione in Hyde tende alla permanenza, mentre quella di
rientro si fa sempre più fugace. Ormai il dottore non può più tornare
indietro. E ad ogni nuova trasformazione, Hyde è sempre
più esaltato e incapace di governare i suoi impulsi, che
lo spingono non solo alla furia, ma anche a mille astuzie per procurarsi
denaro, ad umiliarsi per sfuggire ai guai che combina, e infine
addirittura al pianto dirotto e disperato di chi si sente minacciato
dal mondo, dal suo creatore e persino da se stesso. Il suo percorso è suicida,
perché in Hyde la via della distruzione non può che
condurre all’autodistruzione. Per Stevenson, Hyde non diventa
(fisicamente) un mostro, lo diventa (moralmente) sotto l’influsso
della droga. Quando Lanyon gli porta l’ennesima polverina,
Hyde gli grida: “L’avete qui? L’avete qui?” e
gli afferra un braccio, scuotendolo, “in preda a una fosca
eccitazione.” A Stevenson non interessa la corruzione dei
costumi di Hyde, non gli importa nulla di raccontarci le sue imprese
lussuriose, ci sta parlando del dramma della dipendenza, con una
forza espressiva e una precisione che nessuno scrittore prima di
lui aveva osato esibire. Ma questo aspetto del romanzo dovette
apparire così perturbante che persino a distanza di decenni
il cinema ha evitato di sottolinearlo. Nei film, è Jekyll
che si suicida, per eliminare Hyde. Nel romanzo le cose non stanno
affatto così. Nella sua lettera d’addio, Jekyll scrive: “In
qual modo non posso prevedere, ma il mio istinto e tutte le circostanze
della mia indefinibile situazione, mi dicono che la fine è sicura
e dev’essere vicina.” Cioè la fine è inevitabile.
Jekyll non la ricerca, ci si abbandona. Sa che diventerà Hyde
e che Hyde sarà sempre più debole e non potrà reggere
all’astinenza. Quando Hyde muore, Jekyll è già scomparso
da tempo.
Il film tv di Reid, in uno sforzo di maggiore adesione al romanzo
di Stevenson, ci mostra , alla fine, il cadavere di Jekyll che
si trasforma in Hyde. Questa è un’eccezione assoluta
tra i film tratti dal romanzo, nei quali è sempre Hyde alla
fine a trasformarsi in Jekyll, con il trasparente intento di tranquillizzare
il pubblico mostrando la redenzione di Jekyll che, nella morte, è riuscito
a tornare se stesso.
4. La Londra Vittoriana
Il romanzo può anche essere legittimamente interpretato
come un apologo morale che denuncia l’ipocrisia della società Vittoriana.
Spesso la figura di Hyde è stata associata a quella di Jack
lo Squartatore che insanguinava i vicoli di Londra in quegli anni,
era probabilmente un membro illustre dell’aristocrazia e
dimostrava una notevole perizia medico-chirurgica. Di questo riferimento
Stevenson non può essere considerato responsabile, se non
come anticipatore e profeta, in quanto il suo romanzo uscì nel
1886 mentre i delitti di Jack si verificarono due anni dopo. Per
di più alcuni critici hanno rilevato che la Londra descritta
da Stevenson somiglia più a Edimburgo che a Londra stessa
e che il romanzo non inizia nelle nebbie, ma in una placida domenica
assolata, nella quale l’aggressione di Hyde alla bambina
risulta ancor più scioccante. Resta comunque indubbio che
la cornice storico geografica e la quasi contemporaneità con
i delitti di Jack The Ripper si imprimono indelebilmente nell’immaginario
collettivo. La storia diventa un tutt’uno con la sua cornice
e questo spiega perché la stragrande maggioranza dei film
tratti dal romanzo ne ha rispettato appieno l’ambientazione
(con aggiunta di molte nebbie).
5. Infedeltà o tradimento?
Riassumendo: nella maggior parte dei film tratti dal capolavoro
di Stevenson, non solo la struttura narrativa viene cambiata, non
solo Hyde, contro le indicazioni dell’autore, è raffigurato
come un mostro, non solo la sua tossicodipendenza e la sua gioventù vengono
trascurate, ma anche il finale risulta stravolto. Non si può però con
questo dire che il cinema abbia (in generale) tradito il romanzo.
Ne ha colto il seme (lo sdoppiamento) e l’ha piantato e fatto
crescere in un altro terreno. Ha tolto al romanzo molte delle sue
caratteristiche e ha aggiunto cose e personaggi che non c’erano:
quadri di vita sociale di Jekyll, squarci di vita dissoluta di
Hyde, personaggi femminili (una promessa sposa di Jekyll e una
prostituta schiavizzata da Hyde, vedi il film di Victor Fleming
del 1942). Chi adattava di volta in volta non ha semplicemente
portato il romanzo sullo schermo: ha condotto, a partire dal romanzo,
un’operazione di riscrittura che teneva conto delle esigenze
proprie della narrazione cinematografica in generale e anche del
particolare momento di mercato che suggeriva adeguamenti (più o
meno opportuni) al gusto del pubblico. Ha considerato anche le
versioni cinematografiche precedenti, diventate la “vulgata” del
testo, per aggiornarle o distaccarsene.
Tra i tanti film prodotti ne voglio ricordare uno in particolare,
una classica versione “infedele”, e tuttavia pregevolissima:
quella di Robert Mamoulian (del 1931). Qui la scelta di adattamento è resa
trasparente fin dalla prima meravigliosa sequenza. Il film inizia
in soggettiva di Jekyll. Noi siamo Jekyll, vediamo quello che lui
vede. Usciamo di casa con lui, prendiamo una carrozza, andiamo
in Università a tenere una lezione, e ad ogni passaggio
veniamo omaggiati da servitori e persone che incontriamo, finché ci
ritroviamo soli di fronte a uno specchio, in cui Jekyll vede il
suo volto fino a quel momento occulto. Jekyll incontra Hyde già quando è di
fronte allo specchio, di fronte a un se stesso che è altro
da sé. In altri termini, anche senza droga, il germe della
schizofrenia e dello sdoppiamento è in tutti noi.
Questo è sicuramente il messaggio più potente trasmesso
dall’opera di Stevenson. Jekyll ci coinvolge perché tutti
noi possiamo essere lui. In ciascuno di noi c’è una
parte nascosta (Hyde) che chiede di uscire e una parte manifesta
(Jekyll) che già all’origine è ambigua, tanto
che persino il nome di Jekyll allude seppure in modo più mascherato
(Je-kill: Io Uccido) alla potenzialità omicida di ogni essere
umano. Attraverso uno scostamento narrativo dal romanzo, Mamoulian è riuscito
ad esprimerne il significato centrale, separandolo ed isolandolo
da quelli accessori, e rendendolo visibile.
Il compito di un romanziere è suggerire ai lettori una pluralità di
interpretazioni in modo che ciascuno di loro, secondo la propria
sensibilità, possa relazionarsi al racconto, facendolo proprio.
Il lavoro del cineasta consiste invece nello scegliere un’interpretazione
tra le tante possibili ed esprimerla con radicalità, in
modo che colpisca lo spettatore, molto più passivo di fronte
allo schermo di quanto non sia un lettore di fronte a una pagina
scritta.
Il cinema è una potente macchina di semplificazione che
a volte può apparire devastante rispetto ai modelli letterari
di riferimento, ma se di questa semplificazione facciamo lo strumento
per cogliere l’essenza di un’opera, esprimendola non
in un concetto, ma nella sintesi di un’immagine o di una
sequenza, allora possiamo sperare di rendere omaggio all’originale
creando al contempo cinema nella necessaria, indispensabile autonomia
e secondo le modalità espressive specifiche del mezzo.
Nella prossima lezione esamineremo un’altra celebre trascrizione:
Il postino suona sempre due volte.
NOTA
Da questo mese inauguro una nuova sezione (Contributi) con un interessante
intervento/lezione di Davide Aicardi sulla Sketch Comedy. Davide
fa parte della redazione di autori del programma TV Camera Café e
sa bene di cosa parla. Tra le persone che seguono questo corso
ce ne sono parecchie che frequentano corsi e scuole di cinematografia
(anche internazionali) o che hanno già avuto delle esperienze
professionali sul set o nella creazione di corti o di documentari.
Sarebbe molto utile se raccontassero anche agli altri, che invece
sono alle prime armi, le loro esperienze e le loro riflessioni.
La sezione Contributi è aperta e spero di poter pubblicare
presto altri utili interventi.
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