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UNA FORTUNA D'ANNATA 

Recensione di Silvia Albertazzi, apparsa su Pulp, mensile, settembre/ottobre 2000

Nella lingua inglese c'è un neologismo molto colorito per indicare un romanzo come questo di Gianfranco Manfredi: "unputdownable", ovvero, "che non si può riporre", un libro che è impossibile abbandonare fintanto che non lo si è terminato. Un "page turner", direbbero ancora gli inglesi: un romanzo che ti obbliga a voltarne le pagine una dopo l'altra, una storia che non si può lasciare a metà. In mancanza di un termine italiano altrettanto efficace per rendere ragione del fascino di questo lavoro, è certo il caso di rilevare che la commedia nera architettata da Manfredi non si regge solo sulla curiosità del lettore, ma si avvale di un ritmo narrativo travolgente, di una vicenda avvincente, di personaggi simpatici e credibili e, soprattutto, di un linguaggio ineccepibile. Da un pretesto narrativo molto semplice - il furto del biglietto vincente della lotteria di Capodanno, venduto in un piccolissimo paese sperduto tra le montagne lombarde - si dipana l'indagine, complessa e ricca di colpi di scena, di un giornalista che, ricercando il fortunato vincitore, si trova coinvolto in una serie di incidenti, minacce e, finalmente, omicidi, che rendono proibitiva la sua impresa. Accanto a lui, una ragazza che gli piace e a cui non sa dichiararsi, un fratello maggiore che spreca le sue giornate intontendosi di canne e televisione e la barista che ha venduto il biglietto fortunato, collaborano a modo loro alla caccia al ladro. Scarnificata in un riassunto di quattro righe, la storia potrebbe far pensare a una rielaborazione in chiave gialla di Svegliati, Ned, il divertente film di un paio d'anni fa in cui gli abitanti di un paesino irlandese di poche anime mettevano a punto con successo un piano per impossessarsi del ricco biglietto vincente dì una lotteria, appartenuto a un amico morto. In realtà, nel romanzo la ricerca del biglietto - e del criminale che l'ha rubato - è anche un pretesto per raccontare di quattro giovani sulla trentina, delle loro non esaltanti vite da singles, dei loro sogni, delle loro frustrazioni e, sul finire della storia, dei loro ricordi, anche i più amari, quelli inconfessati, che ne hanno segnato indelebilmente le esistenze. Liberarsi dalla minaccia del presunto vincitore - che ha giurato di ammazzare il ladro del biglietto - a poco a poco viene a significare liberarsi dalle proprie angosce; la conclusione della caccia all'uomo dovrà coincidere con la fine di un'ossessione, con il ritorno del rimosso, un episodio familiare volutamente cancellato dalla memoria.
Manfredi intreccia la vicenda gialla, collettiva, a quella umana e personale con notevole abilità. Leggerezza, ritmo, lessico ineccepibile, struttura impeccabile della frase, attenzione ai dettagli segnalano questo lavoro apparentemente disimpegnato come uno dei romanzi italiani meglio scritti degli ultimi anni. E ancora una volta stupisce constatare come Manfredi inquietante cantore di vampiri molto prima di Coppola, di Neil Jordan e di Nerozzi, narratore dell'universo metropolitano di un Trainspotter con diversi anni di anticipo su Irvine Welsh, ma soprattutto autore di uno dei più affascinanti romanzi italiani degli anni ottanta, Cromantica, - non goda di quella popolarità che la sua limpida scrittura e le sue innegabili capacità affabulatorie meriterebbero.