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LEZIONE XXVIII
I GENERI MODERNI (X)
FUTURO
Nel racconto del Futuro, il genere più diffuso è la
Fantascienza, genere per eccellenza moderno, che nasce letterariamente
nell’età illuministica come costola del romanzo filosofico
e che pone al centro della sua attenzione i progressi della scienza,
ma in particolare della tecnica. Queste restano le caratteristiche
dominanti del genere: 1. La centralità della tecnologia
e i suoi sviluppi futuri; 2. Una rappresentazione del futuro che
in quanto prefigurazione ha un risvolto filosofico, illuminando
il senso (la direzione) della Storia e dell’esistenza umana.
Esaminiamo uno per uno questi due aspetti, nella versione che ne
ha dato il cinema:
1. La tecnologia è al centro del racconto. Anche quando
si rappresenta un futuro decaduto, di solito post-atomico, nel
quale la tecnologia ha fallito la sua missione e l’umanità è regredita
alla barbarie, la tecnologia resta comunque al centro del racconto: è la
sua mancanza, la sua fine, a dare senso al film. Trattandosi di
racconto per immagini, il primo problema è come rappresentare
la tecnologia nei suoi futuri sviluppi. Il cinema ha in realtà mostrato
una scarsa capacità di anticipazione. Se si guardano i film
e telefilm degli anni 30/40/50/60 è facile notare come gli
sceneggiatori si siano basati su tecnologie già esistenti
nella loro epoca, ma attribuendo loro prestazioni superiori. In
Star Trek, per la verità, la grande invenzione narrativa
della macchina del Teletrasporto appare ancor oggi avveniristica,
sogno irrealizzato di tutti gli appassionati del telefilm, ma se
si considera la sala controllo dell’Enterprise , è facile
vedere come sia strutturata sul modello di una normale sala di
controllo del traffico aereo. Per di più il grande schermo “cinemascope” attraverso
il quale i navigatori osservano lo spazio, assume un risvolto metaforico
neppure troppo velato: gli esploratori spaziali guardano l’universo
come noi normali spettatori guardiamo la televisione (in avveniristica,
ma stavolta profetica versione maxi-schermo). Il Capitano Kirk,
comandante dell’equipaggio, non siede al tavolo comandi,
ma su una poltrona posta al centro della sala, da dove impartisce
gli ordini. E’ una sorta di capofamiglia, signore indiscusso
del posto più comodo e del telecomando. In altre parole,
in modo geniale, gli sceneggiatori hanno creato una sorta di cortocircuito
simbolico nel quale l’identificazione del pubblico è fortissima:
ci troviamo, da spettatori, di fronte a uno schermo da cui attendiamo
sorprese, esattamente come i navigatori spaziali, non più afflitti
da tute ingombranti, caschi, ambienti ristretti e assenze di gravità,
sono a casa loro, ospiti di un comodo e vasto salotto nel quale
tutti stanno rivolti verso uno schermo. Il vero prodigio è che
loro, con il teletrasporto, possono trasferirsi fisicamente nel
luogo che appare sullo schermo, mentre ciò a noi non è dato.
D’altro canto lo sviluppo della tecnologia interattiva ,
pur in mancanza di una macchina teletrasportatrice, si è mosso
nella stessa direzione, consentendoci se non altro un trasferimento
virtuale. Resta il fatto che tranne questa ed altre rare anticipazioni
tecnologiche, i film di fantascienza, visti solo pochi anni dopo,
risultano, proprio sul piano tecnologico, irrimediabilmente datati.
Dagli anni 70 in avanti, subentra lentamente, nel cinema, un altro
criterio, capace di ovviare a questo inconveniente consentendo
a un film avveniristico di non apparire patetico e invecchiato
dopo solo pochi anni. Le astronavi e le loro dotazioni tecnologiche
vengono totalmente ripensate e ricreate sotto un profilo più estetico
che funzionale. Noi fatichiamo a comprendere con quale criterio
funzionale sia stata assemblata la colossale, infinita astronave
di 2001 Odissea nello Spazio e ancor più misterioso ci appare
l’interno dell’astronave di Alien, bizzarro assemblaggio
di ambienti asettici e di infernali cantine neo-gotiche, piene
di tubi, catene, arredi che fanno pensare più all’archeologia
industriale che a una fabbrica del futuro. La tecnologia fantasticata
rischia meno l’effetto invecchiamento di quella probabile.
Per lo sceneggiatore la difficoltà risiede nel fatto che
mentre un’azione rappresentata in un ambiente reale si appoggia
su elementi quotidiani ben riconoscibili (una stanza ha porte e
finestre, poltrone, divani, sedie, tavoli eccetera) , un’azione
rappresentata in un ambiente totalmente inventato presume che quell’ambiente
sia o reso funzionale all’azione che si vuole rappresentare,
oppure che l’azione venga raccontata in funzione del tipo
di ambiente che è stato inventato e che dobbiamo aver ben
presente al momento di sceneggiare. Gli ambienti non vengono trovati
sulla base di quanto abbiamo scritto in sceneggiatura, ma vengono
ideati congiuntamente alla sceneggiatura e ne condizionano contenuti
e sviluppi. Per di più, trattandosi di ambienti estetici
per eccellenza, e dunque corrispondenti allo stile del film, molto
difficilmente possiamo riferirci o copiare l’ambiente di
un precedente film di fantascienza. Dobbiamo per forza di cose
creare il nostro ambiente, de-scriverlo. Non è un lavoro
che possa essere affidato esclusivamente allo scenografo, dobbiamo
quanto meno essere a conoscenza del suo lavoro e relazionarci con
lui, per poter raccontare. La progettazione d’insieme è indispensabile.
Senza progettazione generale non è possibile sceneggiare.
2. Il senso dell’esistenza. La caratteristica che accomuna
film molto diversi tra loro come 2001 Odissea nello Spazio, Solaris,
Blade Runner e Matrix (per citarne solo alcuni) è che l’avventura
che vi si racconta “corteggia” significati metafisici.
L’apparato filosofico non è qui un mero accessorio,
né un modo per farci capire le opinioni dei personaggi, è invece
connaturato al racconto. Creando un mondo futuro, noi esprimiamo
anche una concezione del mondo attuale e delle sue tendenze. Ciò che
oggi ci appare mescolato e confuso, nel futuro (depurato dall’obsoleto
e dall’occasionale) si manifesta come tendenza compiuta e
disvelata. Il futuro ci rivela la verità. Questa propensione
filosofica non è generalizzabile a tutti i film di fantascienza,
tuttavia ha segnato le punte espressive più alte di questo
genere di cinema. Ed è anche un elemento perfettamente in
linea con le origini stesse del racconto fantascientifico che,
come sopra ricordato, è parte del romanzo filosofico del
secolo XVIII. Anche in film di anticipazione in cui la tecnologia
non è posta al centro, non possiamo perdere l’occasione
per rappresentare situazioni di forte impatto simbolico e filosofico.
Guardatevi ad esempio lo splendido Rollerball (1975) di Norman
Jewison che inventa un violentissimo sport in una società del
XXI secolo dalla quale la violenza sociale è bandita. Tuttavia
quando assistiamo alla distruzione di una fila di alberi per puro
spasso a una festa di ricchi, è evidente che questa scena,
da cui si potrebbe dal punto di vista del plot prescindere, è invece
fondamentale dal punto di vista del racconto, per esemplificare
in modo spettacolare il modo in cui e contro cosa in quel futuro
la violenza viene praticata, senza neppure venire riconosciuta
per tale. Similmente quando nel film ci viene detto che “nessun
giocatore può essere più grande del gioco” (altrimenti
il gioco viene distrutto), si pronuncia una massima filosofica
di cui il racconto cinematografico è illustrazione. Insomma:
se pensate che un racconto fantascientifico vi consenta di mettere
in scena qualunque avvenimento in barba al senso narrativo, e senza
necessità di “apologo”, vi sbagliate alla grande.
Soprattutto con la fantascienza è fondamentale avere qualcosa
da dire, con coerenza e con un orientamento ben definito, per esprimere
attraverso il racconto un punto di vista forte sullo stato delle
cose nel mondo e sui suoi possibili sviluppi futuri. Il futuro
lo si racconta bene se impariamo a leggere il presente, ad identificarne
le tendenze e ad interrogarci sui possibili sviluppi.
Consideriamo ora in breve i due principali filoni narrativi della
fantascienza letteraria e cinematografica.
a) La Space Opera
2001 Odissea nello spazio di Kubrick, chiarisce già nel
titolo la contiguità tra il viaggio di Ulisse per il Mediterraneo
e quello di un equipaggio nello spazio. Da questo punto di vista,
la Fantascienza non può essere considerato un genere a se
stante, ma la trasposizione in altro scenario, dell’avventura
come racconto d’esplorazione e come narrazione mitologica.
Valgono dunque le stesse cose dette per il racconto epico: dev’esserci
sempre uno stretto rapporto tra il carattere del protagonista (le
sue qualità e le sue debolezze), e gli eventi e le situazioni
affrontate, che da un lato rappresentano il Destino di cui l’eroe è ostaggio,
ma dall’altra sono le occasioni attraverso le quali le doti
del protagonista e la sua ricerca anche spirituale, trovano espressione.
b) L’anticipazione sociale
Qui l’ambientazione non è lo spazio, ma la Terra.
E’ il futuro dei rapporti sociali che ci interessa. Una società dominata
dai tecnocrati o al contrario una società post-tecnologica
e neo-primitiva, com’è strutturata? Quali differenze
presenterà rispetto alla nostra? La robotica,nella letteratura
e nel cinema di fantascienza, è uno degli snodi essenziali
di questa trasformazione. I robot sognano? Possono imparare ad
amare? Possono sviluppare un’autonomia e una capacità di
contro-programmazione? Gli interrogativi aperti su questo tema
specifico dalla narrativa fantascientifica hanno dato luogo a una
serie ricchissima di soluzioni diverse e alternative. Ma una delle
difficoltà che si trovano in sede di sceneggiatura, nel
prefigurare la società futura, sta nello scegliere non tanto
gli elementi di cambiamento, quanto quelli di permanenza. Ad esempio
nel film La Decima Vittima (1965) di Elio Petri, tratto dal racconto
The Sixth Victim di Robert Sheckley si rappresenta una società futura
in cui il delitto è legalizzato e organizzato come un’infinita
partita di caccia reciproca. Nel tentativo di trasferire il racconto
in uno scenario italiano, Petri suppone con evidente intento sarcastico,
che in quel lontano futuro italiano il delitto sarà autorizzato,
ma il divorzio no. Come dire: l’Italia non si emanciperà mai
dalla tutela della Chiesa. Visto ai tempi, il film, nel suo esplicito
paradosso, poteva anche apparire stimolante, seppure sul piano
di una commedia grottesca. Visto oggi la previsione, così clamorosamente
smentita dai fatti, più che grottesca pare insostenibile
e più che provocatoria, pare arretrata. Il film è invecchiato
esattamente come la tecnologia esibita dai film di fantascienza
degli anni 50. Non si pensa, vedendolo “gli italiani non
cambieranno mai” , casomai si pensa “gli italiani sono
così legati al loro presente da non riuscire a immaginarsi
il futuro” e in particolare “gli italiani non sanno
fare la fantascienza.” (Il che sarà anche un luogo
comune, ma attende ancora d’essere smentito). E’ bene
che uno sceneggiatore consideri con estrema attenzione gli elementi
rappresentati come permanenti, che sono certamente fondamentali
per la narrazione, perché non tutto nel futuro che mostriamo
può essere nuovo, strano e sorprendente: anche sull’astronave
di Alien si fa colazione e si beve caffè in normalissime
tazze. Ma quando si narra di organizzazione sociale cosa possiamo
dare per immutabile? Che anche nell’epoca di Robocop la polizia
abbia un’organizzazione gerarchica è sostenibile senza
troppi rischi, ma che ad esempio la famiglia monogamica e mono-etnica
sia ancora imperante è già questione realisticamente
più esposta al dubbio. Lo scenario di cambiamento deve accentrarsi
su un punto di particolare forza, non può dilagare in ogni
zona del racconto, ma le permanenze è bene che passino quasi
inavvertite, perché se incentriamo il racconto su di esse,
si scivola nel campo rischiosissimo dell’anticipazione sociologica
e politica nel quale la rappresentazione del futuro può venire,
molto più rapidamente di quanto non possiamo pensare, smentita
e travolta dalla realtà attuale e dai suoi sviluppi immediati.
Il cambiamento centrale che abbiamo individuato e attorno al quale
gravita il nostro racconto, quali cambiamenti a catena comporta?
Questa è la prima questione da considerare. Gli elementi
di permanenza fino a che punto possiamo sottolinearli? Se sono
quotidianità pura e semplice passeranno inosservati, se
sono organizzazione sociale, non tutti gli assetti sociali, non
tutte le classi e le categorie professionali, non tutte le istituzioni
hanno lo stesso grado di persistenza. E infine vanno considerati
gli elementi scomparsi, non più esistenti. Ad esempio, i
libri in una società che non produce più libri. Potrebbero
essere un elemento di nostalgia e di rimpianto oppure oggetti talmente
desueti da essere divenuti ormai indecifrabili. Lo stesso può valere
per il cibo, e per mille altri aspetti consustanziali al nostro
modo di vivere, alla nostra scala di valori e al nostro gusto,
anche estetico. Tra novità, permanenze e mancanze va stabilito
un equilibrio: ogni esasperazione in una direzione o nell’altra,
ogni mix poco accorto, può portarci alla confusione narrativa.
Di nuovo: non è vero che possiamo raccontare tutto quello
che ci pare, dobbiamo dare vita a una visione del futuro che abbia
una sua interna coerenza. E’ fondamentale saper costruire
il futuro per differenza dal presente, ma anche in continuità con
le linee di tendenza che individuiamo nel presente. Senza conoscenza
del presente, ripeto, non riusciremo mai a raccontare bene il futuro
che di questo presenze è proiezione ipotetica e insieme
svelamento.
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