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E'
tutta una roba molto seria. scherzare è vietato. E invece ricordo
il dottor Enzo Jannacci che dopo aver improvvisato un pezzo in sala, finendo
di scriverne il testo su foglio di carta quadrettata, e dopo averlo suonato
e cantato, sentendosi dire da un musicista: "però si potrebbe
rifare meglio", ci pensa su un attimo e gli fa: "Trattasi di
canzonetta".
"Trattasi di canzonetta "amici, compagni, cittadini, "canzonetta";
e a dirla un po' di volte di seguito, questa parola può far persino
ridere.
Di musica non se ne parla anche perché vallo a trovare tra tanti
Re-Censori uno che di musica capisca qualcosa. Altri invece dicono non
se parla perché non è rilevante. E' sempre la stessa, brutta,
ripetitiva, è una specie di " tappeto su cui mettere la questione
" (o è forse una questione sepolta sotto il tappeto?). Oppure:
è molto meno rilevante la musica del "personaggio". Quindi
è meglio risalire dal testo direttamente al personaggio. Oppure:
è molto meno rilevante del famoso "fenomeno" che c'è
intorno. Quindi è meglio divagare sul fenomeno che interrogarsi
sul "noumeno" (nel caso: la musica). Questa "cosa in sé"
sfuggente è però quella che dà coerenza al tutto,
che dà unità al "prodotto", che fa della canzone
una canzone e che costituisce il richiamo stesso di godimento che attira
il bravo compratore. Lo sanno tutti che testo "giusto" su musica
"sbagliata" non vende, mentre testo "qualsiasi" su
musica "giusta" vende di più. Lo sa anche la SIAE che
paga il doppio di diritti a chi fa la musica rispetto a chi fa il testo.
Scoprire la merce nel linguaggio della canzone è semplice: durata
standard del pezzo, suo riconoscimento sulla base del marchio-titolo che
spesso enfatizza una frase-slogan ripetuta all'ossessione nel corpo stesso
della canzone, la struttura quasi obbligata A-B-A-B (strofa-ritornello-strofa-ritornello),
la sequenza stessa degli accordi tanto più di "successo"
quanto più abituale, il dispositivo musicale e testuale che rafforza
l'attenzione (con la parola chiave, la piccola provocazione, il sospiro
erotico, l'emergere dello strumento solista) laddove tenderebbe a calare.
Tutto ciò rappresenta l'assonanza della canzone allo slogan pubblicitario,
ai suoi tempi e al suo sviluppo, tutto ciò rappresenta in forma
visibile che si tratta di una merce da acquistare.
Più le strutture della canzone ripetono questo modello, più
la canzone è coerente all'ascolto infantilistico e regressivo del
compratore. La cosa è così scoperta che "La Voce del
Padrone" l'ha addirittura rappresentata in etichetta senza scandalizzare
nessuno: un cane davanti al grammofono (il padrone). Ascolta Fido, ascolta
e compra. In fondo (e in superficie) è proprio una musica da cani.
Ma la "musica da cani" esiste perché esiste la "vita
da cani": se è semplice rilevare la merce nel linguaggio della
canzone, è apparentemente più complesso rilevarla nel linguaggio
quotidiano, nei rapporti interpersonali. Se la miseria della musica può
essere oggetto di facile e banale ludibrio, le miserie del quotidiano
(il nostro essere intimamente merce) sorto più angosciose o comiche
a rilevare. Questa è la canzonetta più dura da contestare,
ma è proprio questa canzonetta che va a costituire il godimento
della canzonetta in disco, il riconoscimento del sé nell'astrattezza
di rapporti della canzonetta. "Il problema più importante
per noi è di avere una ragazza di sera": canzone miserella,
ma non era forse costituita dalla miseria del nostro quotidiano? La natura
della canzonetta, la sua natura libidica, forse sta proprio qui: nell'essere
lo specchio di merce della nostra vita di merce.
Per molti anni molti di noi hanno creduto che la rottura con la merce
avvenisse nella rivendica-Lione radicale dell'autonomia del politico.
Contro i modelli della canzonetta di consumo, i modelli della canzone
di lotta; contro gli amorucci della canzonetta, l'amore per il comunismo;
contro lo slogan pubblicitario lo slogan politico.
Ma si faceva finta di non vedere che anche Celentano si proponeva analogamente:
"Sono ribelle nel vestire nel dormire nell'amar la bimba mia",
e sicuramente con più forza e maggiore carica di ribellismo spettacolare.
Si faceva finta di non vedere che la ribellione alle vecchie forme e il
meccanismo stesso che sta a monte della produzione-distribuzione del disco,
e non solo del disco se è vero che Marx ha scritto che il capitale
non conosce santi ed eroi, è il principio del rivoluzionamento
costante delle forme di vita, è un profanatore che non ammette
altri sedimentati valori che non siano "Il Valore". La forma
del ribellismo come modello spettacolare alternativo, è stata ed
è la forma fondamentale attraverso la quale passano le grosse operazioni
commerciali, le promozioni vendite, la colonizzazione di nuovi mercati.
L’identificazione e sollecitata e stimolata dai mass-media: se ti
capita di fare l'indiano, improvvisamente esiste il grande e organizzato
e ripetitivo "movimento degli indiani" (con suo linguaggio,
suo vestito, suo trucco, suo ruolo); se ti capita di sparare, improvvisamente
esistono "quelli della P. 38" tutti mascherati, tutti chini
come Charles Bronson e quindi fuori dalle tradizioni spettacolari del
movimento operaio (perché l'ha decretato Umberto Eco che probabilmente
se dovesse sparare lo farebbe dal tetto di coccio della sua casa di campagna
con una bandiera rossa in mano e un archibugio dall'altra, tanto per stare
nella tradizione). Questo ciclo c'è chi se lo nasconde (occultando
la propria appartenenza ad esso sotto una rivendicazione di non chiarita
autonomia) e c'è chi ci si diverte dentro: che bello, anch'io faccio
spettacolo, mica solo Humphrey Bogart!
Di fronte a questo problema la mera autocritica e autoironia non bastano
più, devono essere sviluppate in avanti. La produzione di stereotipi
alternativi, di contromodelli che si impongono nella necessità
della "tendenza ", dovrebbe lasciare il posto alla procuzione
continua di casualità, di situazioni, di improvvisazione. Ma allo
stesso tempo bisogna spingere a fondo il lavoro negativo: la scomposizione
e la dissoluzione dei modelli fissati in figure ideologiche. Questo "lavoro
negativo" non può non avere al suo interno la duplicità
del comico e dell'orrido. Del comico come irrisione della miseria del
modello, della riduttività della merce, dell'ossessività
della ripetizione. Dell'orrido come estraneità al cadavetismo,
alla putrefazione del feticcio uguale a se stesso.
Gianfranco
Manfredi
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