archivio anni '70_Cari Area, Finardi...
     
Cari Area, Finardi, Gianco,
Lolli, Manfredi, Stormy Six...

                       (articolo tratto dal quotidiano Lotta Continua del 21 aprile 1978)
 


...devo fare troppe premesse accingedomi a parlare di voi. Per alcuni devo addirittura svitarmi la testa e guardarla li a fianco a me, che ascolta, perché io non riuscirei mai, per una forma di "sclerosi da educazione musicale classica", ad ascoltare questa musica con divertimento e godimento tanto è lontana da me, anche per date di nascita, per modo di vivere, di pensare e di organizzare la giornata: che poi è cultura. Ma questa musica, anche se non la so ascoltare, spesso la vivo vicino, conosco chi la fa, la pensa, la vive, magari gli voglio bene, come a Claudio Lolli; e allora l'ascolto ne rimane confuso, cancello quello che proprio per me non ha senso e cerco quello che ne ha, faccio insomma già un lavoro di selezione nell'ascolto per continuare a conoscere, vivere, accettare. Pensate un po', quindi, come le mie parole sono poco attendibili.
Altre volte, quando invece l'autore non lo conosco, ma ne sono perseguitata per il gran parlare che se ne fa, me ne allontano sempre più a un punto tale che la sua musica mi sembra una lingua tutta negativa, non la voglio ascoltare, mi sembra una lingua tutta negativa, non la voglio ascoltare, mi è antipatico lui e la sua musica lui perché non lo conosco ma me lo fanno conoscere per forza; pensate un po', anche in questo caso, che disastro i miei giudizi musicali, quanto poco equilibrati i miei pensieri.
Certamente la "canzone" degli Stormy Six è canzone di alto livello, è canzone matematica direi, tutta ragionata, e di questo abbiamo anche bisogno; cioè essa vuole senz'altro un ascolto analitico, non davvero animalesco; il battere le mani a ritmo che da parte del pubblico è stato elevato a "partecipazione", con gli Stormy Six non attacca, non è quella partecipazione lì che essi suscitano e questo è un fatto molto positivo. Questa moda nata con il canto napoletano-sinistra-militante-tammorriata, che rende il pubblico una massa inerte convinta di partecipare perché stanno li come salami battendo le mani a ritmo è giustamente fustigata da canzoni come Rosso o Labirinto o Cuore dove, se accade di battere le mani, è perché si è operato selettivamente con il cervello quel famoso ascolto analitico che la musica deve suscitare.
Del resto anche gli altri che ho ascoltato non fanno più canzoni memorizzabii. Claudio Lolli, per esempio, fa canzoni-discorso, che costringono all'ascolto. Quelle di Lolli, a differenza di quelle degli Stormy Six che costringono ad un ascolto globale, di musiche (e stratificate: musiche aperte, piene di discorsi) e testo, quelle di Lolli fanno ascoltare le parole. Parole elevate ad un "parlar cantando", sostenuto da un groviglio musicale che stento un po' a decifrare. Nell'Alba meccanica, per esempio, abbiamo dopo un po' un tema preciso di bassi in successione discendente che non è assolutamente nulla di nuovo, serve direi più che altro da punto d'incontro fra i vari strumenti; e questo mi sembra il nuovo stile di Lolli: un parlato cantato seguito da strumenti operanti non sempre un loro discorso autonomo, ma sempre ricongiungentisi in un punto di incontro. Questo dell'appuntamento musicale è un sistema che ha di negativo, musicalmente parlando, che ogni nota non ha un senso se non in vista del famoso appuntamento da raggiungere.
Passo a Gianfranco Manfredi, e mi chiedo: va bene, Claudio: Lolli "poggia" i suoi testi su un determinato musicale che mi angoscia (tenete presente che quello che musicalmente angoscia me quarantenne non necessariamente deve angosciare voi, ventenni, anzi a quanto pare non vi angoscia per niente; vi invito a questo punto a tornare a leggervi la mia " premessa "). Manfredi fa esattamente il contrario; ogni suo testo "poggia" su un determinatissimo musicale anni '50, un pò retrò, molta "musica commerciale", divertente per l'incontro tra parole nuove da "contestazione" unito a queste musiche che passano tutto l'arco delle musiche radio-tele-San Remo che ci hanno afflitto da anni. L'insieme, l'incontro, fra questi testi intelligenti, ironici, corrosivi e queste musiche (in questo contesto) disarmate per la loro fragile leggerezza, ingombrante stupidità, dissennatezza, è anche divertente, ma certamente siamo ben lungi dall'ascolto globale, dalla "musica aperta" che stimoli l'ascolto analitico, ecc., dallo " studio ", insomma, della "canzone" degli Stormy Six.
Dei blocchi prefabbricati di musica di Finardi io non sento, nessun bisogno. Ascoltandoli mi rendo conto che i maldestri sostegni musicali che accompagnano Lolli sono sinceri, che i troppo destri contenitori di Manfredi sono splendidi. Che i testi di Lolli e Manfredi sono non solo sinceri ma intelligenti, articolati, che Manfredi ha un gusto dell'ironia, del rovescio del rovescio, del non banale che me lo rende vicino, simpatico (anche se non lo conosco), persona. Non riesco a trovare in Finardi un discorso che non sia la sigla di una banalità: "la scuola non serve a niente, lottiamo, ragazzi, tutto subito, si cerca la verità ", ecc.; pallidi ricordi riassunti in slogan pubblicitari di cose che prima erano idee, baci perugina in cartine rosse. Ci fosse mai una canzone in cui questo ragazzo ha un dubbio, usa una parola dando a intendere che potrebbe anche significare altre cose.
Gli Area sono stati i primi a fare del pop italiano. E va bene; a loro il merito. Ma questo pop italiano a me non piace: ho la sensazione che sia un succedersi senza imprevisti di blocchi prefabbricati, strettamente accordali, dove l'interesse, unico, è quello dei timbri. Peccato, che spreco! mi viene da pensare; si poteva unire a questo studio timbrico rimarchevole, un interesse per il discorso musicale che invece è dato tutto per scontato; è il trionfo della musica a sigle, quindi riduttiva in tutti i sensi. Ecco, mi pare che la "voce sola " (anche se facilitatissima ad uscire dall'impasse del blocco accordale prefabbricato), appunto perché sola - quindi sganciata e libera - rimanga pur sempre in quella logica. Proprio come un orso del giardino zoologico che - se gli si levasse la gabbia - continuerebbe a passeggiare avanti indietro per quei cinque metri quadrati e non di più.
Scusatemi tutti questo vaniloquiare da vecchia strega. Spero proprio di lasciare il tempo che trovo; mi era solo stato chiesto di dire quello che pensavo.

Giovanna Marini


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