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ULTIMI VAMPIRI

I "racconti neri" di Gianfranco Manfredi
COM'E' DOLCE IL BACIO DI UN VAMPIRO
, di Carlo della Corte, articolo apparso su Tuttolibri, supplemento de La Stampa, 26 settembre 1987

Stiamo tutti spiandoci, in questi anni, cercando tra noi il diverso proprio nel momento in cui maggiore è il nostro apostolico sogno di assolverlo, giurando che noi siamo come lui e viceversa. Ma è anche il momento in cui, per un contenzioso minimo, una micro-vertenza, affondiamo reciprocamente i denti nel collo del vicino. Dopo la legge della giungla, quella del West, è arrivata quella dei Cobas che, magari per un giorno, quello di sciopero, rende qualcuno più diverso, più paria degli altri, appiedato o non scrutinato.
Gianfranco Manfredi, di cui un paio d'anni fa, sempre da Feltrinelli, avevamo letto con lo stesso piacere Cromantica, (era una storia di nequizie anche infernali, ma molto ben condotta) adesso punta il suo obiettivo su Gli ultimi vampiri, che più diversi di così non si potrebbe.
Anche Manfredi, dopo avere individuato i suoi succhiatori di sangue (ma perché non leggiamo in tale chiave anche il dickensiano Uncle Scrooge, che a nostro avviso, anche senza la trombetta succhiatoria, è un supervampiro, come tanti altri personaggi, oggi benevolmente definiti "rampanti") in diversi Paesi e secoli, sta a metà strada, con istrionico senso della suspense, tra l'assoluzione e la condanna. Raggrumati in questo libro stanno sei racconti e un romanzo veloce, altrimenti detto breve. Ma la velocità sembra uno dei marchi di fabbrica di Manfredi, non solo nelle sue stesure narrative, ma anche nelle sue performances professionali, tanto che a 38 anni ha fatto, oltre che il narratore, veste nella quale lo stimiamo, il cantautore, l'attore e lo sceneggiatore cinematografico, praticando la critica musicale e, se non sbagliamo, anche quella d'arte. Noi i vampiri li conosciamo soprattutto grazie alla visionarietà di Dreyer e Murnau e alla rattratta facondia di Stoker, confessando di non avere mai visto nemmeno un film con il celebrato Christopher Lee, che è stato il Boris Karloff del vampirismo su schermo.
Ma ci ha intrigato e divertito questa vampiresca parata messa in scena, con allarmante senso dello spettacolo, dal Manfredi, il quale ha un sintonizzatore epocale e spaziale che funziona meglio del radar di un pipistrello. Partito da un implicito omaggio a Stoker ambientando in una pestilenziale Moravia la sua prima novella, inteso questo vocabolo proprio nel senso di notizia, di allarme per qualcosa di catastrofico che riguarda l'Europa, eccolo impattarsi negli zingari, portatori, con il loro dilagare, di messaggi e superstizioni.
Manfredi è un ilare e catastrofico geografo, che conosce d'istinto i luoghi maledetti, dove questi diversi poterono abitare o, se volete, abitarono. E procede con un serrato senso della storia, ricostruendo figure di alcade e di inquisitori, che raggiungono il meglio, forse, in quel racconto himmler-hitleriano intitolato "Limpieza", in cui i poveri diavoli sospettati di diversità devono giustificare la loro identità non solo anagrafica ma morale e intellettuale, come se un disgustoso setaccio passasse al vaglio le loro idee, i loro pensieri, le loro origini, tanto che il riferimento a Mauthausen diventa trasparente, anche se Manfredi, bontà sua (letterariamente parlando) nulla fa per richiamarlo. In chiave quasi totalmente di prima persona, il libro è decisamente inquietante. Forse siamo fuorviati, ma questi vampiri piuttosto innocenti, decollati, impalati ed esorcizzati in mille modi, tra cui le trecce d'aglio canoniche, somigliano dannatamente ai fratelli con la stella gialla sul braccio. In fondo, questi "Ultimi vampiri" potrebbero essere una specie di trattatello contro l'intolleranza. Manfredi ci fa vivere persino l'avventura dell'Arcivampiro decollato, testa separata dal relativo corpo. E poi un'altra in un dopo-Waterloo allucinante, metafora (diciamo noi, magari contro l'autore) di un assetto europeo e forse mondiale ormai straziato e per fortuna irrecuperabile.
Marciano, sulle strade di una gloria che sta sempre per giungere, i ragazzi di successive generazioni che si sono sempre trovati contro non vampiri ma fantasmi di vampiri.
E forse il pezzo più bello di questo libro è l'ultimo, nel quale il problema e la situazione dei "diversi", esemplata nei precedenti vampiri, viene esemplata da Hollywood, il bosco sacro ai vecchi divi, con Lon Chaney e Bela Lugosi, i vampiri finti ma più veri dei veri che incatenavano al sogno orripilante e affascinante le platee, dimostrando che, come conturbante racconto sui freaks, i vampiri esistono, continueranno a esistere, con le fattezze di Chaney o di un ipotetico Emilio Vago, attore italiano capace di trasmutarsi in ragno.
Esistono e sempre esisteranno. L'incursione nella Hollywood degli anni dorati, con la sua apparenza d'inchiesta giornalistica, è il suggello del mito del vampiro. Ma forse bisognerebbe, per capire l'ultimo capitolo di questo libro, avere sofferto e goduto le allucinazioni di Freaks, cioè dei mostri che nei primi Anni Trenta vampirizzarono il cinema mondiale, scatenando interdetti, censure e arrabbiature varie.

SETTE VITE PERDUTE, di Oreste Del Buono, articolo apparso su La Repubblica, 17 ottobre 1987

"Figuratevi di cedere al sonno e di ritrovarvi in un nero labirinto. Sfiorate, avanzando, pareti coperte di muffa, investigate con la punta delle dita ogni fessura, ogni rilievo sinché lo sguardo non si abitua all'oscurità e allora vi pare di discernere sul muro segni tracciati da mano umana: simboli arcani, scritte e voti di chi vi ha preceduto. Vi ingegnate a rintracciarvi una logica, o vi ci abbandonate come a una fantasia; infine rifiutate tutto diffidando delle vostre stesse inclinazioni. Questo labirinto d'inganni che molti chiamano Superstizione, si potrebbe anche dire Vita...". Così recita una delle sette persone che fanno da "io narrante" in Ultimi Vampiri, di Gianfranco Manfredi (Feltrinelli, pagg. 174, lire 18.000); terza prova di narrativa dell'autore. Si va da una testimonianza immaginata dalla Moravia riformata del Cinquecento a una testimonianza immaginaria dalla Spagna santissimamente inquisita del Seicento; dalla Francia del Re Sole all'Inghilterra del Settecento; dal dopo Waterloo, ancora dalla Francia, di Luigi Filippo, all'Ottocento conteso tra positivismo e fermenti irrazionali dell'isola di Gottinga, all'estremo nord dell'Europa. E c'é persino una testimonianza immaginata dagli Stati Uniti del Novecento, di appena ieri, forse di oggi, in cui basta il cinema a costituire un mito. Tutti coloro che cicaleggiano più o meno vampirescamente seguono press'a poco lo stesso iter del protagonista e vittima di Limpieza, il racconto da cui abbiamo tratto la citazione iniziale. Incerti della propria origine, ignari del proprio destino, gli uomini esplorano il labirinto che può essere anche detto Vita, in cerca di una via di scampo. E, quando ormai disperano di averla trovata e di essere mai in grado di trovarla, ecco l'uscita profilarsi come soglia luminosa, abbagliarli, correr loro incontro, inghiottirli. E' il supremo istante in cui ogni uomo scopre in se stesso il vampiro. Acquista finalmente la consapevolezza che la paura del buio é nulla in confronto al bianco incubo che tutto dissolve nella luce perfetta, impraticabile tanto dalla vista più acuta quanto dalla vista più ottusa. E allora, l'uomo invoca Dio e mendica una fede qualsiasi, anche una falsa credenza, un'illusione equivoca, un sogno assolutamente inutile: tutto, tranne l'insopportabile chiarezza che incede. Le sette vite perdute o trovate di cui Manfredi racconta le vicende, facendo abilmente il ventriloquo, a tratti ci seducono quasi parlassero anche per noi, a tratti ci deludono, diventando meno plausibili delle più grossolane creature della narrativa dell'hortror. Queste pagine, pur scritte benissimo, comunicano un disagio che concerne il ventriloquo più ancora dei suoi loquaci pupazzi. Infatti il ventriloquo é ancora incerto e, poiché, persistendo in questa terza prova di Manfredi l'incertezza acquista peso, é ancora più incerto il motivo per cui l'autore coltivi la letteratura fantastica, visto che in pratica non é disposto a crederci neppure un poco né a non crederci neppure un molto: tanto, almeno, da rovesciare tutto in parodia. L'abilità raggiunta a partire da Magia Rossa fino a Cromantica e a questi Ultimi Vampiri, complica, se possibile, il nostro giudizio. Forse il racconto più convincente é il settimo, Il metodo Vago, ovvero quello non in costume, ambientato in questo secolo, e almeno parzialmente in anni più vicini a noi. A confessarsi é il direttore, anzi, per l'esattezza, dovremmo dire l'ex direttore di una rivista per cinefili jettatoriamente intitolata Dead Cinema, Phil Ballard. Ballard afferma che, se anche gli altri lo vedono solo, c'é sempre qualcuno vicino a lui, uno che non lo lascia mai. Tutto risale all'agosto del 1960, quando lui firmava una rubrichetta di cinema sul Sunday Oklahoma. Lo incaricarono di fare un pezzo su un fatto di cronaca locale: L'Opera House di Guthrie chiudeva i battenti; il locale sarebbe stato trasformato in un cinema. Si trattava di stilare un corsivetto retorico sulla malinconica fine del teatro di varietà.

Così Ballard si mise a cercare in archivio, tra le cronache dei tanti spettacoli ospitati dal teatro, qualcosa che meritasse di essere ricordato. E scoprì che, agli inizi del Novecento, aveva esordito proprio all'Opera House in qualità di facchino, fantasista, comparsa e sostituto Lon Chaney, l'Uomo dai Mille Volti, destinato a diventare una delle maggior star del muto. Interpretando il Fantasma dell'Opera, Chaney sbucava d'improvviso dall'ombra delle quinte, con spaventose truccature, e gridava a ballerine e guardarobiere: "Per voi é la fine!". Forzando un poco i toni del corsivo, si poteva far passare Lon Chaney per il profeta della fine del teatro di varietà. A Ballard, però, venne voglia di saperne di più sull'attore; così dette inizio a una vera e propria partita di caccia. A dargli maggiori informazioni fu Tod Browning, il grande regista di Chaney, Bela Lugosi e altre indimenticabili maschere dell'horror. Dopo essersi schermito, Browning gli raccontò infatti varie cose su Chaney. E anche sul dopo Chaney. Tra cui la storia inquietante del misterioso attore italiano Emilio Vago, amico di Chaney e di Lugosi. Ballard rintracciò Vago ormai invecchiato alla direzione di una scuola per attori.

Ballard lo avvicina e ne viene stregato. Vago ha, infati, la capacità di insinuarsi nei sogni altrui. E ha molta pazienza. Sfrutta i momenti di debolezza, entra nei tempi morti, nei vuoti mentali. E' un particolare genere di vampiro: il cauchemar, l'incubo soffocatore. C'é un solo modo di liberarsi di Vago: raccontare di lui a qualcun altro. Ve ne sarà grato e vi lascerà in pace. Browning l'ha passato a Ballard, Ballard lo passa a noi. Un bel racconto. E' solo nella nota finale che Manfredi ha l'aria di schierarsi da una parte piuttosto che dall'altra, ragguagliandoci sulla Peste Vampirica, la tragedia di inaudite proporzioni che dilagò in Europa tra la fine del XVII° secolo e la metà del XVIII° secolo. Interi paesi evacuati, cimiteri controllati tomba per tomba, famiglie sterminate sino all'ultimo discendente perché ritenute portatrici di contagio. "E' difficile pensare che i morti assalissero i vivi, ma é certo che i vivi hanno assalito i morti. Gli atti delle Commissioni Ufficiali d'inchiesta documentano un cerimoniale molto preciso: il taglio della testa del cadavere e il rogo dei resti. La distruzione totale della salma del presunto vampiro era l'unica garanzia di liberazione definitiva dal male. Questa distruzione costituiva però solo l'ultimo atto di una serie di atrocità perpetrate nei villaggi e nel chiuso delle case..." Così é tutto chiaro. Manfredi non sta dalla parte dei vampiri, ma almeno ammette che dalla parte degli uomini non ci si é comportati sempre bene. La sequenza degli avvenimenti era sempre la stessa: si verificavano dei delitti misteriosi, in alcuni casi vere e proprie stragi; questi misfatti venivano puntualmente attribuiti a uno o più vampiri. Si applicavano, quindi, le leggi speciali. Con l'eliminazione dei presunti colpevoli, si estingueva il reato, e si chiudevano le inchieste...

Storie del brivido/Sette vampiri raccontano
PIPISTRELLO, TI AMERO'

Demoni? Cretaure di Satana? No, diversi. Perseguitati come le streghe, gli eretici, gli sconfitti della storia. Gianfranco Manfredi, che ai vampiri ha dato la parola in un volume di racconti, spiega perchè fa il tifo per loro
di Maurizio Bono, articolo apparso su Panorama, 13 settembre 1987

Démoni? Creature di Satana? No, diversi. Perseguitati come le streghe, gli eretici, gli sconfitti della Storia. Gianfranco Manfredi, che ai vampiri ha dato la parola in un volume di racconti, spiega perché fa il tifo per loro.
Vampiri cinquecenteschi nutriti di teologia riformata tedesca e divenuti figli delle tenebre per amore. Zingari spagnoli educati dall'Inquisizione e usati come esorcisti dallo spregiudicato commissario Carlos Garcia de Arotegui, finché il richiamo del sangue non li rivelerà come creature delle tenebre. Infelici confratelli dell'Ordine del Grande Pipistrello, scacciati dalle paludi di Versailles negli anni cupi della trasformazione del pantano in reggia. Arcivampiri nordici, pallidi gentiluomini morsicati da insospettabili ospiti blasonati. Persino comparse hollywoodiane come il grande caratterista Emilio Vago, rivale del più noto Bela Lugosi ma assai più autentico di lui come incubo.
Al grande consesso di vampiri che per 180 pagine, lungo sette racconti, prendono la parola in prima persona per narrare le loro vite, manca soltanto lui: Vlad Tepes Dracula, già efferato Voivoda di Valacchia e dal 1897 vampiro per antonomasia in virtù delle gotiche pagine di Bram Stoker. Troppo clamoroso per essere casuale. E infatti la verità è più semplice e sorprendente: il conte Viad non è stato affatto invitato. Gianfranco Manfredi, romanziere, cantautore, sceneggiatore di cinema, critico musicale rock ed erudito autore di Ultimi vampiri, lo detesta cordialmente. Al punto di negargli la parola nel volume che Feltrinelli manda a giorni in libreria. Esclusione, secondo Manfredi, motivatissima. Lui, di Dracula aborrisce le teatrali mantelline foderate di rosso sangue, non gli perdona le pose da guitto. Ma soprattutto, gli nega una genuina ascendenza di non-morti, succhiatori di sangue qualificati, stregoni in autentico commercio con le tenebre. Insomma, ne è convinto: Dracula è un bluff. Peggio, è una di quelle macchiette stampate sul calco delle vere paure, che consentono agli ipocriti di farci sopra una risata e passare oltre. E la vergogna della categoria, come Cicciolina per gli erotomani trasgressivi e Verdiglione per gli psicanalisti.
"Bisogna ammettere" riconosce "che come prototipo del vampiro romantico Dracula ha garantito un avvenire letterario alla specie. Ma al prezzo di cancellare anche l'ultima memoria della peste vampirica vera, quella che tra la fine del Seicento e la metà del Settecento si abbattè sull'Occidente come una maledizione, provocando l'evacuazione di interi villaggi e centinaia di violazioni di tombe seguite dagli sconvolgimenti cerimoniali documentati negli atti delle Commissioni Ufficiali e degli osservatori: il taglio della testa al cadavere sospetto e il rogo dei resti. Tutto ciò che faceva scrivere a Jean-Jacques Rousseau in una lettera all'arcivescovo di Parigi, in piena Età dei lumi, che "se c'è una storia di cui non mancano le attestazioni, questa è la storia dei vampiri".
Cacce notturne, profanazioni, mutilazioni, terrori ancestrali che tra il '500 e il '700 hanno fatto seriamente discutere teologi, esorcisti e filosofi e che poco hanno a che fare con il romanzo gotico ottocentesco: "Dopotutto l'autore di Dracula, Bram Stoker" insinua Gianfranco Manfredi "era un agente teatrale, non un demonologo. E più di un critico ha notato che il suo conte Vlad assomiglia in maniera sospetta al più importante e insopportabile dei suoi clienti, il grande attore shakespeariano Henry Irving. Ma andiamo: Dracula è un invincibile che viene fregato col trucchetto idiota della luce del sole, un onnipotente tenebroso che deve andare in giro portandosi dietro come un coglione un sacchetto di terra del cimitero di casa! E' un cattivo da Dick Tracy, un supereroe col tallone d'Achille come Superman e la sua Kryptonite verde...".
Di tutt'altra pasta sono gli eroi evocati nelle "testimonianze" raccolte in Ultimi vampiri. Una passerella di inquietanti personaggi che si può tranquillamente leggere come la storia di un mito, perché a ciascuno dei protagonisti delle sette storie gotiche corrisponde un riferimento storico-culturale non peregrino. "Lo spunto per il primo racconto" spiega Manfredi che di vampirologia si occupa da anni con passione da storico della paura "viene per esempio da una fonte insospettabile, i Discorsi a tavola di Martin Lutero. E il grande riformatore a raccontare dì un contadino che scende il Danubio coi figli e li sacrifica uno a uno ai démoni che gli sbarrano la via. Lutero narrava l'apologo per esortare a non cedere a Satana e ai suoi emissari, ma non dubitava affatto che i démoni del Grande Fiume ci fossero ed esigessero sangue innocente".
Nel racconto I figli del fiume, la storia si dipana poi attraverso aggressioni demoniache e battaglie vampiresche, in un attendibile affresco di terrore cinquecentesco. Come Limpieza, la storia ambientata nella Spagna dell'inquisizione, dà conto di una storica faida teologico-politica tra fazioni del ramo secolare. E Il pipistrello di Versailles, la vicenda dei nobili vampiri espropriati dal giardiniere reale André Le Nòtre, del Re Sole, fotografa il passaggio delle terre incolte da regno del mistero e dei fantasmi a lotto edilizio per umane imprese.
Da una tentazione soprattutto, invece, secondo Manfredi, conviene tenersi alla larga: prendere il vampiro alla leggera e farne un personaggio di pronto uso: come è avvenuto da Bram Stoker in poi, in una progressione fantastica che l'ha fatto conte sepolcrale, macchietta gotica, eroe da feuilleton, protagonista di film di serie B e perfino funzionario del Pci in crisi esistenziale in Anemia del mass-mediologo Alberto Abruzzese, fanta-novella politico gotica pubblicata tre anni fa da Theoria.
Come ridare al Vampiro ciò che gli spetta? Tornando alle fonti autorevoli. Per esempio al classico Dissertations sur les vampires del teologo benedettino del Settecento Domi Augustin Calmet, che i figli delle tenebre li prendeva tanto sul serio da esaminare una ricchissima casistica di cacce al vampiro concludendo sulla plausibilità del fenomeno e meritandosi con ciò una scettica citazione nel Dizionario filosofico di Voltaire: "Le monadi di Leibniz sono incredibili quanto le teorie sui vampiri di Calmet".
O meglio ancora, rifacendosi al De Daemonialitate, et Incubis et Succubis, perla ricuperata e citata in appendice di Ultimi vampiri, del francescano e inquisitore pavese del Seicento Ludovicus Maria Sinistrari: "Distinguendo i Vampiri da tutti gli altri demoni" spiega Manfredi "Sinistrari li considera una stirpe non progenie di Adamo, ma dotata d'anima, sensibilità e perfino gentilezza. Una sorta di fratelli separati dell'uomo che vivono tra di noi, perseguitati, calunniati e vittime del nostro pregiudizio".
E' un punto di vista che spiega poeticamente anche l'interesse di Manfredi per i principi delle tenebre, che l'accompagna dagli anni in cui insegnava filosofia alla Statale di Milano, alla cattedra di Mario Dal Prà, alle sue felici peregrinazioni nel mondo della canzone (le sue Non si pa ...gherà, Ma non è una malattia, Quarto Oggiaro Story erano tra le più gettonate dalle radio libere dell'Autonomia attorno al Settantasette), alle fatiche di sceneggiatore cinematografico e critico musicale, fino ai romanzi Magia rossa e Cromantica (Feltrinelli).
La dichiarazioni d'intenti vampirologici di Manfredi è all'inizio del più lungo e impegnativo dei racconti in uscita, Limpieza: "Quando l'uomo conosce finalmente che la paura del buio è nulla a confronto del bianco incubo che tutto dissolve in sé, della luce perfetta cui nessuna vista può abituarsi... in questo supremo istante l'uomo scopre in sé il vampiro". Ma l'autore di Ultimi vampiri non si ritrae neppure di fronte a metafore più esplicite: "Fin dalla latinità nei vampiri si è condensata la figura dell'eretico, dell'anabattista (da cui la paura del vampiro dell'acqua), dell'iconoclasta (perciò il terrore del crocifisso), ma anche dell'appestato, dell'escluso, della strega. Il vampiro è il "diverso" per eccellenza: malvagio, perseguitato, esorcizzato dai normali". L'apologo morale è che "se si amano i vampiri, a maggior ragione si tollerano anche i mediorientali che vengono a lavorare in Italia...".
L'applicazione della demonologia al costume, per Gianfranco Manfredi non è peraltro una novità: qualche anno fa aveva intitolato uno spettacolo di canzoni Zombie di tutti i Paesi unitevi, imponendo il termine "voo-doo" nel gergo giovanile. Che quello zombie fosse un parente del vampiro di oggi? "Alla lontana, e con una differenza fondamentale" spiega. "Zombie può diventare chiunque, è uno schiavo perfetto controllato da uno stregone. Un lumpen-proletario inconsapevole. Vampiro si diventa solo in casi speciali, per cooptazione. Quella dei vampiri è una élite".
E non dev'essere estraneo al passaggio del testimone dallo zombie al vampiro il cambio di clima ideologico degli anni Ottanta: ora che più nessuno cita con Marx il "capitale come vampiro del lavoro vivo", il sepolcrale dandy assetato di sangue e trasgressione ha riacquistato tutto il suo antico fascino. Col quale manovali del terrore e morti viventi ammaestrati non possono davvero competere.

QUEL VAMPIRO E' UN DIVERSO di Pier Vittorio Tondelli, articolo apparso su L'Espresso, 8 novembre 1987

Fino alla primavera dell'83 Gianfranco Manfredi era conosciuto ai più come pensoso e ironico cantautore del Movimento, come critico musicale e come sceneggiatore cinematografico. In quella primavera esordì anche nel romanzo con "Magia Rossa": un thriller fantastico che citava "La Notte dei Morti Viventi", "Zombie", il Dottor Phibes, "Suspiria", "Profondo Rosso", i "Predatori dell'Arca perduta", il Dorian Gray di Oscar Wilde, la massoneria, la cabala, gli Scapigliati, gli anarchici e i luddisti. Il giallo funzionava. E appariva di grande novità il fatto che dietro il ferreo ordito narrativo del "genere" comparissero i fantasmi del nostro passato più recente: la centralità della fabbrica, la rivolta operaia, i sabotaggi alle macchine industriali.
"Magia Rossa" proletarizzava, e quindi dava una coscienza di classe nientemeno che agli zombi. Dopo "Cromantica" (1985) Manfredi rivolge il proprio interesse al mondo delle creature della notte pubblicando ora i sette racconti horror degli "Ultimi Vampiri". Dalla Moravia del XVI secolo alla New York di questi ultimi anni passando per la Spagna dell'Inquisizione, la Francia di Luigi XIV e poi quella bonapartista della disfatta di Waterloo, Manfredi sembra più che altro intrigato dal poter raccontare non tanto le inedite avventure di non morti, dei pipistrelli della notte, dei figli della stirpe di Dracula, quanto piuttosto i rapporti magici fra l'umano e l'inumano, fra la fantasia e le proprie ossessioni, fra la cultura dominante e il diverso. Nella nota alla fine del volume l'autore arriva, in sostanza, a far suo il punto di vista di un tal Ludovicus Maria Sinistrari, teologo a Pavia nella seconda metà del XVII secolo, per il quale i vampiri non sono emanazioni del Maligno, ma solo "altre" creature modellate non nel fango primordiale di cui fu impastato Adamo, bensi di elementi assai più nobili come il fuoco, l'aria o l'acqua.. E invita quindi a osservarle come nostre simili.
Il piacere di raccontare, pur compresso nei ristretti margini di quella narrazione minore che è il racconto, mescola così i temi cari al Manfredi cantautore e scrittore ("Zombies di tutto il mondo unitevi'', titolava un suo ellepi) e quindi la commistione fra magia e realtà, occulto e quotidianità, ma soprattutto immaginario cinematografico e fantasia romanzesca. In "Ultimi Vampiri" appaiono le tracce di Lon Chaney, di Bela Lugosi, di uomini lupo, di mutanti gelatinosi, in sostanza di freaks come se un Manuel Puig, perverso e cattivo scegliesse per i suoi libri il filone cinematografico opposto alla commedia hollywoodiana degli anni Trenta-Quaranta.
Alla fine, più che a ricordare il Roman Polanski di "Per favore non mordermi sul collo'', i sette cabalistici racconti riportano ai fumetti delle raccolte "Le incredibili notti di Zio Tibia" e "Zio Tibia colpisce ancora" (testi tratti da E.A.Poe, Lovecraft e C.) e quindi a quel giocoso piacere che hanno i ragazzini di ficcare il naso anche sotto i mantelli, anche dentro le bare cigolanti di quelle creature della notte che spaventano i loro sogni di bambini.

SETTE FANTASTICI MORSI
Lo scrittore, giunto alla sua terza fatica letteraria, ha costruito una gustosa epopea vampiresca dal Cinquecento ai nostri giorni
di CARMEN COVITO, articolo apparso su Bresciaoggi, 11 dicembre 1987

Il fantastico, inteso come genere letterario, assomiglia a certe case pre-Merlin: chiuso, fin troppo frequentato e pieno di figurine dall'aria sbattuta, che ripetono rituali ormai poco suscettibili di variazioni e tanto sperimentati da risultare infallibili. Pretendere di rinnovare il repertorio senza buttare giù la casa sarebbe velleitario: o si esce in cerca di stimoli diversi, che oltrepassino i generi, o ci si tiene stretti alla tradizione che si è accumulata, giocando magari al doppio gioco della citazione, dell'ammicco complice, della malinconia dell'amarcord. La casa passa vampiri? E dunque vampiri siano, trionfalmente, come nel piacevole libro di racconti che rappresenta la terza fatica letteraria di Gianfranco Manfredi.
Conosciuto fino a pochi anni fa come cantautore e attore, Manfredi è approdato alla narrativa con due romanzi, Magia Rossa (1983) e Cromantica (1985): "Ultimi vampiri", pubblicato a settembre di quest'anno da Feltrinelli, è composto di sette storie scritte in prima persona, che messe insieme formano quasi una cantata funebre o una piccola epopea.
Si parte con la più classica delle ambientazioni d'epoca: nel racconto "I figli del fiume", un giovane anabattista del Cinquecento moravo scappa dal suo villaggio andando alla ricerca di una utopia, e trova invece un incubo. Ma dato che l'incubo è grazioso, dimostra quindici anni e si chiama Elvina, il giovane finisce per lasciarsi beatamente mordere sul collo.
Il secondo racconto, "Limpieza", ci porta nel Seicento spagnolo, fra zingari, cadaveri viventi e tribunali dell'Inquisizione. E' il racconto più complesso e il più bello, forse perchè nelle sue pagine brillano echeggiamenti espliciti del "Manoscritto trovato a Saragozza": e un Potocki utilizzato bene è sempre un bel vedere. Tutto da leggere è anche il terzo racconto, "Il pipistrello di Versailles", leggiadro come un gioco di specchi rococò. Col quarto, "La guarigione", ci spostiamo nell'Inghilterra di fine Settecento, e il vampiro di turno è opportunamente dotato di buon gusto e di humour. "Fratelli blu" mette in scena, invece, un soldato francese sopravvissuto - si fa per dire alla battaglia di Waterloo. La sesta tappa è in un Nord-Europa molto ingmarbergmaniano, verso la fine dell'Ottocento: ed è questione di un Arcivampiro al quale, sul più bello del sonno, un giovane chirurgo positivista ha portato via la testa per farci esperimenti di laboratorio. Mal gliene incoglierà, naturalmente: ma intanto il lettore si diverte a crepapelle, e può anche avvertire, se è di bocca raffinata, un retrogusto di inquietudine autentica.
Con "Il metodo vago" piombiamo nel Novecento, quasi ai nostri giorni: e Manfredi mette tutte le carte in tavola, dichiarando apertamente i suoi giochi di nostalgia. Le citazioni qui sono di secondo grado, perchè vengono da quella antologia di citazioni che è il clima fantastico degli anni d'oro del muto. A parlare qui è un certo Phil Ballard, ex-direttore di una rivista per cinefili intitolata programmaticamente Dead Cinema, e giustamente deceduta dopo pochi numeri. Ballard ha un problema: anche se sembra solo, vicino a lui c'è sempre qualcuno, un'ombra che non lo lascia mai. La faccenda ha inizio negli anni Sessanta, quando Ballard va a parlare con il vecchio regista Tod Browning per trovare notizie inedite sul grande divo del cinema horror del passato, Lon Chaney, L'uomo dai mille volti. Browning gli racconta di Chaney, ma anche del magnifico Dracula di Bela Lugosi e di un altro curioso personaggio, Emilio Vago, un attore di origine italiana che era in qualche strano modo collegato sia a Chaney sia a Lugosi: anzi, secondo Browning, era un attore meglio di loro, l'attore più grande del mondo. Ballard, intrigato nella storia di quel Vago che nessun altro ha mai sentito nominare, quasi per caso, riesce ad incontrarlo. E scopre di non essere un inseguitore, ma un inseguito, perchè Vago, L'uomo senza volto, un'ombra che cammina e che nessuna pellicola può catturare, è un vampiro del tipo più particolare: un cauchemar, un sogno che si insinua nei sogni altrui (più o meno come il cinema).
Per liberarsene, Ballard non può far altro che passarlo in consegna a qualcun altro. Come? Con il metodo che, per quanto vago, è il più classico: raccontarne la storia, a tradimento, a noi.
Sarà soltanto un'impressione, ma ci pare che fra tutte le voci narranti di questi racconti, Manfredi si identifichi - o speri di identificarsi - proprio con quella del Vampiro Vago: vorrebbe essere un simpatico incubo personale che ossessioni il lettore e lo faccia sognare con sogni che abbiano tutta l'apparenza della realtà. I suoi mimetismi, però, sono sempre un po' troppo abili, un po' troppo "in costume" per non trovarsi sempre in bilico sull'orlo del pastiche, e qualche volta mostrano la trama. Insomma, di farci ossessionare proprio non ci riesce.
Invece, possiamo condividere tranquillamente la passione che Manfredi dimostra, in una sua nota finale, per il secentesco esperto di demonialità Ludovico Maria Sinistrari e per la sua assai poco sinistra teoria che assolve incubi, succubi e cauchemar da ogni commercio con le forze di Satana: posizione certo bizzarra per un teologo, ma molto stimolante per uno scrittore di racconti fantastici, che sa di non poter decentemente tirare in ballo il diavolo nelle sue costruzioni di orrori portatili, e quindi, come Manfredi, ne fa a meno benissimo.
Che poi alle sue creature para-umane e innocentemente sanguinarie ci creda o no, poco importa: il gioco è bello proprio perchè è finto.




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