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apparso su Il Corriere della Sera, 28 ottobre 2001 "Signor Direttore, se si va avanti di questo passo, a chi, come me, è un po' duro d'orecchi, sarà impossibile, fra tram e bicidette, passeggiare per Milano. Pazienza per i tram, che hanno la via tracciata, ma per quelle maledette biciclette che vi capitano addosso come fulmini, nessuna pietà! Io lo dico francamente: piglierò a colpi di rivoltella il primo che mi getterà per terra, e come me faranno spero tutti gli altri. Biciclisti avvisati, mezzo salvati". Con questa lettera di fuoco inviata oltre cent'anni fa al Corriere della Sera, un anziano cittadino milanese esprimeva tutto il suo sgomento nel vedersi sfrecciare intorno le prime biciclette. Alla fine dell'Ottocento, le strade di Milano erano un viavai di carri, carrozze, omnibus (le grandi carrozze a cavalli destinate al trasporto pubblico), e qualche tram elettrico, che col suo sferragliare sulle prime rotaie appena posate era diventato il simbolo dell'operosità cittadina. Corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo, erano tutto un formicolio di ruote, cavalli trottanti, pedoni e piscinine, le famose galoppine delle sarte, bambine di sette-otto anni che correvano reggendo bianchi scatoloni tondi contenenti cappelli e confezioni all'ultima moda di Parigi da consegnare alle signore dell'alta borghesia. Era la truscia, la milanese "fretta" da cui erano animate vie e persone della città in pieno fermento produttivo. In tutto questo trambusto, l'apparire delle biciclette dovette impaurire l'anziano lettore del Corriere che si sentiva minacciato dal loro sfrecciare silenzioso e imprevedibile. Fin dai primi tempi, la bicicletta poté contare su moltissimi sostenitori, praticanti e corridori. Alla fine dell'Ottocento, nella sola Milano circolavano 16.000 biciclette, contro le 100.000 di tutto il resto d'Italia. Fu allora che nacquero società ciclistiche con centinaia di iscritti, come il "Veloce Club", la "Pro Patria", la "Forza e Coraggio", la "Milano", e giornali specializzati come L'Illustrazione Ciclistica e Il Ciclo. La mania del "velocipedismo", come fu chiamato il nuovo sport delle due ruote, stava contagiando tutta Europa, facendo nascere le sfide più bizzarre e originali fra la bici e altri mezzi di trasporto: in Corsica, un ciclista di nome Poggioli gareggiò con uno yacht nel circumnavigare l'isola, concedendo all'imbarcazione 48 ore di vantaggio. A Bruxelles si organizzò una "corsa all'aerostato", fra un pallone aerostatico e un gruppo di ciclisti. Questo avveniva nel resto d'Europa. Intanto occupiamoci di luoghi a noi più vicini. In quegli anni, la Scala aveva messo in scena il Ballo Sport, dedicato all'attività sportiva nelle sue varie forme: andarono in scena dieci quadri, uno per ogni specialità, in cui si avvicendavano sport alpini, pattinaggio sul ghiaccio, regate, caccia al cervo e, naturalmente, esibizioni ciclistiche, il tutto inserito in una trama che vedeva due dame innamorate dello stesso uomo, un aitante marchese con tendenze suicide. Le due signore se lo contendevano passando da uno sport all'altro, fra esibizioni ginnico-amatorie, danze sfrenate e scene di gelosia. Insomma, una specie di decathlon erotico-sportivo che per mesi fece parlare di sé nei salotti cittadini. Lo spettacolo ebbe 44 repliche. Al velodromo dell'Arena, centinaia di cittadini festanti correvano ad acclamare i loro idoli. E di personaggi straordinari non ne mancavano di certo. Uno studente universitario, Luigi Masetti, riempì le cronache dell'epoca con la sua impresa: la Milano-Chicago in bicicletta. Il Corriere della Sera lo sostenne finanziariamente con un contributo di 500 lire, e ne pubblicò a puntate le cronache di viaggio. Ma il vero eroe delle due ruote fu Romolo Buni, classe 1871. Nipote di un costruttore di velocipedi, Buni partecipò alla sua prima gara ciclistica a soli 13 anni. Di corporatura minuta, era un fascio di grinta e nervi che gli permettevano scatti improvvisi che davano filo da torcere a campioni di maggiore esperienza e potenza fisica. Ventiduenne, mandò in visibilio i tifosi, che all'Arena assisterono al suo trionfo sui campioni francesi Médinger e Cassignard. Rimasto solo in pista dopo che i due avversari si erano ritirati, Buni continuò inarrestabile a percorrere giri su giri per battere il record di velocità. Il pubblico stupefatto cominciò a gridare "Molla Buni!", un grido che diede origine a un detto comune fra i milanesi, che lo usavano ironicamente sia per spronare i pigri che per placare persone troppo zelanti. Per la sua pedalata frenetica, la nera tutina aderente che lo faceva sembrare un furetto quando sfilava a razzo sulle piste, i giornali francesi lo soprannominarono le Petit Diable Noir, il Piccolo Diavolo Nero. A Romolo Buni, alla Milano capitale italiana della bicicletta e agli eventi politici e di costume che caratterizzarono in quegli anni la vita della città, è dedicato il libro di Gianfranco Manfredi Il piccolo Diavolo Nero, pubblicato dall'editore Tropea. Attingendo a un'abbondante e particolareggiata documentazione dalle cronache del tempo, Manfredi ha ricostruito il clima, il colore e gli umori della Milano alle prese con i grandi mutamenti di fine secolo, culminanti, nel maggio 1898, nei moti per il pane sanguinosamente stroncati dal generale Bava Beccaris. Un libro da leggere, se si vuole conoscere come si viveva a Milano un secolo fa.
"Le redazioni sono in mano ai forcaioli e alle spie della Questura. Non speri che a Milano sia diverso. Chi cercherà di opporsi sarà fatto oggetto della più cruda persecuzione". Armando Negri parla della situazione drammatica che si sta vivendo in Toscana: a Sesto Fiorentino le dimostrazioni popolari dì protesta per l'aumento del prezzo del pane erano state soffocate nel sangue. Negri vuol mettere in guardia Pompeo, Giacinto e Lazzaro che lo ascoltano, suoi ospiti nel casino da tè di Abbiategrasso, e fremono per la sorte degli amici Carlo e Ulisse rimasti a Milano, dove le cose stanno precipitando. Siamo infatti nel maggio 1898 e le truppe del tenente generale Fiorenzo Bava Beccaris, comandante del III° Corpo d'armata nominato dal re Umberto I a sovrintendere alle operazioni, hanno già iniziato la repressione della rivolta. Barricate e sassi da una parte, fucili e cannoni dall'altra, come cinquant'anni prima, in quelle cinque giornate che avevano visto il popolo lottare contro gli austriaci. Pompeo Guzzi. figlio del maestro elementare Eugenio; Giacinto Zanella, figlio dell'avvocato Francesco; Lazzaro Migliavacca, figlio del dirigente del Corpo dei necrofori Antonio; Carlo Coral, figlio dell'ufficiale del dazio Evaristo; Ulisse Scannagatta, figlio del farmacista Lodovico. Ragazzi più o meno borghesi, più o meno felici, più o meno tutto. Caratteri diversi, tenuti insieme dal collante fortissimo di una passione galoppante: la bicicletta. Altro che tram, carrozze a cavalli e treni! Soltanto le due ruote portano al progresso e alla libertà, soltanto pedalando si può conoscere (e cambiare) il mondo. Così la pensano i cinque protagonisti di Il piccolo diavolo nero bel romanzo "corale" di Gianfranco Manfredi in cui troviamo un intreccio di storie minuscole sullo sfondo della Storia maiuscola. Il filo rosso (meglio, rossonero, come vedremo) che lega il tutto è la traccia di una bici (o meglio, di un velocipede, come si diceva allora). Una bicicletta investe l'illustratore Federico Morosini spingendolo a una vendetta tutto sommato tragicomica. Su una bicicletta sfreccia il taciturno corridore Romolo Buni, il "diavolo nero" del titolo, gregario di se stesso. Una bicicletta è il simbolo della società che cambia, sorta di referendum spontaneo su due ruote tra favorevoli e contrari. Il solco lasciato da una bicicletta divide ancor più il mondo della città da quello della campagna. In sella a una bicicletta montano gli sfidanti del sedicente "Re dei Cowboy" mister Cody, identificato nientemeno che con il leggendario Buffalo Bill, che slancia i suoi cavalli in gare al limite delle possibilità umane. Tra una pedalata e l'altra sboccia un amore (anzi, quasi due...). Per "colpa" di una bicicletta si commette persino un omicidio. "Viva noi e porci i signori!", grida Ulisse al banchetto celebrativo dell'Illustrazione Ciclistica. I signori li conosciamo: sono quelli che vanno alla prima della Scala, padroni di palazzi in centro e latifondi in provincia, che arricciano il naso nelle loro vetture quando vedono passare i "teppisti" velocipedisti. Ma quel "noi" che vuol dire? Lo urla Ulisse inseguito dalle guardie nelle cucine della birreria "Gambrinus": "Viva l'anarchia!". Ma l'anarchia, che cos'è? Ecco, fra le molteplici chiavi di lettura del romanzo, c'è anche questa: non spiegare che cosa sia quell'ideale ma, almeno, che cosa possa essere per cinque ragazzi milanesi di fine Ottocento. E non soltanto per loro. Anche per il giornalista parigino Jean Peyrot, collega di Pompeo. Il nostro eroe lo conosce nella Ville Lumière dove si è recato in cerca di uno scoop su mister Cody. Jean è portato più alla riflessione che all'azione, è più libertino che agitatore di popolo, in lui prevale un razionale fatalismo. Però, che belle quelle serate al cabaret "Le Chat Noir" e al "Mirliton" con sesso libero e vino a volontà! "Vive la Noire et ses tétons", si canta a squarciagola. E appena entra in scena la cantante Nadine, tutti capiscono che le tétons sono proprio le sue. E' lei la personificazione della "Noire", dell'Anarchia (nera come la notte e rossa come la passione). Perché sta con tutti e con nessuno. Le ragazze di Milano non sono così. Le ragazze di Milano, anche le "orizzontali", così dette dalla posizione che assumono non appena ricevono i clienti, abbassano gli occhi, arrossiscono, piangono. Nadine non piange. Nadine viene e va. Se ne va a malincuore anche Pompeo, da quella Parigi dove la truscia milanese, "l'incomprensibile fretta che aveva preso persone e cose sconvolgendo ogni regola di civile convivenza", è elevata all'ennesima potenza. Torna sotto la Madunina, il suo viaggio di formazione politico-social-erotico è finito. "Non avverti nell'aria, la violenza che monta? Questa fragile società è scossa ogni giorno da urti terribili, la vita quotidiana delle persone cambia in modo inarrestabile, senza che nessuno abbia il tempo di abituarsi", gli ha detto Jean congedandolo. Parole profetiche. Milano già brucia. Ma l'amicizia non si consuma. Al contrario, cresce e diventa adulta in mezzo al dolore e ai lutti. Quei cinque ragazzi si fanno uomini. Insieme, imparano a seguire ognuno la propria strada. Suderanno in salita, curvi sul manubrio, come il piccolo Romolo Buni. Correranno ad abbracciare "La Noire", bellissima, generosa, "orizzontale" puttana che vuol bene a tutti e non sposa nessuno.
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