Un incontro
felice e fortunato: un cantautore con un altro cantautore, un uomo
e un altro uomo. Due origini, due esperienze diverse, due vite che
si incrociano. Lelouch colpisce ancora? No, è uno spettacolo
messo su dai sottoscritti Manfredi Gianfranco e Gianco Ricky, dall'ipolipidico
titolo... 1992: Zombie di tutto il mondo unitevi a Nervi.
Per favore che nessuno ci domandi più: "chi sono gli zombie?":
basta guardarsi allo specchio. E perché a Nervi? Perché
essendo la contraddizione la molla del movimento, oggi le case di
riposo le mettono a Nervi, e invece dell'acqua minerale ci degusti
il caffè.
Risolte le domande d'obbligo, veniamo all'oggetto. Dopo parecchi concerti
in giro per l'Italia "alternativa", per un annetto o giù
di lì, col solo ausilio di n. 2 chitarre, n. 2 sedie, n. 2
microfoni, n. 2 leggii, n. 2 zombie, ci siamo detti che forse era
il momento di fare una roba nuova. Un lavoro più organico e
se capitava anche più orgonico, del solito e scontato recital.
Il concerto in piazza, ha una struttura precisa, chiunque sia quello
che suona. Ha una dimensione formale che non è affatto neutra,
ma condiziona quello che si fa: vuoi dire ad esempio una certa quantità
di vibrazioni che non vibrano affatto ma si riducono a fischi, applausi
e cori vari in un'atmosfera generale di grande dispersione; vuoi dire
un'inevitabile propensione alla demagogia in chi è sul palco
e alla violenza della comunicazione; vuoi dire sparire come corpi,
come mimica, come movimenti, e rassegnarsi a essere 11 : su due sedie,
come due paralitici con chitarre che comiziano per un movimento paralitico.
Ovvio che non è sempre così e ci sono momenti molto
creativi e comunicativi, ma in genere piazze e palalidi sono questo:
posti non fatti per la comunicazione sottile, per la musica, per l'incontro
delle sensazioni dei linguaggi e dei corpi, ma posti strutturati autoritariamente
che uccidono suoni e presenze fisiche.
Volevamo fare qualcosa che non cercasse di nascondere la disgregazione
con l'ideologia, con l'appello unitario, con la canzone slogan o l'esercizio
solistico, volevamo all'opposto scegliere un luogo (per esempio un
teatro, o un circolo, comunque una situazione non enorme, al chiuso
e raccolta) tale da permettere una comunicazione fisica e concreta,
cosI fisica e cosí concreta da poter parlare sensatamente (nel
senso di: coi sensi) di disgregazione.
E'
chiaro che neanche i teatri, con le loro poltrone in fila tipo sala
d'attesa di dentista o stanzone deposito manichini, neanche i circoli,
altri stanzoni vagamente ministeriali e inesorabilmente tristi, neanche
queste strutture sono la cosa giusta. Però questi posti possono
volatilizzarsi molto più facilmente della piazza che resta
lì, fissa, pesante, col ritorno d'eco dei comizi e delle orazioni
domenicali. C'è anche chi riesce a far sparire una piazza o
perlomeno a farne sparire gli echi ideologici e farne un nuovo luogo
d'incontro. A noi la piazza ci rimane li, sparisce solo a notte fonda,
quando sparisce per tutti. Ma anche se non si vede, rimane. E rimane
il palco troppo grande e paradossalmente inagibile. I superpalchi
da piazza, pieni di fili e di aggeggi meccanici, vere vetrine-esposizione
di amplificatori, sono loro i soggetti.
La scelta di un posto diverso ha inciso molto sulla forma dello spettacolo.
Abbiamo cercato di evitare primi piani illuminati tra il buio totale
lasciandoci la continua possibilità di movimento su tutto il
palcoscenico, scegliendo come unico elemento da usare e nel quale
galleggiare, solo della carta (quale carta?). Carta che diventa un
pallone, una fisarmonica, una caduta di neve, fazzoletti, lenzuola
a due piazze ecc. Alle nostre spalle una struttura fissa di ferro,
con su un grosso rotolo di carta da tipografia di grande quotidiano,
che viene di volta in volta disegnata a spray e stracciata. Il rotolo
è vagamente allusivo alla presenza ossessiva e marcescente
del nostro mass-media quotidiano, ma diventa anche muro e vetrina,
può essere spaccata da un sampietrino o attraversata come un
tamburo da circo o come uno schermo cinematografico da Elvis Presley
in persona (versione mini).
In questa scelta della carta, come nell'insieme della fusione del
movimento scenico con l'andamento del testo e delle canzoni, come
nelle scelte delle luci e dei gesti, è stata determinante per
noi la presenza di Velia Mantegazza che ha inventato la regia di questa
cosa. Di solito quando si pensa a una regia si pensa a qualche genio
imbecille paludato che gestendo e gesticolando, mimando il mimo di
se stesso, urlando e disarticolandosi, impartisce gli ordini alla
truppa: "tu ti muovi così, NO! NO! Guarda, guarda me,
così... devi dare un vago senso di... ci siamo capiti? NO!
NO! Non così...". Invece la Velia è una persona
dolce e furbetta che sa entrare nel flusso, entra nei tuoi tempi,
aiuta a precisare, sviluppa scenicamente un tema, sostituisce a una
lunga e pisciosa spiegazione verbale, quel movimento, quella presenza
di cose che vale un discorso. La Velia insomma è entrata nel
nostro modo vagamente casinistico di esprimerci cercando di far emergere
questa espressività per i tempi che aveva, di chiarirla, di
portarla fino in fondo invece di rivestirla di "giustezza",
di professionalità cadaverica (del resto ci son già
troppi cadaveri aleggianti in questo spettacolo).
La Velia è del PCI. Noi no. Il casino ci piace viverlo e propagarlo.
La Velia sa in qualche modo distribuirlo cosí che sia intelleggibile,
comunicabile. Se il suo partito si comportasse analogamente la cosa
non sarebbe poi malvagia. O l'ordine si fa una funzione interna del
casino o diventa inevitabilmente una gabbia. Ma finiamola con battute
e metafore a proposito e sproposito e veniamo alla cosa qui pubblicata.
Il testo che segue è ben lontano dalla definitezza di un copione.
E cambiato un sacco di volte prima, durante e dopo la "rappresentazione".
Cambierà ancora nei dialoghi e nelle canzoni.
Nello stesso tempo non è puramente un canovaccio. I canovacci
in genere ammettono qualsiasi variante tranne una: la struttura dei
ruoli. Invece è proprio questa struttura che dev'essere sottoposta
a mutamento: si deve ammettere che Arlecchino può essere/diventare
Pantalone o Colombina.
Cos'è allora che resta fermo in questo testo? La sua forma.
La forma oggettiva: una situazione di disgregazione, di carta stracciata,
di rifiuti, di pezzi di manichini, di leggii vuoti, di scale che non
arrivano da nessuna parte e di secchi che non servono a contenere
nulla. La forma soggettiva: una relazione aperta tra due persone che
hanno vissuto esperienze molto diverse, ma che continuano a incrociarsi
perché vogliono farlo.
E' ovvio che prima o poi bisognerà cambiare spettacolo: la
disgregazione potrebbe produrre qualche simpatico mostro, e le persone
che si incontrano diventare tre, quattro. Ma quest'altra cosa sarà
diversa da "Zombie" e non accadrà nel 1992 ma molto
prima. E certo che "Zombie" andrà avanti non per
"improrogabili esigenze di cartellone", ma perché
e finché avremo voglia di farlo, cioè finché
significherà qualcosa per noi e non solo per noi.
Si spera proprio che presto parlare di germanizzazione non abbia molto
senso, che la sessualità possa essere altro
da un'ombra o una "sagoma", che vivere la disgregazione
non sia più la dimensione del quotidiano, che le risate non
siano sempre e solo amare e che la critica del revival, del perpetuo
riciclaggio di sé non si fermi a rendere in grottesco il modello,
ma sappia smontarne i pezzi e buttarli in giro. La prospettiva di
"Zombie" è dunque più che "replicarsi",
quella di cambiarsi: non perché è saggio fare ogni anno
uno spettacolo nuovo, ma per qualcosa che è scaturito da dentro
lo spettacolo stesso e dal rapporto con la gente.
Tutto ciò può darsi non sia molto professionale. Ce
lo ricordava a ragione Giorgio Gaber. Si diceva del nostro stupore
a vedere che ogni sera le risate o gli applausi o l'insoddisfazione
o il disagio cadevano in punti diversi dello spettacolo. Perché
questa casualità dato che il testo rimaneva pia o meno lo stesso?
Giorgio diceva che se uno spettacolo è ben studiato e ben rappresentato
non può non suscitare reazioni se non identiche, simili, in
dati punti in qualche modo prefissati. Stimolo x,
reazione y. Il problema dunque è semmai la selezione degli
stimoli: per esempio stimolare il rodimento interiore piuttosto che
la lacrima facile.
Tutto vero, ma sarà poi divertente per sé, fare Pavlov
in palcoscenico, anche se un Pavlov che piuttosto che scosse elettriche
dà al suo cane degli stimoli che ne possono fare più
un "cane sciolto" che un cane in gabbia?
Quello che ci ha sempre mosso, è invece la continua ricerca
della casualità e della specificità della situazione.
Se la situazione viene fuori triste, allucinante (come una sera all'Unidal
dove c'era la solita estraneità vagante e distratta tanto che
alcuni e non pochi hanno applaudito persino alla notizia della conferma
dei licenziamenti) non cerchiamo di prendere una scorciatoia per l'applauso,
ma di viverla e spiegarcela. Così se uno di noi, o tutti e
due, una sera siamo sul triste oppure sulla risata gratuita, ci concediamo
il triste e il gratuito, senza troppo cercare la medietà spettacolare
"giusta".
In questo modo finora "Zombie" non è mai stata la
stessa esperienza reiterata (con e per il successo) tutte le sere,
ma è stata una serie di esperienze diverse come diverse erano
le sere, i posti, la gente, noi stessi.
Questa duttilità di "Zombie" è facilitata
(e per certi versi complicata) dal fatto che in scena succedono sempre
pii cose, che spesso si elidono. Tipo: uno canta e l'altro disegna.
Allora: stai a vedere il disegno o ti concentri sul canto? Oppure:
segui i testi delle canzoni o i movimenti scenici? Certo, c'è
un po' di confusione. Ma l'unidimensionalità è pericolosa.
Dire alla gente: toh, questo è quello che devi vedere, che
devi capire, è una scelta che riconduce all'obbligatorietà
dell'ascolto e che fa piazza pulita della possibilità di chi
ascolta di concentrarsi dove vuole.
Viva quelli che alle partite di calcio dopo un po' si mettono a guardare
gli spalti o l'aereo che passa e magari si perdono il gol. Oppure
che al cinema si mettono a seguire cosa succede sullo sfondo e perdono
il filo della trama, o si concentrano sui colori e si perdono i dialoghi.
Non sarebbe male se mentre si svolge la partita, sulla pista di corsa
ci fosse un rodeo e sugli spalti l'Aida; e non sarebbe male se si
facessero dei film con quattro o più vicende parallele nella
stessa immagine.
Se questo non succede, è proprio perché i media appiattiscono
la percezione, avviliscono la possibilità di viaggiare in quello
che si vede e si sente e si tocca e si "usma", e di decidere
dove e come. "Zombie" è pur sempre uno spettacolino,
non arriva al punto di stravolgere le regole della rappresentazione,
non arriva a tanto: c'è semplicemente un po' di casino. Perché
no? Può essere un buon inizio.
Un altro amico cantautore tanto "trasversale" quanto amante
della chiarezza "politica", ha commentato che "Zombie"
non si capisce bene che spettacolo sia: canzoni? cabaret? concerto
militante? avanspettacolo? satira? Boh... E la vita che facciamo di
che "genere'" è? Comica? Drammatica? Grottesca? O
"morta-viva"?
Gianfranco Manfredi e Ricky Gianco |