| |
HORRORIANA:
GIANFRANCO MANFREDI
Escludendo l'irrangiungibile inferno dantesco, Magia Rossa di
Gianfranco Manfredi è tra i più autorevoli pretendneti alla palma
di migliore horror letterario italiano di tutti i tempi.
di Luca Castelli
(intervista apparsa su Mucchio n°630, gennaio 2007)
Nella postfazione alla nuova edizione di "Magia rossa"racconti
alcuni interessanti retroscena sulla genesi del romanzo.
Ma non sulla prima scintilla. Quando e dove nasce
Tommaso Reiner, il terribile protagonista del libro?
Non c’è mai un unico punto di partenza. Ci sono riferimenti
sparsi che vanno a fondersi per un processo di reciproca attrazione
, un po’ come le gocce di mercurio. In quel periodo mi interessava
molto l’archeologia industriale e tutto sommato credo che
il collante principale fosse questo, le vere ricerche le ho fatte
in
quel campo, altre cose facevano parte di un mio bagaglio precedente.
I riferimenti all'immaginario cinematografico
dell'epoca mi sembrano piuttosto evidenti. Personalmente,
leggendolo, ho ritrovato le atmosfere dei primi horror di Dario
Argento o del Pupi Avati di La
casa dalle finestre che ridono e Zeder.
Sicuramente ero influenzato dal cinema horror di quei tempi.
Non quello di Avati , però. I suoi film li ho visti solo
molti anni dopo. Sicuramente un’influenza inconscia lo
ha avuto
Profondo Rosso di Argento, che considero uno dei suoi
film migliori, con Suspiria. Ma dal punto di vista cinematografico
le mie preferenze andavano al nuovo horror americano. C’erano
però anche molte influenze letterarie, a parte quelle
citate nel romanzo (come la Scapigliatura milanese) , per esempio
Nostra
signora delle Tenebre, romanzo di Fritz Leiber (che del
resto ispirò parecchio anche Argento). E non mancano in Magia
Rossa i riferimenti al teatro dell’epoca, quelle
rappresentazioni sempre oscillanti tra puro spettacolo del corpo,
danza, animazioni
e monologhi.
Rispetto agli esempi citati, ci sono però anche
dei forti elementi di distacco. Per esempio, il discorso politico.
L'affascinante corto circuito tra marxismo, luddismo in salsa milanese,
magia splatter è forse
una delle forze caratterizzanti del romanzo. Avevi un intento
politico particolare? Volevi inserire un messaggio tra le righe?
No, il punto è un altro. Attorno a qualsiasi tradizione
culturale si prenda per riferimento, da quella coranica in Versetti
Satanici,
piuttosto
che quella cattolica ne Il Codice da Vinci, si può costruire
un romanzo esoterico e di complotti occulti. Lo si può fare
non solo con le grandi religioni, ma anche con il pensiero laico,
con l’illuminismo e (come ho voluto mostrare) con il marxismo.
Nelle pieghe delle citazioni qualche riferimento cabalistico,
qualche allusione alla culture magiche, si ritrova sempre. Anche
il Razionalismo
più spinto e il Materialismo più “volgare” contengono
simbologie che sono parte “rimossa” dell’immaginario
collettivo. In particolare il pensiero complottista si struttura
indipendentemente dal contenuto filosofico. Ha a che fare con
un vissuto paranoico e delirante che attraversa le culture. Il
recente
e farsesco dibattito sul presunto complotto dell’11 settembre
ne è una testimonianza esemplare. Ci si muove tra bisogno
di paura e di rassicurazione: da un lato ci si spaventa evocando
dagli Inferi dei Poteri Assoluti quanto Occulti, dall’altro
ci si rassicura perché credendo di aver individuato dei
Responsabili di tutto, si respinge l’idea stessa del Caos
e della totale assenza di controllo effettivo, che è quella
che ci disturba di più perché ci dà insicurezza.
Questo è il
nostro horror attuale, tanto “politico” quanto quotidiano.
Oggi viviamo in un'epoca in cui le rivoluzioni del digitale
da un lato hanno intensificato il rapporto (e la dipendenza)
tra uomo e macchina, ma dall'altro hanno reso questo
rapporto molto trasparente e dai contorni sfumati. Non
ci sono più le grandi e roboanti macchine delle prime
ere industriali, al loro posto abbiamo gli efebici iPod, i minuscoli
telefonini, i silenziosi notebook, una rete internet che è al
tempo stesso onnipresente e invisibile. Come si comporterebbe
Tommaso
Reiner di
fronte a queste nuove diavolerie della contemporaneità?
Tpmmaso Reiner è legato al mondo della meccanica. Scaglia
i suoi zombi contro le centrali elettriche, proprio perché vede
nella Rete la propria fine. La Rete non ha più bisogno
di corpi (i revenant, i vampiri, gli zombie), si fonda sui Fantasmi,
cioè presenze virtuali, immateriali. All’epoca del
romanzo, queste cose le cantavano i Police in Ghost in The
Machine.
Tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, la musica
ha vissuto in modo particolarmente traumatico la sostituzione
degli strumentisti con una macchina minima: i chip.
Scrivi nella postfazione: "Coltivavo anche la speranza
di poter partecipare alla reviviscenza dell'horror, finalmente
liberato
dai castelli
di cartapesta e immerso nella più assoluta
contemporaneità.
Purtroppo scoprii subito che in quegli anni il cinema di genere italiano
era pressoché defunto o sul procinto di...". Parole sacrosante.
Come siamo messi oggi, a vent'anni di distanza?
Il tema dei fantasmi legato all’elettronica e alle comunicazioni
digitali è stato non a caso il nuovo grande tema, imposto
soprattutto dal cinema dell’est (giapponese, cinese e coreano).
Di contro c’è una ripresa della carnalità cannibale
che in parallelo e in altro modo racconta la stessa cosa: il
disfacimento dei corpi , la resurrezione dei morti in uno stato
di non-vita,
le mutazioni infinite che fioriscono in forme incontrollabili.
Un altro degli spettri che si aggira nel nuovo millennio
- molto più temibile di quelli di Phone o The
Ring - è la superficialità,
che ha avvolto ormai la fruizione stessa di cultura.
I grandi generi della narrazione popolare - cinema, letteratura,
fumetto, la stessa musica - sono in crisi. La gente è distratta,
non li segue come
un tempo, ma non ha neanche trovato niente con cui sostituirli.
Tu che li hai attraversati tutti, come vedi la situazione attuale?
La mia generazione è forse stata l’ultima che ha visto
nella cultura in tutte le sue forme, qualcosa di formativo (una
ricerca di risposte, o come dicevano gli indiani d’America,
una Quest) e dunque molto al di là del mero divertimento
o passatempo. L’idea che la cultura esista per riempire un
vuoto (se no ci si annoia e non si sa cosa fare) o che un romanzo
lo si debba scrivere
per sfogo o per colmare dei buchi esistenziali, ecco io tutto
questo lo vivo con profondo fastidio. Più in generale credo
che molte persone oggi abbiano paura di finire coinvolti nelle
emozioni, di
lasciarsi andare all’inconscio e persino all’orgasmo.
Ci si vuole pensare attivi, sempre e in ogni caso, e padroni
delle proprie emozioni. Così però si crea anche
pochissimo, si vive nell’avarizia spirituale, ci si contenta
dell’approssimazione,
non si approfondisce mai nulla, si ri-conosce il già conosciuto.
Se ci si preoccupa che niente turbi la nostra poco entusiasmante
routine, diventa inevitabile che l’unica passività accettata
sia quella del consumatore e l’unica attività giudicata
sensata quella di fare soldi.
Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi da Gianfranco
Manfredi?
Nel 2007 uscirà una delle cose più belle
che abbia mai scritto: un romanzo a fumetti in
quattordici episodi , che si intitola Volto Nascosto e
racconta una storia di guerra e d’amore ambientata alla
fine dell’Ottocento
tra l'Italia (Roma) e l’Africa (L’Etiopia). I disegnatori
stanno facendo un lavoro eccezionale, le loro tavole sono puro
piacere per gli occhi.
|