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Delitti tra le eresie
Medico indaga nella Francia del Cinquecento
recensione di L'INCHIESTA DI MESSER DIEU CHIRURGO E VISIONARIO NEL REGNO DI FRANCIA di Franz-Olivier Giesbert (Frassinelli)
apparsa su Diario della settimana,
Numero 24, Giugno 2000
  Nella primavera del 1545, in Provenza, mentre Inquisizione e potentati locali sterminano le povere e non violente comunità valdesi, una serie di efferati delitti maniacali aggiungono orrore a orrore. Le vittime sono ragazze giovani, anche bambine. Il serial killer strazia i cadaveri e li priva del fegato. Il medico e chirurgo regio Jean Dieu de La Viguerie, simpatizzante non solo dei valdesi, ma di tutto il variegato universo delle sette ereticali, si mette a caccia dell'assassino, ben consapevole che autorità ecclesiastiche e civili utilizzeranno quella strage di vergini come capo d'imputazione contro eretici e dissidenti. Questo lo spunto di partenza e tessitura del romanzo Le sieur Dieu di Giesbert, tradotto con titolo più didascalico e meno esplicito metaforicamente. L'inchiesta, nel romanzo, non è un mero pretesto, ma neppure l'elemento essenziale.
Si capisce subito che l'interesse dell'autore non è rivolto alla costruzione o alla decostruzione di una trama gialla, e neppure al romanzo storico propriamente detto, ma al romanzo d'idee che si appoggia al genere come griglia narrativa e si appropria della Storia per ribaltarla in metafora dell'attualità. Due sono le idee forti: 1) che nel lungo percorso secolare, se non millenario, del pensiero eretico e utopista si rispecchino non solo e non tanto deviazioni "folli" dal percorso unitario delle ideologie dominanti, ma anche e soprattutto un comune sentire che attraversa Manicheismo e Pauperismo connettendoli alle grandi correnti del pensiero religioso orientale confluite in vario modo nel Buddismo. Da questo punto di vista, il romanzo di Giesbert sostiene con profonda convinzione il moderno sincretismo religioso avverso ai fondamentalismi come al Pensiero Unico Globale; 2) che la storia degli uomini vive ed è vissuta attraverso i corpi. Questo il tratto più originale del romanzo "filosofico" di Giesbert. Il Nome della Rosa di Eco, divenuto opera-manifesto del romanzo storico-critico appoggiato sul genere giallo-noir, ma rivolto alla Metafora, interpretava la Storia come scenario di confronto ideologico; il recente Q dei Luther Blissett la proponeva invece come arena del Desiderio ribelle; L'inchiesta di Giesbert la legge come Storia dei corpi. A questo assunto si mantengono coerenti il plot (cadaveri dissezionati), la figura sociale del protagonista (medico chirurgo), e i materiali documentari che animano il libro (analisi di coroner cinquecenteschi, tecniche terapeutiche, abitudini e ossessioni alimentari e sessuali dei personaggi, sofferenze delle vittime, consuetudine alla tortura non come pura pratica sadica ma riconoscimento teologico implicito del primato del corpo).
Un romanzo di notevole interesse come proposta culturale e con il pregio di favorire una lettura scorrevole e stimolante. Resta però il dubbio che il filone storico-metaforico iniziato ormai molti anni or sono da Eco, cominci a dare qualche segno se non di stanchezza, di squilibrio letterario. Nell'Inchiesta ciò è particolarmente avvertibile nella prima parte, dove i personaggi e il protagonista in particolare paiono frenati dall'impianto programmatico. Messer Dieu, oltre che medico, filosofo e uomo di buon cuore, trova modo di rivelare il proprio lato oscuro trucidando per sfogo venticinque soldati. Parrebbe questa una concessione al popolaresco-naif d'avventura, in realtà è l'esecuzione di un progetto teorico. Messer Dieu DEVE rivelare il suo aspetto vetero-testamentario di Dio irato e furente, per poi, attraverso l'amore, assumere le nuove sembianze incarnate di Cristo sofferente e martire. Letterariamente ciò non contribuisce alla credibilità psicologica della figura del protagonista. Sempre nella prima parte, l'autore tende spesso e volentieri a sovrapporsi alla vicenda e ai personaggi proponendosi di continuo a testimone e giudice "sapienziale" e accumulando ad ogni piè sospinto commenti e sentenziose, malinconiche massime sull'esistenza umana, che in un romanzo moderno sarebbe più saggio lasciare alle libere e autonome riflessioni del lettore.
Per fortuna, dopo i primi capitoli, la narrazione e il protagonista in particolare riescono a emanciparsi da queste tutele, il pensiero dell'autore si manifesta attraverso la vicenda e i personaggi senza gravare su di loro, e il romanzo trova felice equilibrio. Resta aperta la questione se il mix ostentato di elementi di genere, documentazione storica, e metafora, vivace e innovativo negli anni Ottanta, non stia a distanza di vent'anni mostrando un poco la corda dal punto di vista della ricerca letteraria e della proposta culturale. Le regole di genere, da rimarcare o trasgredire, hanno senso filosofico preciso, non esclusivo valore di plot, e il romanzo storico trarrebbe nuova linfà da una Storia non interpretata troppo a posteriori, come metafora e anticipazione del presente, ma anche nella sua diversità e distanza da noi. Nessun autentico sincretismo può permettersi di soprassedere alle differenze, se non vuole trascolorare nel New Age.


Gianfranco Manfredi
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