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La
stanza era in penombra. Le pareti, i divani, i cuscini sparsi per
terra, il tavolino basso, il grande tavolo da lavoro, persino gli
infissi della porta finestra che si apriva su un giardinetto grigio,
tutto ridondava di occhi, teste e piccoli corpi appesi. C'erano marionette
dappertutto, alcune giacevano sul tavolo di lavoro a pezzi, una testa
qua, un frammento di gommapiuma là, un occhio di vetro, denti,
mani di legno e un groviglio di aghi, punteruoli, scalpellini, forbici.
Marisa avviò la sega elettrica e la affondò in un
grosso blocco di gommapiuma. Impalpabili frammenti di spugna bianca
volarono per la stanza ricadendo sul tavolo.
Marisa creava i suoi mostri, enormi pupazzi che erano il motivo
dominante e il vanto dei suoi allestimenti teatrali. In quei ghigni
eccessivi, trasferiva un repertorio di emozioni violente che come
attrice le era difficile esprimere.
Al pubblico bastava l'intensità della sua presenza fisica,
quel suo portamento altero, orgoglioso. A lei piaceva esprimersi con
pochi gesti, con toni misurati, alla ricerca delle sfumature più
sottili senza forzare gli effetti. |
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