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IL PEGGIO DEVE VENIRE

MENZOGNA DEL POTERE
, di Giuseppe Amoroso, articolo apparso su La Gazzetta del Sud, 8 settembre 1992

Tra lugubri annuci di sventura che attraversano una città sconvolta dalla violenza, sotto un cielo privo di colore, il protagonista senza nome di Il peggio deve venire di Gianfranco Manfredi é in fuga su una Toyota nera. Terrorista, è coinvolto in un attentato in cui, forse, è rimasto ucciso il presidente, "arrivato al potere sotto la bandiera dell'indipendenza e della democrazia", ben presto divenuto dittatore.
Caligine, "liquefatta" cola dall'alto e in lontananza appare un teschio "sormontato da un'aureola luminescente": il paesaggio di una Transilvania cupa, degradata, colpita da un "veleno a piccole dosi", smarrita, in una situazione politica di tetra oppressione, sembra confondersi con le solenni e tristi note dì una sinfonia di Mahler diffusa dalla radio e con la nebbia che tutto avviluppa come cosa viva, mentre la voce di uno dei tanti compagni di lotta dispersi porta alla memoria del personaggio centrale una poesia. "A noi sono affidate favole misteriose, pietre preziose, collane e parole, perché il mondo non diventi sordo e idiota, perché non muoiano i colori, perché rimanga vivo il mistero. A noi è vietato morire. Noi dobbiamo proseguire".
Circondato da incubi frequenti, che al risveglio hanno come salvezza solo la visione della più squallida realtà, l'uomo corre tra rocce simili a spettrali figure, ingannevoli cortei d'ombre e stormi di ricordi, tra i quali quello dell'amata Judith e di Andrei, l'amico scrittore prodigo di ammaestramenti. Lo scenario, inquietante e pieno di simboli, è "prospettato e allestito", accerchia e amplifica il senso di una fuga che non è solo da un luogo, da un'azione, ma dalla trionfante follia dei pensieri che non possono essere imprigionati nella carta, nella scrittura.
Libro traboccante di fatti - un "gotico on the road", recita il risvolto di copertina -, fitto di colpi di scena, sconvolgenti intrighi e sorprese, Il peggio deve venire è anche una terremotata meditazione nel silenzio, sulla Storia, "che non è quella che ci viene raccontata", e sulle fraudolente leggi col potere. Dalla sua infanzia, piena di "amuleti", risalgono al protagonista misteriose voci di una remota educazione magica, sonante di talismani, premonizioni, riti esoterici, vagabondaggi della mente in mondi sconosciuti, messaggi sibillini. Zone d'angoscia, di buio, che l'uomo fin da piccolo ha cercato di disciplinare: ma ancora restano nella mente "squarci allucinati e suoni distorti" che incombono sul fuggiasco intento a percorrere una terra carsica e una "tetra landa silenziosa" popolata soltanto da rovine, di solchi paurosi. La terra sembra "palpitare", la strada "galleggiare" pari a un "organismo vivente", le cose intorno "non sono a posto", il cielo assume una "colorazione irreale", ovunque alimenta "qualcosa di inconsueto" e l'asfalto trema, "pronto a spalancarsi": tutto passa dalla realtà alla finzione per farsi di nuovo concreto, scientifico, in un'alternanza volta ad annullare ogni confine, ogni separazione tra il sogno e la veglia e a far apparire e sparire personaggi deformi, mostri, robot, uomini che vivono una vita già vissuta e ora replicata in un'enorme angoscia.
Come fuori dal tempo, il personaggio minacciato, da ansie che fanno tutt'uno con il labirinto che lo chiude e gli parla in un linguaggio criptico, entra in un universo di allucinate avventure, insieme con Xena, giovane e occasionale compagna e, nel frattempo, ascolta ancora le voci di dentro, accoglie nuove immagini del passato, ripercorre mentalmente antiche storie, leggende di anni ingenui e lontani. Creature fantastiche e grandi verità, che spesso si esprimono in toni sentenziosi, semplice abbandono alla pura ebbrezza dei fatti e ansioso procedere all'interno delle coscienze si fondono in una narrazione che non è mai rettilinea.
Spesso i casi più misteriosi e straordinari fanno da perno a un immalinconito recupero di stagioni trascorse, di paesaggi un po' sepolti nella nostalgia, di infiniti ed effimeri rumori e volti che i giorni hanno trascinato nel buio: senza più crudeltà, senza più furia. Quando percuote la corda dell'intimismo Manfredi corregge il tiro della sua prosa esuberante e gridata, a volte pure ingolfata in meccanismi di clamorosa amplificazione, e costruisce - come nelle confessioni autobiografiche di Xena, che ci consegnano il suggestivo ritratto del giovane Miron, i suoi illusi sogni, la scelta del compromesso - un racconto nel racconto
Cerca qualche nota più dimessa e raccolta, la scheggia preziosa e calda di un sentimento.
Prepotente, sovrana, rispunta la dannazione sempre uguale dell'esistere, incombe il male: "Vive e cresce nella nostra esperienza. Lo tieni a distanza; lo allontani nei sogni, costruisci una barriera; un confine fatto di fragili pensieri, ma basta un attimo, non hai deciso, non hai valutato, ma di colpo hai varcato quella sottile difesa".