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TRAINSPOTTER

TRENI E DELITTI PER UN ROMANZO NERO
, di Marina Boscaino, articolo apparso su Il Popolo, 18 gennaio 1990


Appassionati di treni, gente che passa il proprio tempo lungo le linee ferroviarie, fotografa le locomotive, i vagoni, li cataloga e, quando ha esaurito tutti i treni di una linea, passa ad un'altra, fino a che non ha completato l'intero orario ferroviario: questi sono i Trainspotters. Sacha Dozier è uno di loro. Broker assicurativo, si è ritirato in campagna per trascorrere l'estate e dedicarsi alla sua passione: imparare quanto più può a proposito dei treni, osservarli durante i loro continui passaggi lungo la vicina linea ferroviaria, soffermarsi su un binario morto, sconnesso ed assediato dall'erba, inebriarsi del violento risucchio dei vagoni in rapido transito. Durante una delle notti trascorse lungo le rotaie, Sacha assiste ad un atroce delitto; i cui responsabili ospita misteriosamente nella sua casa per cinque lunghi giorni.
Da questo punto Trainspotter l'ultima opera di Gianfranco Manfredi edita da Feltrinelli, rivela la sua originalità di romanzo "nero" che indugia su un intreccio psicologico morboso, ossessivo, ineluttabile e perciò coinvolgente. Coinvolgente nella sua visione integralmente europea di una mancanza di confini urbani e nazionali, da Duemila si direbbe, se ormai questa data non rappresentasse già il nostro presente.
Coinvolgente nel disegno di una psiche inflessibile, fredda, mirabilmente determinata e lucida nella sua incontenibile follia, in nuce da tanto tempo, ma paziente nell'attendere il maturarsi di circostanze massimamente favorevoli per manifestarsi nella sua devastante patologia. Coinvolgente ancora nello studio, attento e solo apparentemente distaccato, di un complesso "ménage a trois", triangolo lugubre tra due assassini dichiarati e l'assassino per elezione, per missione, l'assassino in potenza, artefice di un piano perfetto che solo un dettaglio apparentemente insignificante farà fallire. Ed il lettore assiste con crescente coinvolgimento alla metamorfosi imprevista di questo Sacha Dozier, dapprima gentile, sessuofobo innocuo arroccato in un'apparente, inavvicinabile ingenuità e purezza, appagato solo dall'osservazione attenta di vagoni e locomotive; a poco a poco spietato demiurgo di un piano diabolico, deus ex machina di una serie di preventivati omicidi autooperantisi nella follia di un piano da sempre esistente; un piano che Sacha non può rimandare, sostituendogli come nel passato il progetto di sempre più ardite strategie erotiche, concepite come un nuovo espediente per procrastinare l'unico, autentico appuntamento finale: quello con il delitto. E da "doppio" dei nostri tempi, da Dr. Jekyll e Mr. Hyde del futuro, il protagonista del romanzo di Manfredi aveva alternato fino ad allora due aspetti apparentemente distonici della propria personalità: momenti di totale misantropia - durante i quali si dedicava solamente agli studi ed alla sua passione di trainspotter - a brevi, ma intensissimi sfoghi sessuali, che convergevano automaticamente nel risveglio di ansie omicide ed impotenti.
Ma finalmente l'incontro con Alex, Stephanie e Rita - elemento, quest'ultima, semplicemente funzionale del complesso e perverso ingranaggio - gli dimostra che é giunto il momento di agire.
E la lenta, minuziosa e meticolosa concretizzazione dei morboso disegno, viene scandita da un linguaggio essenziale, puntuale, integralmente prosaico e da una costruzione sintattica dinamica come lo sfrecciare dei treni sulle rotaie. Tra follia e meccanicismo un dipinto non improbabile dell'ansia di autodeterminazione di chi nella società non trova più la ragione del proprio esistere, autolegittimandosi in un'ipotetica, quanto improbabile "missione" da compiere. Che può essere quella del lucido delirio di morte di Sacha Dozier - che nel romanzo addirittura viene identificato esclusivamente attraverso quel suo destino, di lui non si forniscono elementi che non siano convergenti alla definizione di quel "naturale" epilogo - ma anche, nella realtà, la ricerca di valori, mitologie, teleologie alternative, nel tentativo di sostituire quelle precedenti, scomparse, che pure motivavano il nostro esserci nel mondo.

IL DELITTO DEL TRENO E DEL TEMPO, di Mario Santagostini, articolo apparso su l'Unità, 8 novembre 1989

Lo sfondo è in tutti i sensi, allucinante. Trainspotter di Gianfranco Manfredi (il quarto dei romanzi che l'autore propone dall'83 con cadenza biennale) avviene in un futuro molto prossimo - o forse in una metafora nera del presente - attraversato da una violenza diffusa elementare immotivata, cupamente e tragicamente debordante nei protagonisti che si trovano ridotti, ancora più che ad attori, a maschere agenti deliranti e inevitabilmente tragiche. Non c'è, in Trainspotter, un luogo privilegiato o "storico" che ambienti e avvolga le azioni: piuttosto è il fare narrativo che si ritaglia le scenografie e i confini, localizzandosi in future periferie assolute, in paesi anonimi, quasi che la storia sia finita, lasciata dietro le spalle e siano rimasti individui che agiscono solo in nome di una istintualità brutale e indecifrabile. Ne viene fuori una narrazione allucinata, un incubo nero privo di pause e di sbocchi: un nuovo modo di intendere il tragico e di metterlo in scena che ricorda il memorabile Sputerò sulle vostre tombe di Boris Vian.
Manfredi racconta con uno stile rapido, utilizzando un linguaggio che cerca di essere quanto più anonimo possibile, in cui si intrecciano e si dispongono i più corrivi luoghi comuni verbali. Un sermo humilis dei (probabili) anni '90, violento e tagliente dove il gesto del comunicare (e financo del narrare) è aggressivo, segnale di malessere totale. Efficace è il Manfredi allorché attualizza questo neovolgare privo delle minime sfumature di personalità in maniera enfatica, straniante. Meno efficace quando - e nell'economia del testo è inevitabile - la lingua non può venire più illuminata o "creata" ma serve come strumento della narrazione. Allorché, insomma, la lingua non è più sorretta dall'invenzione o dall'esplorazione, lo stile tende a cadere nel corrivo e nell'abusato, perdendo in violenza e in durezza, acquistando (e non è per l'esattezza un bene) in artificiosità e "giovanilismo". Eppure, il libro non cade né - tantomeno - cade la tensione di cui è zeppo, carico, sovraccarico, perché Manfredi, con una mano che nei momenti più felici mette insieme la vocazione dello scrittore con quella dello sceneggiatore, ha costruito nel suo apocalittico (o post-apocalittico) "nonsodove" un giallo, con tutti gli ingredienti del caso. Un giallo dove il protagonista Sacha Dozier (un modo come un altro per indicare un Sedermann, un chiunque nominato da una koiné che si parla dovunque, un segno...) assiste a un delitto guardando un treno in corsa. Perché Sacha ex studente modello in economia, ex impiegato modello, ora broker assicurativo in vacanza conosce tutti gli orari dei treni. Riuscirà a portare gli esecutori a casa propria, e lì rimarranno per cinque interminabili giorni, incrociando destini e passioni, facendo emergere un vissuto fatto di tensioni spasmodiche (e definite con pochi, essenziali tratti) segreti, crimini, "vocazioni" orrende. Alla fine, tutto precipiterà nella tragedia più forte.

STORIA DI CRIMINI E MISFATTI, di Giuseppe Amoroso, articolo apparso su Italia Oggi, 15 febbraio 1990

Sono in molti a chiedersi chi sia Sacha Dozier: "Artista in cerca di ispirazione, o uno dei tanti fuggiaschi metropolitani in cerca di un asilo campestre? ". "Asceta", "squinternato" "lucido, calcolatore", "boia", "sinistro manichino"? Oppure "lurida spia", come lo stesso si dichiara? In realtà. l'ambiguo protagonista di Trainspotting (Feltrinelli 116 pagine, 22.000 lire) romanzo "nero" del cantautore, attore e sceneggiatore Gianfranco Manfredi, è un agente assicurativo appassionato di treni, il quale trascorre il suo tempo lungo linee ormai chiuse, fotografa binari soffocati dalla sterpaglia e cataloga locomotive e vagoni. Ma un giorno decide di smettere e riconosce conclusa la sua parte di favola.
In uno dei soliti vagabondaggi in compagnia di Rita una ragazza disinibita con cui ha un rapporto enigmatico e dominato da una sorta di ritrosia sessuale, egli ha assistito a un delitto avvenuto in un wagon-lit: in una "visione rapida eppure così chiara" si sono stagliate, dietro i vetri del treno in rallentamento, le figure di una donna dai capelli turchini e di un uomo massiccio, dal giubbotto nero, mentre sta per colpire con un martello da falegname un'invisibile vittima. Con abile stratagemma Sacha riesce a condurre Alex, l'assassino, e Stephanie, la complice, nella sua villa isolata, vicina alla ferrovia: e qui ha inizio, tra la coppia che ha alle spalle un passato di crimini e il padrone di casa che inspiegabilmente non intende avvisare la polizia, una sottile e perversa schermaglia il cui obiettivo è la morte.
I tre, uniti da una "sorprendente convivenza", si immergono in un'atmosfera elettrica, irta di timori, parole allusive e gesti controllati e insidiosi: un mutuo osservarsi, il sospetto che tutto sia già segnato in partenza e pure qualche discussione sulla musica ("il jazz puoi ascoltarlo dappertutto. Invece il rock in campagna diventa una cretinata, è come... accendere una lampadina al sole"), il razzismo, le nuove professioni esercitate dalle donne, il cinema ("è tutto finto... succede sempre quello che deve succedere"). Intanto, il solito rumore del transito dei treni invade le stanze e si confonde con quelle tattiche di tragico gioco e strani messaggi e conversazioni che sembrano espropriare i personaggi dei loro ruoli precisi. E sempre in primo piano Sacha, murato nel mistero, "ridotto a casa", preso dal dubbio ma pure consapevole di essere "imperiosamente chiamato al compito finale" di trovarsi davanti al "tabernacolo" di un Dio oscuro. Le fantasie più tenebrose sono il suo regno: vi abitano "femmine bibliche fascinatrici e delittuose" e terrificanti immagini dal vago orrore fantascientifico. E inoltre, frustranti esperienze sentimentali congiurano per preparargli da lontano un inderogabile appuntamento con il delitto, con un destino implacabile e divoratore.
Romanzo d'azione, scandito in brevi e scattanti scene incalzate dalla suspence, Trainspotter accoglie tracce minime (come una fotografia che collega il testimone all'ucciso), cita pagine di libri e disegna anche qualche incisivo risvolto delle apparenze; ma soprattutto cattura nei personaggi alcuni cullati momenti di pensieroso abbandono, memorie fragili che si posano sullo squallido presente. Ed ecco passare la giovinezza di Sacha, quel suo amore per le letture e per i film di spionaggio, ove "nulla accadeva a caso, ogni cosa era necessaria"; ecco un inedito flash su Stephanie, intenta a risentire remoti insegnamenti di collegio intorno all'"arte di spezzettare i giorni e le notti in un'infinità di piccoli riti abituali"; e, accanto, ecco la giovinezza violenta e disperata di Alex, assassino anche per cupo senso di rivalsa, per dimostrazione di forza.
Ma il racconto, oltre che microscopica registrazione del consumarsi degli atti nella trappola dei giorni, è una ironica e spietata visione della nostra civiltà contemporanea, vana e convulsa, e della sua cultura ipocrita. All'interno di questo involucro, esistenziale e saggistico, si agita tutta quell'inestricabile rete di rimandi, reticenze, pretesti, con la quale Sacha va muovendo le proprie pedine. Intorno, curvato sugli uomini e disfatto come le loro coscienze, erompe un paesaggio notturno, ostile, che va dalla "spettrale fissità degli alberi" alla "maledetta pozza morta" di uno stagno; da una chiesa lugubre. in cui un "enorme Cristo crocefisso" ha un "mostruoso corpo piagato e distorto", alla scena ultima del Paese al buio con "qua e là fuggevoli ombre sui vetri e poi mani di fantasmi a serrare le imposte".
La pagina è incline a spingere l'accumulo degli eventi verso lo sconvolgente esito e. perciò, si apre con opportunità alle varie sollecitazioni del plot, convoca un coro di visi (il commissario di polizia che vuole cancellare "con una brillante performance" il peso di vent'anni di sconfitte; la madre di Rita, invecchiata senza più il sorriso di una volta; la sgraziata Fanny, pari a una "chiazza vischiosa", Sarah che ha nella voce una "strana cadenza dolente"), deforma in schizzi aggressivi un connotato (gli occhi sovreccitati del commissario paiono "due tazzine di caffè"; un uomo in discoteca mostra, più che una faccia, un teschio) e segue i meccanismi di quel "complesso ingranaggio in cui tutti sono prigionieri"


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