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L'AMORE E GLI AMORI IN J.J. ROSSEAU - 1978 (Mazzotta)  scheda   recensioni
Se c'è un senso in questa ricerca sulle " teorie della sessualità in Rousseau " è nel riportare alla luce una serie di testi e di momenti di riflessione poco indagati e soprattutto poco letti, alcuni addirittura inediti. Testi che di solito sono affidati alla lettura degli studiosi come materiali d'appoggio, d'integrazione, alla ricostruzione del " pensiero " di Rousseau o alla genesi delle sue opere maggiori. Questi testi invece, proprio nella loro frammentarietà e incompiutezza, sono quelli che più si prestano a una lettura della quotidianità del pensiero di Rousseau. Le categorie vi sono colte non nel loro fissarsi, ma nel loro seguire il movimento della riflessione dentro la contemporaneità.
Questa ricerca non deve essere dunque letta come l'ennesimo tentativo di percorrere dentro una " tematica " la storia della formazione di un pensiero filosofico, né tantomeno come il tentativo a partire da questa tematica di proporre nuove centralità, nuovi punti di vista da cui ricostruire, rileggere, ridare unità al pensiero di Rousseau.
Questa ricerca è un momento parziale dovuto alla mia esigenza soggettiva di chiarire questo tema (qui e ora centrale) dentro lo studio dei testi di una persona (e che persona) tanto lontana dalla nostra quotidianità da essere " diversa" e tanto " diversa " da esserci sensibilmente vicina.
MAGIA ROSSA - 1983 (Feltrinelli)         scheda            recensioni
La stanza era in penombra. Le pareti, i divani, i cuscini sparsi per terra, il tavolino basso, il grande tavolo da lavoro, persino gli infissi della porta finestra che si apriva su un giardinetto grigio, tutto ridondava di occhi, teste e piccoli corpi appesi. C'erano marionette dappertutto, alcune giacevano sul tavolo di lavoro a pezzi, una testa qua, un frammento di gommapiuma là, un occhio di vetro, denti, mani di legno e un groviglio di aghi, punteruoli, scalpellini, forbici.
Marisa avviò la sega elettrica e la affondò in un grosso blocco di gommapiuma. Impalpabili frammenti di spugna bianca volarono per la stanza ricadendo sul tavolo.
Marisa creava i suoi mostri, enormi pupazzi che erano il motivo dominante e il vanto dei suoi allestimenti teatrali. In quei ghigni eccessivi, trasferiva un repertorio di emozioni violente che come attrice le era difficile esprimere.
Al pubblico bastava l'intensità della sua presenza fisica, quel suo portamento altero, orgoglioso. A lei piaceva esprimersi con pochi gesti, con toni misurati, alla ricerca delle sfumature più sottili senza forzare gli effetti.
CROMANTICA - 1985 (Feltrinelli)       scheda         recensioni
In un ufficio bianchissimo con moquette verde prato, dietro una scrivania con due telefoni (uno bianco e uno grigio) Rodolfo Cecchi era intento a bruciare con la punta di una North Pole un filo di cotone uscito dall'attaccatura della manica della sua giacchetta avana. Un leggero tremito del polso lo avverti che la tensione nervosa stava raggiungendo il livello di guardia.
Cecchi era il curatore e il responsabile presso il Comune di Milano della mostra La luce oscura (pittori del '700 in Italia).
Uomo di tutta affidabilità non solo per prestigio e relazioni, ma anche per l'estrema puntigliosità organizzativa (di lui si diceva: "non lascia niente al caso"), si ritrovava, a pochi giorni dall'inaugurazione, con un cumulo di grane del tutto inaspettato.
Molti dipinti erano arrivati in ritardo per disguidi dovuti ad autorizzazioni ministeriali non pervenute o a impreviste difficoltà doganali. Tre giorni prima, lo scadente impianto di riscaldamento dei locali dell'esposizione aveva cessato di funzionare. Nello spazio di ventiquattr'ore il personale di custodia era sceso in sciopero a tempo indeterminato aggregando al leitmotiv del freddo una serie di rivendicazioni spazianti dall'orario di lavoro al "ricalcolo del rapporto tra livelli di categoria e retribuzioni degli eventuali straordinari".
Lo squillo improvviso del telefono grigio con conseguente scatto del polso gli fece finire la sigaretta nel taschino della giacca. Balzò in piedi facendo precipitare la sedia in terra. Solo al quinto squillo riuscì a estrarre la sigaretta a prezzo di una bruciatura all'indice.
ULTIMI VAMPIRI - 1987 (Feltrinelli)        scheda         recensioni
Vi parlerò del mio passato religioso. Oh, non vi preoccupate, non provo alcuna nostalgia del Sacro. Il mio modo di credere, già prima che divenissi quel che sono, mi aveva fruttato la scomunica. Nacqui nel 1528 in Moravia. I miei genitori erano seguaci di Carlstadt. Ecco perché mi chiamarono Carl. Scusate, forse qualcuno tra voi non ricorda o non sa. Mi riferisco al più misconosciuto eppure il più conseguente dei Riformatori. Andrea Bodenstein Carlstadt era decano dell'università di Wittenberg quando vi giunse Martin Lutero. Dicono che l'anziano sia più cauto del giovane, ma non fu così in questo caso: quando Lutero mise in dubbio l'Eucaristia, Carlstadt approvò e soppresse la messa. Poi Lutero criticò il celibato ecclesiastico e Carlstadt prese moglie. Infine Lutero biasimò il culto delle immagini e Carlstadt cominciò a distruggerle sistematicamente: statue, crocefissi, dipinti. Non pago, gettò l'abito talare, vestì l'umile mantello del contadino e per qualche tempo lavorò la terra. Martin Lutero non si sarebbe mai spinto così avanti, i suoi seguaci neppure. Presero anzi a considerare Carlstadt un discepolo del diavolo.
Su questo esempio si fondò la mia educazione. Mia unica regola di vita divenne: più in là della regola, più in là dell'obiezione alla regola, un passo oltre.
Crebbi a Nikolsburg in una comunità anabattista, o più esattamente una Brüderhof. C'erano molte famiglie e tutto era in comune, non solo la nursery e la scuola, ma anche la cucina, la lavanderia, le officine artigiane, le botteghe.
TRAINSPOTTER - 1989 (Feltrinelli)      scheda        recensioni
"Il 321 ha già dodici minuti di ritardo."
"E' importante?"
Sacha non rispose. Guardava la massicciata. Erano seduti in macchina a una decina di metri dai binari, su un prato bruciacchiato, senza luna e senza luce, solo le luminescenze verdastre del quadro comandi e la sigaretta accesa di Rita.
Lei non ci era abituata. In paese non facevano complimenti, se qualcuno la voleva, la prendeva e poi la scaricava (non era una puttana, a nessuno era mai venuto in mente di pagarla né a lei di chiederlo). Sacha era diverso. Al bar, la prima volta, l'aveva guardata con interesse, per un attimo, poi era tornato ad occuparsi del suo cointreau. Quando era andata a sedersi al suo tavolo le aveva dato del lei, diceva spesso "signorina" e Rita non aveva riso solo perché lo stupore era stato più forte. Sacha aveva preso in affitto per l'estate una villa antiquata lungo la ferrovia, troppo grande per un uomo solo. Nessuno veniva a fare le vacanze da quelle parti, tra poche anime disperse in una campagna brulla, non lontano da un importante nodo ferroviario. Chi era Sacha? Un artista in cerca di ispirazione, o uno dei tanti fuggiaschi metropolitani in cerca di un asilo campestre? Chiunque fosse non dava fastidio, pagava i conti, era gentile.
IL PEGGIO DEVE VENIRE - 1992 (Mondadori)     scheda       recensioni
Abel lucidava il mitra.
La stanza era piccola e spoglia. Un letto di legno, più che un letto una panca, una scaffalatura a parete con pochi libri, il candelabro d'argento e il corno d'ariete su un mobiletto d'angolo. Era la prima volta che entravo nel rifugio di Abel e per quanto ne sapevo nessuno c'era mai entrato prima di me. Non ci stupivamo che Abel volesse vivere da solo. Tutti noi lo consideravamo un Lamedwaw, uno dei trentasei Giusti, e a un Giusto si addice l'isolamento.
Paragonai quella stanza alla nostra, un oscuro seminterrato dove dormivamo in quattro, le valigie sempre pronte e i piatti sempre sporchi. Non per questo invidiavo Abel, io non ci so stare da solo, quando mi capita non faccio che camminare avanti e indietro, e guardo fuori, e sorveglio di continuo la porta, angosciato dal più piccolo rumore. Ma non potevo fare a meno di pensare che quel suo volontario esilio l'aveva salvato. Yoshe, Beniamino e Judith, i nostri compagni, erano morti insieme.
Era successo sul finire della notte. Tornavo dall'Orphan, una grande discoteca all'altro capo della città, dove mi ero procurato l'auto, una Toyota turbo ultimo modello, nera e scintillante come appena uscita dalla vetrina. L'ideale per passare inosservati nei quartieri alti.
LA FUGA DEL CAVALLO MORTO - 1993 (Anabasi)        scheda       recensioni
Al mio funerale sono arrivato in ritardo.
Avevo chiesto, nel testamento, un carro funebre tirato da quattro cavalli neri col pennacchio. Invece hanno caricato la mia bara su un carretto da campagna trainato da uno scoglionato ronzino a chiazze con la merda ancora appiccicata agli zoccoli.
Io me ne sto al riparo di un cipresso. Porto il naso, gli occhialini tondi e i baffi finti sul naso, gli occhiali e i baffi veri. Tutta questa plastica moscia mi incapsula il respiro. Alito sulle lenti. Il risultato è che il corteo funebre lo vedo lievemente alterato, come una scena girata con pellicola scaduta.
In prima fila barcolla la mia vedova, in nero, con la veletta. Grazie Sandra per aver rispettato le mie ultime volontà. Magari la gonna è un tantino troppo aderente e le calze nere un po' troppo sexy e i tacchi a spillo potevi anche risparmiarteli, comunque va bene lo stesso: non voglio che tu resti sola proprio adesso, visto che non lo sei mai stata per tutto questo tempo che ero sempre in tournée.
UNA FORTUNA D'ANNATA - 2000 (Tropea)       scheda      recensioni
"Milano fa male!"
Incollato ai vetri del bar, un Campari soda in mano, Ermete Mazzola guardava piazza Cavour, informe collettore di automobili, ciclomotori, furgoni, tram, semafori, cassette postali, cabine telefoniche, dal quale spuntavano a tratti sparuti e rassegnati pedoni.
"Che ti può importare di restare qui?" continuò Ermete rivolto al giovane collega.
Davide si rinserrò nelle spalle, fissò il filtro della sigaretta, sporco di schiuma di cappuccino, e non disse nulla.
Ermete era alto e magro, bianco e con la barba non fatta, ingobbito a metà schiena.
Davide era piccolino, castano, ben rasato e ritto come un soldatino in borghese.
Sembravano una parentesi aperta e un punto esclamativo capitati una accanto all'altro per un refuso tipografico.
"Ho compiuto trent'anni..." disse infine Davide dando voce ai pensieri.
"Auguri."
"Mica oggi, quattro mesi fa. Volevo dire... sai come si dice..."
"Volevo dire, sai come si dice... è brutto" replicò Ermete con una lieve increspatura delle labbra.
"Insomma..." riprese Davide accalorandosi "oggi come oggi se uno a trent'anni viene messo ai margini, resta ai margini per sempre, sul marciapiede. Se ti va bene ti dimenticano lì, se ti va male ti danno l'ultima spintarella e ti buttano in mezzo alla strada..."
IL PICCOLO DIAVOLO NERO  - 2001 (Tropea)     scheda          recensioni
Correva l'anno 1893 e correva veloce. Troppo veloce per il signor Federico Morosini, uomo di piccoli passi, di gesti misurati e composti, meticoloso e abitudinario come un sagrestano. L'unico movimento non preordinato in lui era un lieve strizzare di palpebre, cui lo costringeva una vista indebolita dal mestiere di illustratore. Per anni, in un'infinita serie di cartoline e di tavole per Strenne, il signor Morosini aveva effigiato una Milano che ormai non esisteva più (se mai era esistita fuori dai suoi sogni), una Milano colta nella luce di un eterno pomeriggio senza clima, una Milano di monumenti, di piazze, di crocicchi, assolutamente immobile: i rari passeggiatori non passeggiavano neppure, si limitavano a stare lì, ritti come i loro cilindri e i loro bastoni, "a prendere l'aria".
Usava proprio queste parole il signor Morosini quando, dopo una giornata spesa al tavolo da disegno, imboccava l'uscita di casa e comunicava immancabilmente alla moglie la sua precisa intenzione: "Vado a prendere una boccata d'aria".
"Prendine due che sei sempre più smorto" gli aveva urlato dietro quel pomeriggio la Daria. E lui, che considerava la passeggiata una cosa sacra e non sopportava ci si scherzasse sopra, aveva sbattuto la porta, già di cattivo umore prima ancora d'aver affrontato il corso Vittorio Emanuele e di venire travolto dalla truscia.
La truscia, sì, l'incomprensibile fretta che aveva preso persone e cose sconvolgendo ogni regola di civile convivenza.
 
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