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IL FUMETTO E LA NARRATIVA SERIALE
di Gianfranco Manfredi

1. ROMANZO E ILLUSTRAZIONE SONO DUE COSE BEN DISTINTE

Il rapporto tra letteratura e disegno nasce distinto. Soprattutto nelle pubblicazioni a larga diffusione popolare, il testo veniva più o meno frequentemente corredato da tavole illustrative. Queste tavole avevano funzioni diverse: a volte si trattava di rimarcare i tratti e le caratteristiche dei protagonisti, altre volte di sottolineare e chiarire scene d’azione, di emozionare raffigurando situazioni pericolose, scene di gruppo molto animate, o anche di rappresentare scenari fantastici, ambienti esterni o interni particolarmente esotici. Ma in moltissimi casi il disegno e la grafica esprimevano una loro autonomia di racconto, offrendo un’interpretazione così caratterizzata e personale dello scritto da costituire una vera narrazione sulla narrazione.
E’ il caso ad esempio della serie di romanzi per adolescenti della Contessa de Ségur (1799/1874), che vantano (nell’edizione Hachette) la presenza di illustratori davvero d’eccezione, come Bayard che correda di 82 vignette il romanzo Le Mauvais Genie, Bertall, autore delle 20 vignette che illustrano il romanzo Les Petites Filles Modèles e Castelli autore delle 72 vignette di La Soeur de Gribouille. Spesso in questi libri, il titolo e la posizione delle singole tavole figurano in un indice a parte, per la comodità del lettore che volesse gustarsele indipendentemente dalla lettura del romanzo. Se consideriamo bene queste illustrazioni possiamo notare come, nello sviluppo di un loro linguaggio autonomo, abbiano saputo emanciparsi sia dalla mera caratterizzazione (perché i personaggi raccontano delle vicende) sia dalla rigidità scenografica e teatrale della pura “messa in scena” di personaggi e ambienti , in tavole che appaiono ancora oggi ricche di soluzioni grafiche magistrali e di grande forza espressiva.
Queste illustrazioni accompagnavano spesso romanzi pubblicati a puntate, o collane di romanzi di genere, o serie di romanzi con un protagonista fisso, e da questo punto di vista la loro diffusione rientra pienamente nella categoria della serialità: queste opere costituiscono, per i lettori, un appuntamento, un rito che si ripete. Ma il ruolo delle illustrazioni va al di là della ripetizione. E’ il romanzo, il testo, a garantire la serialità. Le illustrazioni affidate a disegnatori diversi, a volte anche nel corpo dello stesso fascicolo, si guadagnano nella serialità un rilievo autonomo. Per molti versi spezzano la serialità, la segmentano… e il risultato è che sono i singoli numeri della serie ad acquistare rilievo, rispetto alla serie nel suo insieme.
Nei romanzi illustrati si esprime insomma una distinzione netta: da un lato il testo, dall’altra le illustrazioni. Entrambi raccontano. Pare che raccontino la stessa storia, ma in realtà raccontano due storie distinte e in due stili opposti. Da un lato la continuità narrativa garantita dal testo, dall’altra la discontinuità e la frammentarietà espressa dalle immagini.
Nei fumetti questi due elementi devono necessariamente unirsi: la narrazione è una sola, o almeno deve aspirare ad esserlo. Il fumetto è infatti una narrazione per immagini.
Come si è pervenuti a questa difficile sintesi?

2. IL CINEMA COME NARRAZIONE PER IMMAGINI

E’ il cinema muto ad offrire la prima soluzione del problema. Nel cinema muto delle origini, non ci sono movimenti di macchina da presa. La ripresa è fissa e il montaggio alterna campi lunghi, campi medi e primi piani (piuttosto rari). Le didascalie sono a parte: cartelli scritti che introducono la situazione o precisano i dialoghi. Ma il racconto è affidato alle immagini, scandite in sequenze composte di stacchi continui, proprio come vignette. E’ in questa scansione del racconto visivo che affonda le sue radici il fumetto moderno, in particolare quello post-bellico.
I film seriali ( quelli di Feuillade, ad esempio, autore della trasposizione cinematografica di Fantomas; o quelli del nostro Emilio Ghione , creatore e interprete del personaggio dell’apache parigino Za-la-mort) codificano lo stile della narrazione per immagini e a puntate. Le singole avventure sono divise in episodi (puntate) .Si ha così una serialità doppia, quella generale delle diverse storie del personaggio (i film) , e quella delle singole storie divise in capitoli (gli episodi). Questi capitoli però, a differenza dei capitoli di un romanzo, hanno una durata fissa e prestabilita. In altre parole, il cinema muto seriale introduce nella narrazione per immagini il Format.
Mentre in un romanzo i capitoli possono avere durata variabile, un film-episodio ha una durata fissa e predeterminata di circa mezz’ora. Anche questo è un precedente importante per i seriali a fumetti che, come per il cinema, non possono presentare singoli numeri di durata variabile: il numero di pagine deve restare fisso. La narrazione va quindi condotta entro quel limite.
La struttura per capitoli tipica di un romanzo subisce una correzione notevole: ogni capitolo, in cinema e in fumetto, è un episodio con un suo inizio, un suo svolgimento e una sua conclusione (che può essere lasciata in sospeso, ma che nondimeno deve essere una scena molto forte, tale da suscitare attesa per il seguito). Mentre in un romanzo un capitolo o una serie di capitoli (si pensi a Guerra e Pace di Tolstoi per esempio) possono costituire una digressione rispetto al racconto principale, in un seriale cinematografico o a fumetti una digressione di questa natura spezzerebbe brutalmente la continuità tra episodio ed episodio. Inoltre mentre in un romanzo seriale il protagonista può benissimo non comparire in un singolo capitolo, nei seriali cinematografici e a fumetti il protagonista , costituendo l’elemento principe di riconoscibilità della serie e della continuità, deve apparire sempre, in ciascuno degli episodi.
Insomma, senza il cinema muto, non sarebbe stato possibile il transito tra letteratura illustrata e fumetto. E’ il cinema a codificare la narrazione per immagini, in particolare quella seriale. E al cinema il fumetto narrativo moderno resta strutturalmente debitore.

3. DIABOLIK CONTRO TEX

Analizziamo ora in breve due fumetti italiani esemplari , sotto il punto di vista del rapporto tra letteratura seriale e fumetto: Diabolik e Tex.
Alcuni titoli della prima serie di Diabolik: Il Re del Terrore, L’inafferrabile criminale, Il treno della Morte, Lo sguardo che uccide, L’assassino dai mille volti.
Alcuni titoli di Tex: La Montagna Misteriosa, L’enigma del feticcio, La Gola della Morte, Il Veliero Maledetto.
Basterebbe questo a evidenziare un legame diretto con la narrativa pulp seriale, per esempio quella dei romanzi Nerbini a fascicoli che avevano titoli come: La caverna delle torture, Il treno fantasma, L’isola della Morte, La Torre Maledetta, L’uomo dai mille volti… e si potrebbe continuare a lungo.
Certo in Diabolik ci sono anche titoli meno pulp che rimandano più al giallo tradizionale come Il Grande ricatto o Delitto Perfetto. E in Tex la maggior parte dei titoli rimarca il genere western: La terra promessa, Dodge City, Incendio allo Star-O, Vigilantes eccetera.
Nel mix dei riferimenti, comunque, i titoli a forti tinte rappresentano una ricorrenza che anche a distanza di decenni continua a denunciare un legame ereditario preciso con il feuilleton e il romanzo popolare a fascicoli.
Ma è altrettanto forte e visibile questo legame nella forma e nella struttura narrativa degli albi?
Diabolik, personaggio creato da Angela e Luciana Giussani, comincia ad uscire in edicola nell'estate del 1962, e al principio non è altro che la trasposizione a fumetti di Fantomas. Il debito è più letterario che cinematografico. Infatti le sorelle Giussani non si riferiscono assolutamente ai film di Feuillade,nei quali (tra l’altro) Fantomas appare sempre nelle fattezze dei personaggi che va ad impersonare, non in calzamaglia nera. La calzamaglia nera, Feuillade l’aveva usata per Musidora, protagonista della serie Le Vampires, serie piuttosto affine a Fantomas perché non trattava affatto di vampiri, ma di una banda di criminali battezzatasi con quel nome. D’altro canto, Diabolik si distacca anche dalla sua radice letteraria perché rispetto all’eterno trasformismo di Fantomas, si presenta anche e soprattutto con il suo volto e il suo costume (come l’Uomo Mascherato). Questa differenza si fa nel tempo sempre più marcata e va ben al di là dell’abito, Diabolik prende sempre più le distanze dal modello letterario originale per assumere caratteristiche proprie.
La struttura grafica è molto innovativa, nella sua semplicità ed efficacia: due vignette una sull’altra.
Il modello non è cinematografico, ma casomai quello del fotoromanzo. Le immagini tendono a una certa staticità e raramente si dipanano per sequenze.
Il problema sopra richiamato del conflitto tra testo e immagine viene risolto azzerando progressivamente l’autonomia dell’immagine, nel senso che l’immagine serve solo a raffigurare i personaggi e le situazioni, non li interpreta. La scelta è quella di mantenere uno stile grafico unitario, dotato di caratteristiche forti, ma semplici e suscettibili di replica. Si è scelto di rendere insomma più anonimo il ruolo del singolo disegnatore, seguendo un modello di serialità fondato sulla ripetizione: tanto nella struttura fissa della narrazione, quanto nel disegno. Il risultato di comunicazione è di una certa freddezza che si sposa però molto bene alle caratteristiche di un racconto criminale che viene condotto come una cronaca.
Da un lato il disegno e la creatività dei singoli disegnatori vengono totalmente asserviti alla storia, dall’altro la storia si scandisce per immagini bloccate, fotografiche, tutte concentrate sul contenuto essenziale, cioè il focus della situazione che inghiotte ogni altra suggestione (d’ambiente, di luci e ombre, o di caratterizzazione psicologica).
Difficile considerare Diabolik un prodotto letterario. Narrativo lo è sicuramente, ma i codici che usa per raccontare sono molto diversi sia da quelli della letteratura che da quelli del cinema. Unica cosa che lo lega al cinema, ma più che al cinema al telefilm seriale, è un Format di ferro.
Tex, creato da Gianluigi Bonelli, nasce in epoca precedente, nel 1948, ma sulla base di un’eredità e di una tradizione già consolidate. Anzitutto Gianluigi Bonelli è un romanziere che già prima di pubblicare fumetti ha pubblicato dei romanzi d’avventura pienamente inseriti nella tradizione del romanzo popolare e del feuilleton. In secondo luogo, è un profondo conoscitore di cinema. Entrambi questi debiti sono riconoscibilissimi in Tex. Se il tipo di soggetti guarda esplicitamente da un lato al cinema western dall’altro ad autori letterari come Zane Grey, è nei dialoghi che Gianluigi Bonelli si rivela un vero maestro. L’uso del linguaggio iperbolico, così caratteristico del west e in particolare della cultura texana, gli è straordinariamente famigliare. Sulla collana di Tex in formato albo, per molti numeri è comparso un interessantissimo glossario delle espressioni tipicamente western. Un esempio. Si spiega il significato di: Paint the Tonsils. “Passare una mano di vernice sulle tonsille. Espressione scanzonata per indicare una bevuta di whisky.” Alla base del modo di parlare di Tex c’è dunque una ricerca di linguaggio e basterebbe già solo questo a denunciarne la radice letteraria. Il linguaggio in Tex non è la mera comunicazione di un contenuto, è espressione letteraria, e solo come tale può venire gustato, nella sua autonomia dal disegno. D’altro canto i disegni esprimono stili molto vari (interpretano la storia in modi differenti) cioè il modello di serialità di Tex non sacrifica mai l’originalità dell’opera dei singoli disegnatori. La compresenza di elementi opposti ( testo e disegno) non suscita dissidio perché ha come riferimento unitario il linguaggio cinematografico, considerato vero codice della narrazione per immagini. L’alternarsi del giorno e della notte, degli interni e degli esterni, l’importanza delle scenografie, il movimento dei personaggi negli ambienti, la scansione dinamica delle singole sequenze, il taglio mai pretestuoso delle inquadrature, le vivaci alternanze di campo, il realismo della rappresentazione, tutto ciò che in Tex sta a fondamento del racconto e si esprime attraverso le immagini, viene dal cinema. Se dunque Tex ha la letteratura ( quella di frontiera soprattutto) come origine, origine che resta ben visibile nell’ampiezza e nella tessitura romanzesca delle storie oltre che nei dialoghi, si appoggia anche su un testo (invisibile al lettore) che è sceneggiatura, non letteratura, e che affonda le sue radici nel cinema.
Di contro, il Format di Tex è variabilissimo: negli albi di Gianluigi Bonelli un episodio più terminare nel bel mezzo di un albo e di lì cominciarne un altro .E successivamente anche se si è scelto un criterio diverso, le nuove e distinte edizioni ( Serie normale, Almanacco, Speciali, Maxi e Giganti) hanno comunque fatto uso di format multipli e di lunghezze variabili. In questo Tex è il fumetto che più di ogni altro resta vicino a un modello letterario: la storia che si narra dura quello che deve durare a giudizio dell’autore (uno,due, tre o più episodi, per una quantità di pagine non rigidamente predeterminata).

4. IL SERIALE DI PERSONAGGIO

Con Tex e Diabolik abbiamo visto due esempi illustri di Serial Classico, cioè il Seriale di Personaggio. L’origine di questo tipo particolare di seriale è sicuramente letteraria: Fantomas, Arsenio Lupin, Sherlock Holmes, Sandokan, James Bond … l’elenco potrebbe continuare a lungo. E’ una serialità diversa e distinta dalla serialità della Comédie Humaine di Balzac, tanto per fare un esempio, o di quella di serie televisive tipo Ai confini della realtà, Hitchock Presenta o Lost. La riconoscibilità della serie, non è tanto il genere prescelto, il periodo storico, l’argomento affrontato, né tanto meno l’autore della serie, ma l’eroe. E questo eroe, in quanto seriale, per sua natura non può morire. Anche quando i loro autori hanno tentato di ucciderlo, il personaggio è risorto, magari affidato a un altro autore. I lettori hanno contribuito con la loro immaginazione e con il loro investimento affettivo a forgiare il personaggio tanto quanto gli autori. E finché esistono lettori che esigono nuove avventure del personaggio, il personaggio continua a vivere.
Ma oltre a non poter morire, ci sono molte altre cose che un personaggio non può fare: Poirot non può sposarsi, perché questo contrasterebbe con la misoginia che è parte integrante del suo carattere; James Bond non può lasciare i servizi segreti e agire in proprio, perché da indipendente non potrebbe godere della stessa libertà d’azione e di tutte le licenze che può permettersi ( da quella d’uccidere, a quella di girare il mondo consentendosi ogni genere di lussi a spese della Regina); Tarzan non può esibirsi come trapezista in un circo perché tradirebbe il suo animo selvaggio. Dunque da un lato un eroe si caratterizza con forza per le cose che fa, dall’altro per quelle che non può assolutamente fare. L’autore non può permettersi di dargli una biografia da persona normale che magari nel corso della vita cambia radicalmente esperienze, matura nuovi interessi, sviluppa nuove capacità. L’eroe, una volta che si è fissato, non è più governato dal suo autore, è in larga misura autonomo e indipendente, nelle sue facoltà e nei suoi limiti .
L’eroe domina anche il racconto. Non deve essere lui funzionale alla storia narrata, ma la storia a lui. Di più: il personaggio viene percepito di per sé, al di là della serie delle sue avventure. Lui è l’elemento di permanenza, il perno attorno a cui tutto si muove. Quando pensiamo a Sherlock Holmes, pensiamo al personaggio stesso, non a questo o quel romanzo di Sherlock Holmes. Il caso di Batman è addirittura sorprendente: le sue avventure possono essere giocose, persino comiche, oppure cupe e drammatiche. A volte i due elementi vengono combinati insieme. Eppure Batman, resta sempre Batman. Il suo protagonismo e le sue caratteristiche di personaggio sono talmente forti che possono persino resistere di fronte ad un cambiamento espressivo, stilistico e di genere delle sue singole avventure.
L’eroe può insomma essere paragonato a un albero. Se lo seghiamo, attraverso i cerchi del tronco possiamo leggere l’età dell’albero, e le stratificazioni successive ( le sue singole avventure) ci svelano il suo processo di crescita, ma dall’esterno, noi vediamo soltanto l’albero, nella sua unicità. E’ quell’albero lì, diverso dagli altri singoli alberi della foresta.

5. IN CONCLUSIONE

La narrativa seriale oggi, rispetto all’ottocento e al primo novecento, si è fortemente ridimensionata in letteratura, dove si può dire sopravviva quasi esclusivamente nei gialli, affidata a singole figure di commissari o di investigatori privati. L’eredità di questo genere di narrativa è stata consegnata al cinema , alla televisione e al fumetto. E’ tuttavia nel fumetto che la radice letteraria si avverte maggiormente, in virtù del mezzo stesso: un fumetto lo si legge.
Il fumetto costituisce una fusione del tutto unica e originale di diverse modalità espressive. Unisce testo e immagini, scrittura e disegno, romanzo e cinema. Non ha dalla sua il movimento, né l’interpretazione degli attori, ma in compenso conserva la libertà che il romanzo lascia al lettore. Un fumetto noi lo leggiamo dove ci pare, all’ora che ci pare, con il nostro ritmo e il nostro tempo di lettura, con il nostro tipo di lettura che per ciascuno di noi è diverso: c’è chi si sofferma a lungo sulle immagini e magari salta i dialoghi, c’è chi al contrario si limita al colpo d’occhio e segue il testo, c’è chi integra a modo suo le due cose. Il lettore non è fruitore passivo, può persino forgiarsi un’immagine interiore dell’eroe e riconoscerlo come lo pensa, cioè al di là dei suoi cambiamenti grafici, può insomma collaborare con la propria immaginazione alla definizione del personaggio. Infine, gli eroi del fumetto seriale, come facevano quelli del romanzo popolare ai tempi della loro maggior gloria, ci accompagnano mese per mese, per anni interi, da quando cominciamo a leggere alla maturità, e in certi casi per tutta la vita. Gli albi vengono tramandati, come i libri, di padre in figlio, di generazione in generazione. Nel Seriale di Personaggio ci si affeziona anzitutto alle caratteristiche fondamentali dell’eroe e solo in seconda istanza ad un certo modo espressivo tipico di quel certo autore o di quel genere di racconto. In ogni caso, una serie non può, nemmeno volendo, ricominciare da zero. L’origine va sempre rispettata, e la complessa stratificazione che nel tempo è cresciuta attorno al nucleo iniziale non è una buccia che si possa tagliare via. Ogni modifica deve venire valutata molto attentamente, perché non sia avvertita dal pubblico degli appassionati come un tradimento.
D’altra parte il seriale, ogni seriale, anche quello di Personaggio, è una forma di narrativa in costante evoluzione. Perché un seriale resti vivo, deve continuare ad appassionare al di là dell’abitudine, deve saper sorprendere in modo che l’abitudine non si muti in noia, e deve inoltre saper attrarre nuovi lettori e mostrarsi sempre all’altezza dei tempi. Dunque non può assolutamente limitarsi alla ripetizione meccanica di uno stereotipo. Il suo passato glorioso non deve rappresentare un altare cui sacrificare vergini e bambini (cioè il nuovo). Il fatto stesso che la serialità si fondi su una storia scandita per episodi successivi, una storia che non finisce mai o della quale comunque non si può prevedere la fine, chiarisce come la sua vera natura sia evolutiva. Oggi molti tendono a pensare la serialità come eterna riproposizione di un modello che funziona di per sé, alla cieca, puro motore immobile nel cambiamento vorticoso delle cose, e unico saldo appiglio cui afferrarsi proprio perché fondata sul già conosciuto. In poche parole una minestra riscaldata. La serialità è invece un modello in progress, si fonda su una tradizione, ma la sviluppa adattandola e reinventandola costantemente ai mezzi, ai modi espressivi e produttivi e ai tempi.
In conclusione. Il fumetto seriale risolve (secondo molteplici modalità) il problema della contrapposizione tra testo scritto e immagini, ma ne apre un altro: come regolare i due opposti elementi che lo costituiscono cioè la permanenza e lo sviluppo, sempre alla ricerca di un equilibrio. Il senso profondo e insieme il difficile compito della serialità è cambiare riproducendosi e riprodursi cambiando.


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