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LEZIONE XXIII
L’ADATTAMENTO (II)
b) Il postino suona sempre due volte
Il romanzo di James Cain esce negli USA nel 1934 e ha un primo
adattamento cinematografico in Francia nel 1939 (Le dernier
tournant,
di Pierre Chenal) . Viene successivamente riadattato nel 1942 in
Italia (Ossessione di Luchino Visconti) con un film oggi considerato
come il primo manifesto del neorealismo. In America viene portato
sullo schermo solo nel 1946 (The postman always rings twice, di
Tay Garnett ) e infine ripresentato a colori e in una nuova e differente
versione nel 1981 (di Bob Rafelson, con sceneggiatura di David
Mamet).
(NOTA- Non deve stupire che un classico della letteratura americana
come il Postino di Cain sia stato adattato allo schermo per la
prima volta in Francia. I francesi, oltre ad aver definito e codificato
il genere noir di cui Cain è un Maestro riconosciuto, vantavano
una robusta tradizione di storie di coppie criminali. In questo
caso si può citare sicuramente Thérèse Raquin (1867) di Emile Zola, dal quale il romanzo di Cain prende chiara
ispirazione. Si è anche scritto che a sua volta, quasi a
chiudere il cerchio, al romanzo di Cain si sia ispirato Albert
Camus per il suo L’etranger (1942). Questo secondo richiamo
mi pare tuttavia piuttosto flebile in quanto, sul piano della vicenda,
l’unico collegamento tra il romanzo di Camus e quello di
Cain sta nel fatto che essi sono scritti in prima persona da un
condannato a morte. E’ comunque interessante notare come
nel romanzo criminale, e in particolare nel Noir, le singole e
ben distinte opere di autori, anche di notevole rilievo e di grande
personalità, tendano ad iscriversi, nella percezione dei
lettori, in una sorta di comune flusso narrativo. Questo conferma
quanto sia importante l’indagine delle caratteristiche dominanti
dei generi che, come ho cercato di mostrare, non si poggiano soltanto
su delle strutture di racconto, ma esprimono delle filosofie correnti,
dei punti di vista ben riconoscibili da cui si guarda alla vita,
cioè delle interpretazioni del mondo condivise, che in quanto
tali, travalicano i singoli autori e le singole opere. Le persone
avverse a un certo genere, che si tratti dell’Horror piuttosto
che della Love Story, del Noir o del Porno, lo sono perché non
ne condividono la filosofia, non per una valutazione di tipo estetico.
La valutazioni estetiche riguardano infatti le singole opere e
i singoli autori, non possono riguardare un Genere nel suo complesso).
Qui confronteremo tra loro due adattamenti del romanzo di Cain:
Ossessione di Visconti (film interpretato da Massimo Girotti e
Clara Calamai) e l’edizione del 1981 di Rafelson (interpretata
da Jack Nicholson e Jessica Lange). Entrambi i film sono facilmente
reperibili in DVD e ve ne raccomando la visione e lo studio, in
modo da approfondire meglio e più direttamente ciò che
qui, per esigenza di sintesi, mi limiterò ad accennare.
1. Il plot
Questa è la scaletta del romanzo, capitolo per capitolo.
Vi sarà utile anzitutto come modello di riassunto “per
tappe” di un romanzo ( cosa che dovrete sempre fare per preparare
un adattamento) e poi come riferimento per confrontarlo ai due
film sopraccitati.
Califonia, tra il confine con il Messico e Los Angeles. Frank Chambers,
un vagabondo di 24 anni, si ferma a un distributore di benzina
con autorimessa dotato anche di una bettola, proprietà e
abitazione di Nick Papadakis, un grassone di mezza età,
di origine greca. Questi, che ha bisogno di un garzone, offre subito
a Frank di restare lì. Frank esita, finché adocchia,
in cucina, Cora, la giovane moglie di Frank, una bruna formosa,
non particolarmente bella, ma sfrontata e aggressiva, quanto basta
per fargli subito bollire il sangue. Frank decide di restare.(
Capitolo 1).
Frank aggiusta l’insegna luminosa del locale e conquista
subito la fiducia di Nick. Con Cora le cose vanno molto rapidamente:
sotto il reciproco atteggiamento di sfida c’è una
chiara tensione sessuale che viene sfogata subito. Al primo bacio
lei gli ribatte “Mordimi!” e lui le fa zampillare il
sangue dalle labbra. Poi se ne vanno di sopra.( Capitolo 2).
Frank approfondisce la conoscenza di Cora e apprende che viene
dallo Iowa dove, eletta Reginetta di Bellezza, aveva vinto una
trasferta a Hollywood. Qui però non era riuscita a superare
i provini, a causa del suo accento rustico. Per un po’ si
era prostituita, ma quel lavoro la disgustava, e dunque alla prima
proposta di matrimonio, aveva accettato. Adesso però, è stanca
di quel grassone del greco. Frank le propone di andarsene via insieme,
ma Cora non vuole fare la vita della vagabonda. Invita piuttosto
chiaramente Frank a far fuori suo marito. Frank non se la sente,
anche perché lo trova un brav’uomo. D’altro
canto, ormai non può più rinunciare a Cora. L’intesa
non è più soltanto sessuale, con lei gli pare di
stare in un’altra dimensione, come sospeso tra inferno e
paradiso.
(Capitolo 3 ).
Frank ha ideato l’omicidio, in modo da farlo passare per
un incidente (una caduta in bagno), ma è Cora ad eseguire
il piano. In quel preciso momento però un agente di polizia
si ferma al distributore, Frank lo intrattiene, mentre un guasto
manda in tilt l’impianto elettrico e la casa resta al buio.
Cora non è riuscita a completare l’omicidio. Il greco è esanime
e probabilmente non s’è neppure reso conto di quanto è accaduto.
Non si può far altro che chiamare un’ambulanza, ad
evitare che il poliziotto possa nutrire sospetti. Al risveglio
in ospedale, il greco non ricorda quanto è accaduto. Il
poliziotto intanto ha trovato un gatto morto fulminato vicino alla
cassetta delle valvole. Ogni possibile sospetto si è dissolto.
Frank e Cora per il momento, l’hanno fatta franca.( Capitolo
4).
Frank e Cora, mentre il greco è ricoverato, passano una
settimana felice. La tensione per quanto è accaduto sconsiglia
loro di riprovarci in futuro. Decidono di partire, ma lei si ferma
subito e scoppia in lacrime. Proprio non ce la fa a lasciare quel
poco di sicurezza che si è guadagnata. Si commuove anche
Frank. Si lasciano piangendo. (Capitolo 5).
Frank va a San Bernardino, per quindici giorni gioca a biliardo
e spenna due tipi . Con duecentocinquanta dollari in tasca, se
ne va a Glendale dove spera di incontrare di nuovo Cora e il greco
che frequentano spesso il mercato locale. Gioca ancora a biliardo
però stavolta viene spennato lui e si ritrova di nuovo senza
un soldo. Al mercato incontra Nick, che è uscito dall’ospedale
e sente la sua mancanza: i due garzoni che aveva assunto in sostituzione
di Frank, erano un buono a nulla e un ladro. Frank torna con il
greco. Con Cora tiene le distanze. Una notte la sente urlare in
camera. Cora chiede a suo marito di allontanare Frank, sostiene
che non lo sopporta. Frank intuisce che in realtà Cora voleva
che lui ascoltasse la litigata, anche se non ne comprende i motivi.
Più tardi, Cora gli rivela che il greco vuole un figlio
da lei. Questo, Cora lo considera intollerabile. E’ in previsione
una gita a Santa Barbara per una festa. Il greco si aspetta che
in quell’occasione Cora dia il suo consenso. Cora implora
Frank di accompagnarli e di approfittare del viaggio per ammazzare
Nick. Altrimenti per lei non resterà altra strada che il
suicidio. Non vuole un bambino dal greco, lo vuole da Frank. Si
dichiarano il loro amore. (Capitolo 6).
Alla festa, il greco si ubriaca. Frank regge il gioco e simula
ubriachezza. Nel viaggio di ritorno, è Cora a mettersi alla
guida. Durate una sosta per un apparente disturbo al motore, Frank
colpisce greco con una chiave inglese. I due amanti spingono l’auto
in una scarpata e si fingono a loro volta vittime di un incidente,
percuotendosi l’un l’altra. La violenza e la tensione
sono tali che finiscono per possedersi sul posto. (Capitoli 7
e 8).
Poi Frank e Cora si ripassano la versione da fornire alla polizia.
Una caduta casuale, mentre Frank sta risalendo la china, lo spedisce
nel mondo dei sogni. Intanto Cora ha fermato un’auto di passaggio
ed è stata chiamata un’ambulanza. Ci sarà un’inchiesta,però.
La polizia infatti non è affatto convinta della dinamica
dell’incidente e Frank si trova ad affrontare un processo.
C’è di mezzo un fatto di cui Frank non sospettava:
Nick aveva stipulato un’assicurazione sulla vita. La polizia,
su input degli agenti assicurativi che non vogliono pagare il premio,
sospetta che Frank lo abbia ucciso con la complicità di
Cora per tenersi la proprietà e incassare i soldi. Frank
professa la sua innocenza, ma è sotto farmaci e approfittando
della sua labilità mentale, la polizia gli fa firmare una
dichiarazione nella quale accusa Cora ( Capitolo 9).
Frank si procura un avvocato piuttosto astuto. Cora, incattivita,
vuole confessare tutto. Rinchiusa in carcere, detta la sua confessione
a un dattilografo, convinta che il tipo le sia stato mandato dalla
polizia, mentre in realtà è un emissario dell’avvocato
di Frank che ha pensato bene di farla sfogare, per guadagnare il
tempo necessario a sistemare le cose. L’avvocato tratta con
l’assicurazione e con raffinati espedienti, ottiene che la
denuncia contro Frank e Cora venga ritirata. I due amanti vengono
liberati. (Capitolo 10 e 11).
Dopo il funerale del greco, Cora e Frank trovano modo di spiegarsi
tra loro. Di nuovo, dalle parole passano ai fatti e si prendono
con brutalità ( Capitolo 12).
Il rapporto tra Cora e Frank si trascina tra litigi e sbornie.
Frank ha un’avventura fugace con un’artista di un circo.
Lei si trova bene e con lui e gli propone di aggregarsi alla carovana.
Ma Frank sente che ormai non può più fare a meno
di Cora e torna da lei ( Capitolo 13).
Cora nel frattempo è stata in Iowa per il funerale di sua
madre. Il rapporto tra lei e Frank pare rasserenarsi. Ma rispunta
fuori il dattilografo dell’avvocato che dopo essere stato
licenziato ha bisogno di soldi e vuole ricattare Cora, avendo conservato
la sua confessione. Frank lo pesta a sangue, si impossessa della
confessione e la distrugge. Cora lo deride: per lei la cosa era
irrilevante, una volta assolta non poteva più essere processata
per quel reato. Il rischio avrebbe riguardato solo Frank. E’ irritata
con lui perché ha scoperto la sua avventura con la donna
del circo, e ha una crisi isterica. Durante la notte, si calmano
e si spiegano. Decidono di sposarsi. Lei rivela a Frank di aspettare
un bambino da lui. Dopo il matrimonio vanno a fare un bagno in
spiaggia. Mentre tornano a casa, hanno un vero incidente di macchina
e Cora resta uccisa ( Capitoli 14 e 15).
Frank viene accusato d’aver provocato a bella posta la morte
di Cora e stavolta l’avvocato non riesce a fare nulla per
lui. Disilluso di tutto, sperando ormai solo di poter riunirsi
a Cora nell’aldilà, Frank scrive la sua storia nel
braccio della morte, dopodiché attende solo che lo vengano
a prelevare (Capitolo 16).
I primi capitoli del romanzo sono brevi e rapidissimi. I fatti
si susseguono a un ritmo bruciante. Il capitolo 9 è molto
più lungo. La vicenda rallenta dando spazio all’inchiesta
,alle strategie processuali, insomma al lato più propriamente “giallo” della
storia. Ma il rallentamento corrisponde anche al venir meno della
furente tensione erotica tra i due personaggi, che seppure con
alti e bassi, scarti e ritorni indietro, si trasforma in una storia
d’amore segnata tanto dalla colpa quanto dal sogno di trovare
stabilità: una casa, un reddito sicuro, un bambino, un futuro
più sereno. Il finale è improvviso e tronca la storia
con freddezza, proprio come se le forbici del destino ne spezzassero
il filo di netto. Questa alternanza di ritmo, molto ben giustificata
nel romanzo, presenta un problema dal punto di vista della trasposizione
cinematografica. I ritmi in un film si possono certo alternare,
ma bisogna sempre stare attenti che le diverse parti (grosso modo
i Tre Atti) non abbiano tempi troppo diversi tra loro perché l’opera
complessiva non risulti squilibrata. Nel caso, il Primo Atto potrebbe
apparire troppo sbrigativo, il Secondo eccessivamente lungo e il
Terzo Atto nient’altro che un brusco finale. Come è stato
risolto il problema nei film di Visconti e di Rafelson?
In Ossessione, Visconti parte in quarta, con lo stesso ritmo incalzante
e provocatorio del romanzo. Poi elimina dei passaggi. Cancella
del tutto il primo tentativo di omicidio, passando subito all’omicidio
riuscito. Nella parte centrale del racconto, evita le alternanze
e gli andirivieni tra l’ambiente reclusorio e statico della
trattoria e le escursioni en plein air alle città vicine.
Lascia la trattoria e si affida alla dinamica del viaggio, degli
ambienti sociali e degli spazi aperti, potenziando la dinamica
degli eventi, ravvicinandoli temporalmente, in modo che pur aprendo
lo spazio del racconto, il ritmo non rallenti troppo. In questa
sezione, Visconti inserisce un personaggio di sua invenzione: il
protagonista incontra infatti un suo simile, un ex vagabondo che
fa l’imbonitore da fiera, che lo aiuta, gli procura un lavoro,
per quanto poco gratificante, e da amico ne ascolta lo sfogo e
gli consiglia, senza successo, di tenersi ben lontano dalla donna
che gli ha fatto perdere la testa. E’ un inserimento brillante.
Il romanzo infatti è narrato in prima persona e il protagonista
può dunque raccontare i suoi dubbi direttamente al lettore,
ma in un film deve esteriorizzarli a un interlocutore, qui genialmente
rappresentato nella figura di un alter-ego. Inoltre in questo modo,
si mostra che il protagonista ha avuto a disposizione un’alternativa,
una scelta diversa, e questo rende drammaturgicamente più efficace
il fatto che la rifiuti, a dispetto di ogni evidenza. Tutta la
lunga fase processuale viene eliminata. La polizia agisce sul campo,
segue e insegue i sospetti, che fuggono e si sfuggono, si tradiscono,
cedono ai nervi, si ritrovano, vivono permanentemente braccati
dagli altri e da se stessi, finché l’incidente fatale
durante l’ultima e apparentemente liberatoria fuga, diventa
la fine inevitabile della corsa. Lui è ancora chino sul
cadavere di lei, quando la polizia lo raggiunge. Tutto si conclude
lì. Ma non è un finale brusco. E’ una finale
predestinato. Non c’è più nulla da spiegare,
perché la vicenda si è spiegata da sola, nel suo
svolgersi.
Nel Postino suona sempre due volte di Rafelson, la prima parte
viene invece rallentata, l’incontro sessuale tra i due protagonisti è frutto
di un corteggiamento più cauto che esplode con furia proprio
perché rimandato. In uno sforzo di maggiore rispetto del
romanzo, nessun passaggio narrativo viene trascurato o eliminato,
anzi se ne aggiungono altri. Ad esempio nel romanzo la festa del
greco uscito dal ricovero in ospedale non viene affatto raccontata,
mentre nel film è rappresentata in una scena di parecchi
minuti nella quale il greco ha un rilievo, come personaggio, del
tutto assente nel romanzo. Le partite a biliardo (eliminate da
Visconti) diventano un gioco d’azzardo stradale e vengono
così sbrigate più velocemente, ma restano comunque
un passaggio poco incisivo. La parte processuale è così ampia
da diventare un film nel film e il personaggio assolutamente minore
dell’avvocato assume un ruolo ingiustificato da co-protagonista.
L’unico taglio, tra tante aggiunte, è nel finale,
dove Frank resta prostrato e sconfitto di fronte al cadavere di
Cora, senza che ne segua l’arresto e la sedia elettrica,
che a quel punto sarebbero un’appendice drammaturgicamente
forzata e inutilmente punitiva. La critica cinematografica, che
in genere tende a premiare lo sforzo di maggiore fedeltà a
un’opera narrativa, in questo caso è stata compatta:
il film è insopportabilmente lento.
2. I protagonisti
Ho già sottolineato nelle prime lezioni, quanto sia fondamentale
in un film presentare con efficacia i personaggi, in modo da esprimerne
subito, visivamente, non solo il carattere, ma il momento emotivo
in cui si trovano. La presentazione che Visconti fa della coppia
protagonista è esemplare. Lui, scoperto addormentato sul
retro di un carro, viene svegliato e si avvia alla trattoria, entra
e si avvicina al banco, senza che il pubblico possa mai vederlo
in volto. Sente una donna cantare dalla cucina. Si avvia da quella
parte, sempre di spalle, e si ferma sulla soglia. Davanti a lui
ora c’è l’altra protagonista, ma nemmeno lei
vediamo: lui la impalla lasciandocene scorgere soltanto le gambe
nude e dondolanti. Stacco su di lei che si sta limando le unghie
seduta su un tavolo e solleva lo sguardo, smettendo di cantare,
con espressione più sfrontata che sorpresa. Solo a quel
punto vediamo il volto di lui, che si incanta e si accende. Ricordo
che il film è del 42. Il protagonista presentato di spalle
anticipa di molti anni lo stile di presentazione dei personaggi
di Brando e di James Dean. La protagonista, preceduta dal suo canto,
e rappresentata come una sensuale apparizione, vi ricorda nulla?
E’ la sequenza di presentazione di Gilda, di cui abbiamo
già parlato. Solo che Gilda è un film di quattro
anni dopo! L’intensità di questo primo incontro tra
i personaggi, che è anche il nostro primo incontro con loro
(si scoprono con uno sguardo, nell’istante stesso in cui
noi li scopriamo), esprime già il loro distinto carattere
e insieme il rispecchiamento dell’uno nell’altra, la
reciproca intesa.
Nel film di Refelson l’incontro è invece rimandato.
Tutta la rappresentazione è più debole. Prima entra
in scena Jack Nicholson e ci viene mostrato immediatamente, affidandosi
semplicemente a lui. Non è il personaggio che entra in scena: è Jack
Nicholson. Jessica Lange la vediamo dal suo punto di vista: una
presenza femminile che traffica in cucina e gli dedica solo uno
sguardo distratto. Inoltre la precisione drammaturgica e l’esibita
fedeltà al romanzo vanno entrambe a farsi benedire a priori
e indipendentemente dalla volontà dello sceneggiatore, in
virtù della stessa scelta degli attori che non corrispondono
per nulla ai personaggi del romanzo: Jack Nicholson non è un
ragazzo di ventiquattro anni apparentemente innocuo, è un
uomo adulto e con la faccia da gangster. Non c’è alcun
motivo logico per cui il greco possa fidarsi di lui e offrirgli
un lavoro da garzone, né si capisce perché Cora dovrebbe
sentirsene attratta e insieme giudicarlo abbastanza ingenuo da
poter essere manovrato. Jessica Lange inoltre non è certo
il tipo della ragazzotta rustica ex-miss scolastica di uno sperduto
borgo dello Iowa e infatti, forse proprio per evitare l’implausibilità,
nel film non ci rivelerà nulla del suo passato. (Se infine
si considera che originariamente il ruolo di Cora era stato offerto
addirittura a Maryl Streep , appare evidente quanto il film fosse
fuori strada prima ancora di venire realizzato). Forse si confidava
che la scelta di attori di grande richiamo avrebbe reso più esplosive
le scene calde (quasi hardcore, non solo per la furia, ma per l’insistenza
su certi dettagli, come la mano e la faccia di Nicholson tra le
cosce di Lange). Anche queste scene paiono forzate, troppo volute,
ed esse stesse deboli (non ci sono i morsi e il sangue del romanzo).
Era del resto piuttosto ingenuo pensare che potessero ancora apparire
forti nel 1981, cioè ben otto anni dopo Ultimo Tango
a Parigi.
Non c’è dunque da stupirsi troppo se, completamente
fuori ruolo, sia Nicholson che Lange hanno offerto una delle interpretazioni
peggiori della loro brillante carriera.
3. L’ambiente
Gli anni 30 e il desolante sud California di Cain immergevano la
vicenda criminale nella giusta cornice della Depressione, nella
quale le illusioni e le speranze dei due giovani protagonisti non
potevano che richiedere il prezzo del delitto e andare drammaticamente
deluse. Le trasposizioni europee, sia quella francese che quella
italiana, trovarono sicuramente un punto di grande forza espressiva
nel dipingere un quadro di campagna degradata a puro territorio
di attraversamento, luogo di marginalità assoluta rispetto
alle grandi città. Visconti sceglie un’ambientazione
molto insolita, nel cinema italiano di tutte le epoche, e cioè le
Marche, che sono per tradizione una sorta di territorio “a
parte”, sufficientemente neutro da non richiedere caratterizzazioni
troppo pronunciate in termine di usi locali e di dialetto, come
sarebbe stato invece scegliendo il Veneto o la Campania. Questa
felice scelta impedisce al contesto di inghiottire la vicenda.
La vicenda, tanto accuratamente ambientata, quanto spaesata, mantiene
così una sua esemplarità al di là dell’ambiente,
come è caratteristica di un vero dramma, che in quanto dramma
umano, deve riguardare tutti, e non apparire mai come pretesto
per raccontare una realtà sociale specifica. Tanto per chiarire:
L’Oro di Napoli non può ovviamente venire ambientato
altrove, le sue storie si inscrivono in un ritratto della città,
di quella città e della sua cultura. Le dinamiche di un
noir invece debbono serbare una loro astrattezza. Il luogo non è certo
indifferente, né il momento, ma non deve mai prevalere sul
destino dei protagonisti che anzi ci vengono narrati come “estranei”,
irriducibili alla realtà che li circonda, in disperato conflitto
con essa, in cerca di riscatto e di fuga, nomadi perpetui e predestinati,
trascinati come rifiuti dal fiume della vita. L’ambiente
giusto è dunque quello che meglio consente di rappresentare
questa loro condizione vissuta di estraneità.
Nel film di Rafelson invece il contesto, spostato in una terra
di nessuno del centro america, incrocio di tutte le direzioni possibili,
e negli anni 40, è una cornice d’epoca di mero contorno,
resa meno miserabile e più patinata da una fotografia flou
chiaramente orientata ad alleggerire, quasi si pensasse che il
film fosse già di per sé sufficientemente crudo da
non dover venire aggravato da immagini di degrado. Pesava sicuramente
il confronto con la precedente edizione americana, la quale trasferiva
la storia in un bianco e nero, gioco perpetuo di luci ed ombre,
che la rendeva assolutamente astratta e la impreziosiva con il
caratteristico glamour del film noir: Frank, un duro attraente,
Cora una bionda platinata. Rispetto a questa attrattezza totale,
probabilmente Rafelson intendeva dare maggior peso al realismo
d’ambiente, pur serbando uno stile elegante che preservasse
il film dal rischio opposto, quello di precipitare nel trucido.
Si resta così a metà strada, in una caratterizzazione
che non caratterizza a sufficienza, né in direzione dell’astratto,
né in quella del concreto. Lo stesso per le scelte di dialogo,
che nel romanzo è costituito da una lingua frammentaria
e incerta, a volte esibizionisticamente sferzante, altre volte
ingenuamente sentimentale e ridondante di luoghi comuni. Cioè la
lingua di due ragazzi immaturi. Il linguaggio usato da Nicholson
e Lange è scarno e funzionale, nemmeno questo ci aiuta a
capire chi sono. Il risultato è che tutto appare ancor più finto
e nulla ci aiuta a capire perché i protagonisti ragionino
e agiscano in quel modo.
( NOTA- Come si vede, non sempre la quantità di mezzi a
disposizione, l’eccellenza del cast, la forza d’impatto
della promozione, riescono a salvare un film dal flop e, ciò che
più conta, da un modesto risultato espressivo. Ho già accennato
a come Jerry Lewis nella sua scuola di cinema facesse studiare
i film brutti in modo da far capire bene agli allievi i possibili
errori. Ma film brutti non significa necessariamente film realizzati
dilettantisticamente, anzi i film non riusciti che allo studio
ci rivelano gli errori più sorprendenti, sono proprio quelli
realizzati con i migliori professionisti. Il professionismo di
per sé non preserva dagli errori. Non si sbaglia soltanto
quando si è alle prime armi, si può sbagliare sempre,
anche ai massimi livelli. Studiare gli errori è fondamentale
per evitarli. Ma non commettere mai più errori è praticamente
impossibile, soprattutto in un lavoro complesso e collettivo come
quello del cinema. Se restate frustrati di fronte a un vostro errore,
tanto da sentirvi spinti a rinunciare, non siete fatti per questo
lavoro. L’errore è oltre che difficilmente evitabile,
fondamentale, se si impara a riconoscerlo, per crescere ed affinare
la propria espressività. Il vero problema casomai è che
oggi l’industria cinematografica non consente più come
un tempo la possibilità di sbagliare ai registi, agli attori
e, in misura certo minore, anche agli sceneggiatori. O si ottengono
risultati immediati o continuare diventa difficile. Questo però non è colpa
di chi lavora come regista, come attore o come sceneggiatore. E’ un
errore dell’industria, che riconosciuto o meno, crea danni
strutturali e di lunga durata.)
In conclusione: molti sono gli elementi da soppesare in una trasposizione
da romanzo a film.
Il primo è la scelta di cosa mantenere e di cosa eliminare.
Un film non si appoggia soltanto sul linguaggio verbale: ci mostra
le cose, ci fa ascoltare suoni, rumori, musiche o silenzi, e da
questo punto di vista è una narrazione globale, più ampia
di quella della letteratura. Ma un film ci racconta tutto questo
in un tempo dato, che è tempo narrativo (format e scansione
ritmica del racconto, che in un romanzo non corrispondono a regole
predeterminate) e tempo di ricezione (uguale per tutti gli spettatori,
mentre il tempo di lettura di un romanzo è differente per
ogni singolo lettore). Sotto questo profilo, la narrazione di un
film è molto più breve e sintetica. Mostrando di
più, può però raccontare meno, se vuole raccontare
bene. Una digressione in un film pesa molto di più che in
un romanzo e tra l’altro in un romanzo possiamo anche prenderci
il lusso di saltarla e passare oltre, mentre in un film no (in
genere ci ritroviamo dormienti prima che sia finita). Le scelte
che eliminano sono dunque in un adattamento cinematografico più opportune
e premianti di quelle che aggiungono. In particolare gli snodi
della vicenda vanno semplificati. Le aggiunte si rivelano necessarie
non solo e non tanto per potenziare l’aspetto spettacolare
(esempio: l’aggiunta dell’animata scena di ballo e
di festa in onore del greco), ma per poter esprimere in linguaggio
cinematografico, cioè mostrando in azione, ciò che
in un romanzo viene semplicemente narrato a parole e in una dimensione
psicologica distinta dagli eventi (esempio: i tormenti interiori
di Frank, da lui confessati in Ossessione a un altro personaggio).
Il secondo elemento fondamentale è la rappresentazione
dei personaggi, rispetto alla quale il cinema è certo più erede
delle tecniche di scrittura teatrale che di quelle romanzesche.
In un film il personaggio fin dal suo primo apparire deve trasparire,
cioè comunicare la sua fisicità, il suo ruolo, la
sua essenza e il suo stato d’animo. Una presentazione casuale
o sbagliata finisce per pesare negativamente sul personaggio, sulla
sua identità e sul suo sviluppo drammaturgico.
Il terzo elemento è la scelta dell’ambientazione.
Bisogna valutare molto bene se in un romanzo i personaggi e la
storia sono inseparabili dal loro ambiente (abbiamo ad esempio
visto come si sia in prevalenza scelto di non separare Jekyll dalla
Londra vittoriana, e del resto sarebbe ben più arrischiato
separare Sandokan dalla Malesia ), o hanno invece sufficiente autonomia
da poter essere trasportati in altro contesto e in altra epoca
(ad esempio Emma Bovary in quanto personaggio-simbolo di un certo
tentativo di evasione/riscatto femminile è stata spesso
dislocata senza soffrirne troppo). Tuttavia bisogna anche valutare
attentamente come e quanto il mutato ambiente si presti a mettere
in luce (meglio se in nuova luce) quel personaggio e quella storia,
a meno che non si voglia farne un adattamento così libero
da rendere pretestuosa l’origine letteraria.
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