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SESTA LEZIONE: RUOLO E ATTEGGIAMENTO DEL PERSONAGGIO
1. La prima impressione è quella che conta
Analizzeremo più avanti i problemi di struttura narrativa , ma
accenno subito a una questione importante che ci permetterà di
approfondire il tema del protagonista. Gli studi fatti sull’attenzione
da parte del pubblico, anche indipendentemente dal cinema, hanno avuto
una notevole evoluzione nel corso degli anni, ma almeno su un punto restano
concordi, ed è questo: l’attenzione del pubblico è più alta
all’inizio di una rappresentazione ed è dunque all’inizio
che gli sceneggiatori devono affidarsi per sottolineare gli elementi
portanti della storia, quelli insomma che fondano il racconto e che devono
rimanere fissati nella mente dello spettatore. Per quanto riguarda il
protagonista questo significa che esso deve essere presentato in un modo
che lo caratterizzi inequivocabilmente da subito. Questo non significa
affatto che poi nel corso del film il protagonista non possa subire delle
evoluzioni o dei cambiamenti anche traumatici, ma va sempre tenuto presente
che la prima impressione è quella che conta. Se la prima volta
che vediamo apparire il nostro protagonista questi, per esempio, è arrabbiato
e sta litigando con qualcuno, dobbiamo tener conto che questa sua apparizione
lo marchierà e cioè il pubblico lo interpreterà come
un incazzato sempre pronto ad esplodere. La situazione di partenza definisce
il protagonista, non può essere un momento occasionale e secondario.
Quando dunque ci troviamo da sceneggiatori a fare apparire il nostro
protagonista dobbiamo studiare una situazione, un atteggiamento, un modo
di essere che già lo presenti compiutamente nel suo “essere”.
Abbiamo, nelle precedenti lezioni, citato molti esempi in proposito,
per esempio il personaggio di Dustin Hoffman ne Il Laureato,
presentato subito con l’aria persa e confusa di un ragazzo sbalestrato
che si trova a dover affrontare qualcosa di nuovo per lui, un rientro
a casa
che è anche un ingresso nel mondo degli adulti, e che lo fa sentire
un estraneo. Queste sono le caratteristiche fondamentali del personaggio
che vogliamo raccontare, quelle che ci guideranno durante tutto l’arco
della storia. ( Se ancora non siete riusciti a procurarvi il film, è appena
uscito su DVD e VHS in allegato a Repubblica e L’Espresso).
La storia di questo personaggio è anche una storia di scoperta
della sessualità (con la signora Robinson prima, con sua figlia
poi) ma questa storia il film la racconta all’interno di un tema
più grande
, cioè l’uscita dall’adolescenza e il senso di estraneità generazionale
proprio di molti ragazzi del 68. Se il film fosse iniziato con Dustin
Hoffman in aereo che lancia qualche occhiata furtiva al sedere della
hostess, avremmo finito per raccontare un film completamente diverso,
cioè la storia di un giovane arrapato alle prese con le proprie
timidezze. L’inizio insomma condiziona non solo il personaggio,
ma tutto il senso del racconto e un inizio sbagliato può portarci
fuori strada, ma soprattutto confondere il pubblico.
Riepilogando in modo più semplice quanto spiegato la volta scorsa
sulla base dei consigli di sceneggiatura di Stuart Kaminski, la prima
cosa che dobbiamo fare è chiarirci il ruolo del nostro protagonista,
ruolo da cui dipende l’atteggiamento che dovrà assumere.
2. Ruolo del protagonista.
Per chiarirci subito le idee ci sarà utile distinguere tra alcuni
ruoli fondamentali :
a) Ruolo Attivo (o Eroe)
b) Ruolo Passivo (o Seguace )
c) Ruolo Reattivo (o Anti-Eroe )
a) Un personaggio da Ruolo Attivo è un leader, cioè un
uomo o una donna che a qualsiasi età scegliamo di rappresentarlo,
ha una sua natura di leader naturale rispetto al gruppo. E’ un
personaggio che coltiva dei progetti ed escogita soluzioni per realizzarli.
Questo genere di personaggio, che ha il suo scenario favorito (anche
se non esclusivo) nei film d’azione, appena entra occupa il centro
della scena ( e dell’inquadratura). L’attore che nella storia
del cinema americano ha in qualche modo codificato questo ruolo e questo
modo di apparire è James Cagney. Se recuperate qualcuno dei suoi
film, vedrete che questo “essere al centro” anzi “occupare
il centro della scena” è applicato alla lettera. Cagney
entra in un ambiente e subito va a disporsi al centro, sicuro di sé e
dominatore, spesso inquadrato a mezzo busto e leggermente da sotto, per
sottolinearne la natura , appunto, dominante. Il primo piano è più spesso
dedicato a personaggi costruiti su una psicologia sottile o misteriosi,
il mezzo busto è il modo di apparire dell’eroe, da Cagney
allo Stallone di Rocky e Rambo . Come si può facilmente dedurre,
il protagonista non si limita a presentarsi, non solo chiarisce la propria
centralità, ma si colloca anche in un preciso quadro di “genere”.
Il protagonista di un film comico, soprattutto se è un comico
che usa molto il suo fisico , cioè non puramente verbale, compare
di preferenza a figura intera ( confrontate per esempio le entrate in
scena di Jerry Lewis o di Jim Carrey) cosa che gli consente di esprimersi
compiutamente attraverso il suo modo di muoversi. Simili scelte di inquadratura,
certo, competono più al regista che allo sceneggiatore, ma è bene
che lo sceneggiatore ne sia consapevole nel costruire la scena , anche
se è intenzione sua e del regista, trasgredirle. La situazione
che mettiamo in scena deve essere tale da fare cogliere immediatamente
al pubblico che è entrato in scena il personaggio “centrale”,
un personaggio che crea gerarchia, rispetto al quale tutti gli altri
hanno ruoli ben diversi: di contorno, di supporto, di ostacolo, di antagonismo,
ma comunque tutti definiti rispetto a lui. Considerate ad esempio la
presentazione del personaggio di Charles Bronson nel film di Sergio Leone C’era
una volta il west. Leone non usa affatto una presentazione
tradizionale alla Cagney e trasgredisce in molti modi, eppure il modello
narrativo è molto preciso. Vediamo dei brutti ceffi in attesa
in una stazioncina sperduta del west. Tra loro anche volti di caratteristi
molto noti agli appassionati del cinema western. E’ subito chiaro
che si tratta di “cattivi” , ma il pubblico viene condotto
a pensare che siano dei cattivi fondamentali nella storia che inizia:
Leone ce li mostra uno per uno, ne riconosciamo bene i volti, in PP,
ce li presenta mentre fanno azioni minutamente descritte ( uno ad esempio
gioca con una mosca che lo infastidisce fino a imprigionarla nella canna
della pistola) .Tutto farebbe pensare che si tratti insomma di personaggi
fondamentali, tanto vengono caratterizzati. Insieme avvertiamo che dato
che si trovano tutti in attesa, non sono dei protagonisti perché il
loro ruolo dipende da colui che essi aspettano, da quell’eroe ancora
invisibile che sarà il vero protagonista. Anche se stanno zitti,
con la loro stessa attesa, ci “parlano di lui”, ce lo fanno
attendere da pubblico esattamente come lo attendono loro da personaggi.
Arriva un treno. I personaggi si alzano, pronti a vedere spuntare l’eroe-nemico
tanto atteso, che però non scende dal treno. Attesa delusa. Il
treno riparte e scivola come un sipario teatrale per mostrarci dal lato
opposto del binario, Charles Bronson. Dopodiché i personaggi che
lo hanno introdotto, restano tutti uccisi sotto i suoi colpi. Leone ci
sorprende perché da un lato porta all’esasperazione la nostra
attesa, dall’altro smentisce le attese più prevedibili perché quelli
che avevamo considerato come cattivi fondamentali, vengono invece spazzati
subito via dall’eroe , al principio del film. Questo ci dice anche
molto sul protagonista-eroe. Se ha eliminato così alla svelta
dei professionisti, chissà a cos’altro ci farà assistere
nel seguito della storia. Inoltre: se è sceso dall’altro
lato del treno, è un uomo che ragiona, che ha un suo piano e che
sa contrastare quelli altrui. Infine, non è uomo facilmente prevedibile:
sembra che tenga in mano una valigia, ma nella stessa mano ha già pronta
la pistola e la estrae in modo da sorprendere i banditi e noi stessi
che non l’avevamo notata. Più attivo di così il protagonista
non potrebbe essere, anche se le sue azioni sono tutt’altro che
frenetiche e la sua posizione quasi statica. E’ attivo perché la
situazione non esiste senza di lui, nessun altro personaggio potrebbe
essere attivo senza di lui ( si limitano ad aspettarlo) e perché è un
calcolatore, ha un progetto ed è pronto ad eseguirlo freddamente
e con successo.
b) Il protagonista della nostra storia può anche non avere caratteristiche
da eroe, essere un uomo della strada che nella scala gerarchica non occupa
la prima posizione. Tuttavia dobbiamo subito chiarire che è lui
che ci interessa raccontare, non il suo capo. Qui bisogna fare molta
attenzione: se il nostro protagonista è un subordinato, non deve
però apparire come una “spalla”. Watson non potrà mai
essere il protagonista. Watson esiste perché racconta Sherlock
Holmes . La spalla è altra cosa dal Protagonista Passivo, la spalla
non può esistere indipendentemente dall’Eroe . Il Protagonista
Passivo invece è un uomo o una donna che, al contrario dell’Eroe,
subisce gli eventi , a volte impara a fatica a reagire, altre volte preferisce
ignorarli richiudendosi in se stesso o sfuggendoli. Non è un uomo
che fa progetti , ma che subisce e segue i progetti degli altri e cerca
di adattarvisi o di scansarli. Un esempio di questo genere di personaggio
possiamo trovarlo nel ruolo di Marlon Brando nel film Fronte del
Porto di Elia Kazan. E’ il membro di una banda di gangster,
un ex pugile un po’ rincoglionito, che non conta nulla e viene
spesso preso in giro dagli altri, se e quando viene considerato. Cioè tutto
il contrario di un eroe. Gli autori ce lo presentano ai margini (letteralmente)
del suo gruppo d’appartenenza, schivo, con il volto che sembra
voler evitare la macchina da presa. Rispetto a un Cagney che va ad occupare
il centro della scena, Brando ( e James Dean) ci presentano un protagonista
che se ne sta ai margini e che si lascia scoprire (anche dalla macchina
da presa) solo un poco per volta. Nel corso della storia, saranno più gli
eventi che la sua volontà a imporgli un ruolo “eroico”,
lui non ha fatto nulla per volerlo e subisce persino questo, come una
sorta di Calvario non accettato, ma fatale, imposto dal destino. Confrontate
l’entrata in scena di Brando in Fronte del Porto e quella
dello stesso Brando ne Il Selvaggio e vi sarà subito
facile capire che non si tratta puramente di scelte attoriali, ma di
racconto. La rappresentazione
de Il Selvaggio non potrebbe essere più classica: a mezzo busto,
alla guida della sua moto e al comando della sua banda di motociclisti.
Tutt’altra cosa cioè dal suo comparire marginale, quasi
inosservato, semi di spalle, all’inizio di Fronte del Porto.
c) L’Anti-eroe porta alle estreme conseguenze il ruolo di Brando
in Fronte del Porto. Non si tratta solo di un marginale, si
tratta di un totale estraneo al suo contesto e persino a un ruolo codificato
dalla
tradizione. Tutte le caratteristiche dell’eroe in lui sono capovolte.
Se un eroe è forte, lui è un debole. Se l’eroe è un
modello di virtù, lui ha mille vizi. Se l’eroe sa sempre
cosa fare, lui è sempre in balia del momento e delle occasioni.
Ciò non significa che non riesca a reagire, ma che le sue soluzioni
dovranno essere anch’esse estranee a quelle dell’uomo comune.
Saranno le reazioni di Dustin Hoffman in Rain Man, di Peter Sellers in
Oltre il Giardino, del già citato in una precedente lezione detective
Monk, o di un Forrest Gump. L’immagine-simbolo di Forrest Gump
ce lo presenta seduto su una panchina. Fate attenzione, non su una sedia,
ma su una panchina, cioè un tipo di sedile pubblico, destinato
ad ospitare più persone, sul quale un uomo in solitudine già di
per sé ci appare incongruo. Sembra fin da questa immagine che
non siano gli altri, il coro, ad aspettare lui, ma lui ad aspettare gli
altri, altri che non arrivano. Ma Forrest Gump non ha neppure l’atteggiamento
e l’espressione di chi soffre la propria emarginazione. La sua
panchina è anche un punto d’osservazione, il punto (pubblico)
da cui guarda il mondo e su cui si espone agli sguardi del mondo. Guarda
noi e viene guardato da noi. Isolato, eppure centrale, come un eroe.
Seduto eppure attivo. Estraneo, ma disponibile a tutto ciò che
può accadere. Non è ovviamente indispensabile che un simile
personaggio sia border-line, matto, autistico… abbiamo già visto
ne Il Laureato che può anche trattarsi di un ragazzo qualunque,
sperduto come qualunque altro ragazzo della propria generazione, che
se e quando reagisce lo fa non nel modo previsto dal codice e dalle regole
sociali, ma in modo creativo nel senso più letterale del termine,
cioè inventandoselo sul momento, senza riflessione, né preparazione,
senza cioè il calcolo caratteristico dell’Eroe. Un esempio
recente e italiano di Anti-Eroe è il protagonista del film di
Paolo Sorrentino Le conseguenze dell’amore, magistralmente
interpretato da Toni Servillo. Se non avete ancora visto questo film,
be’ allora
l’esercizio di questa lezione è :comprate il DVD e studiatevelo
attentamente, perché sono molto rari gli esempi di cinema italiano
attuale così espressivi e attenti sul piano del racconto. Un uomo
isolato e silenzioso, nell’ovattato ambiente di un albergo svizzero,
che attende non si sa cosa, che è lì non si sa a fare cosa,
che osserva e si lascia osservare quasi avesse rinunciato a vivere. Eppure è un
eroe, nel senso che all’occorrenza, sta studiare progetti e strategie
e portarli al successo, ancorché un successo non certo da happy
end, e che segue il suo destino senza tuttavia supporre di poterlo governare.
Uno straordinario personaggio che era difficilissimo non solo raccontare,ma
presentare. Studiate come le scelte di rappresentazione e i movimenti
della macchina da presa ci facciano da subito entrare in sintonia emotiva
con il personaggio. La macchina da presa gli gira intorno. E il nostro
sguardo circolare è come il suo, come lo sguardo del protagonista
che si guarda lentamente intorno, non vago , ma sempre centrato su un
focus preciso: scruta le cose e le persone, cerca i dettagli e insieme
se ne tiene fuori.
Nella prossima lezione cominceremo ad affrontare i problemi di struttura
del racconto, con un breve excursus sugli studi relativi all’attenzione,
come accennato nelle prime righe di questa lezione. Ho verificato durante
questo primo ciclo che i vostri contributi ed esercizi sono stati numerosi
e vivaci, potete continuare a mandarli e ora che il panorama delle opzioni
narrative dovrebbe esservi più chiaro, potete anche riprendere
in mano i vostri primi scritti e lavorarci di nuovo con maggiore consapevolezza.
Ho notato invece una grande disattenzione rispetto a quanto qui più volte
raccomandato e cioè lo studio dei film. Applicarsi a leggere un
film, seguirlo nei suoi sviluppi, scoprire le soluzioni di racconto,
svelarne i difetti e le inadeguatezze oltre che i pregi, è fondamentale.
Il miglior repertorio di tecniche e soluzioni narrative non è,
né può essere un manuale, ma i film stessi. Se non si confronta
mai ciò che abbiamo in testa con i modi espressivi altrui, difficilmente
si progredisce sul piano espressivo. Il punto non è affatto copiare
(anche perché come diceva Totò: “a inventare sono
capaci tutti, è copiare che è difficile.”) ma comprendere
che raccontare non è qualcosa che appartiene semplicemente al
talento e alle disposizioni più o meno naturali di un individuo,
ma è un patrimonio collettivo da conoscere ed esplorare. Il ruolo
di chi crea e il ruolo di chi “fa la critica” sono distinti,
ma solo in un senso, cioè che chi crea deve anche imparare ad
essere critico (di se stesso oltre che degli altri) mentre un critico
può tranquillamente fare a meno di essere un artista.
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