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CROMANTICA

IN QUEI QUADRI C'E' UN ENIGMA A TEMPO DI ROCK, di Maurizio Cucchi

Proviamo a mettere un po' di giallo e di suspense nella troppo quieta routine dei nostri fatti culturali; apriamo improvvise voragini misteriose che affondino nel passato, che ne facciano riaffiorare la memoria e un volto magari sinistro; proviamoci almeno con la fantasia... Un invito implicito di questo genere sembra percorrere il secondo romanzo di Gianfranco Manfredi, Cromantica, storia d'intreccio complesso, storia nella quale l'autore accumula una serie molto vasta di dati, situazioni, episodi, partendo dall'invenzione di un bizzarro fatto: alla mostra d'arte La luce oscura (pittori del '700 in Italia), allestita a Milano, appaiono clandestini e inquietanti degli insoliti quadri: sei quadri neri spuntati come dal nulla su una parete.
La vicenda, il mistero, il giallo iniziano da qui, ed hanno per oggetto, per occasione, l'origine e la natura di quei dipinti. Sotto il loro strato nero si rivelano pitture di soggetto insolito (un contadino che defeca sotto un noce, sette personaggi obesi che danzano nudi attorno a un maiale sgozzato...), la loro epoca ipotizzabile è la seconda meta del secolo XVIII° (ad eccezione di un Ritratto di Gentiluomo, anteriore di cent'anni per necessità di trama) e sono in eccellente stato, pur se hanno la cornice bruciata.
La macchina dell'indagine finisce con l'impigliare vari personaggi legati al mondo dell'arte, agisce a più riprese nel passato da cui provengono i quadri neri, produce antichi testimoni attraverso documenti, incontra i procedimenti alchemici e quindi l'oro filosofico che avrebbe preteso di rendere i colori indistruttibili. L'intreccio ha la sua necessaria conclusione, ma è chiaro che più della stessa soluzione ciò che conta è l'insolito spettacolo che la comparsa subdola dei quadri neri riesce a suscitare (o risuscitare...).
Manfredi si dimostra abile nel maneggiare parecchia materia non facile e non leggera, e fa un impasto nel quale inevitabilmente affiorano dei grumi, ma che ha certo un suo sapore vivo, che è spesso aspro. Nel mescolare con sempre maggiore insistenza tempi remoti e tempo presente, Manfredi aderisce inoltre, a volte con naturalezza, a volte con astuto artificio, a un gusto d'oggi, a un presente disorientato che non può fare a meno di confrontarsi - o di confondersi - con l'antico o con una sua idea, o immagine, o suggestione. Corre anche parecchi rischi, cade in qualche ingenuità e talvolta non rifinisce, allinea personaggi il cui carattere (magari volutamente) è piuttosto vago; ma riesce anche a dimostrare una buona destrezza nel controllo di tutto il complicato meccanismo. Diciamo che è all'altezza del suo progetto.
Ci sono narratori giovani che scommettono sull'utilizzazione, sull'elaborazione personale (più o meno profonda) di modi e materiali bassi, o sottoculturali, della realtà contemporanea (linguaggio telefilmico, cultura rock ecc.) per produrre una narrativa che sappia dare all'interno il clima e l'atmosfera del nostro tempo. Manfredi utilizza invece materiali nobili, alti (arte, storia, alchimia...) per introdurli in un circuito di possibile fruizione immediata, per creare attori e ambienti di un cupo varietà veloce, di uno spettacolo denso, grottesco, allucinato che non pretende un futuro, che ha fretta. che vuole essere consumato subito.
Forse in questo è anche la novità della sua intenzione di scrittore.

LE ASTUZIE DEL SERPENTE, di STEFANO GIOVANARDI, articolo apparso su La Repubblica, 2 agosto 1985

Se c'è un luogo comune del tutto menzognero, è quello concernente l'altezzoso disdegno del critici nei confronti della letteratura "d'evasione", o "d'intrattenimento" che dir si voglia; quasi che l'intera categoria sia formata da occhiuti penitenzieri pronti (come Goebbels al solo sentir nominare la parola "cultura") ad estrarre la pistola non appena si accenni alla nozione di divertimento. Lo sa Dio invece quante volte, emergendo a fatica dalla melma della lettura coatta di decine e decine di romanzi tanto "seri" quanto inutili, si anelerebbe a una boccata d'aria, all'incontro con un libro magari senza "pretese", ma capace di farsi leggere da cima a fondo per il solo piacere dl sapere come andrà a finire...
Purtroppo però la stragrande maggioranza degli autori confonde l'intrattenimento con la pura idiozia; e allora il critico sventurato, costretto a scegliere tra epigoni degli epigoni di Joyce o di Tolstoi e maldestri imitatori di Scerbanenco o di Liala, non può che rifugiarsi, sempre più depresso, fra le braccia dei primi: non foss'altro, per omaggio al blasone. Ma esulterà e saprà divertirsi se per avventura si imbatterà, in un momento di relax, in un romanzo "d'evasione" intelligente.
Più o meno come si è divertito il sottoscritto leggendo tutto d'un fiato Cromantica di Gianfranco Manfredi (Feltrinelli, pagg. 245, lire 18.000). E sì che l'intreccio è complicatissimo, al punto che è impossibile riassumerlo sperando di far capire qualcosa. Tutto ruota intorno a sei quadri che vengono trovati appesi al muro nell'ultima sala di una mostra milanese dedicata alla pittura italiana del Settecento. Le cornici sono quasi del tutto bruciate, e le tele ricoperte da uno strato di vernice nera; e nessuno, naturalmente, sa come siano finite lì. Raschiata via la vernice, appaiono del dipinti dai colori straordinari e dai contenuti misteriosi, che innescano una doppia e intricata indagine: una scientifica, per svelare l'autore e soprattutto il segreto di quei colori capaci di respingere il fuoco; e una più propriamente investigativa, per scoprire chi e a che scopo abbia depositato i quadri alla mostra.
Si mette così in movimento una girandola di personaggi, avvenimenti e situazioni che svariano nello spazio e nel tempo, coinvolgendo alchimisti cinquecenteschi e pittori-maghi del XVIII secolo, trafficanti d'arte dei nostri giorni e strani libertini dl fine Settecento intenti a consumare orge ed estetismi nell'isolamento di un castello della Valtellina: una matassa che l'"art-detective" Massimo Gluck detto il Serpente (ma dalla descrizione che ne dà Manfredi assomiglia più che altro a un fenicottero) cerca pazientemente di dipanare, muovendosi un po' come Marlowe e un po' come un personaggio di Woody Allen.
E compaiono a corredo: un anziano critico d'arte tormentato da visioni medianiche; due espertissimi restauratori dal ruolo piuttosto ambiguo; un assessore alla Cultura omosessuale e molto preoccupato; una mercantessa di quadri conciata da punk; una studiosa di antropologia e scienze occulte che rischia di morire nella sauna di casa sua; un "Grande Vecchio" albino; e ancora e ancora... In più, inseriti nel corso della narrazione, si incontrano: lettere di dame settecentesche, brani di diario di un partigiano, frammenti di memorie di un conte valtellinese, "excerpta" di trattati alchemici, passi della Bibbia. Tutto finto, naturalmente, a parte la Bibbia.
Un gran calderone, insomma, nel quale però gli ingredienti sono sempre dosati nella giusta misura, e in cui alla fine, quasi miracolosamente, i conti riescono tutti, ma proprio tutti, a tornare. E c'è persino un pedale ironico lieve ma costante, una sorta di divertito e divertente "prender le distanze" che dissimula il pesante lavoro di "artigianato" sicuramente occorso per ottenere il prodotto finito, e conferisce al tutto l'improbabile plausibilità dl un gioco "totale".

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