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Nell'anima. Donald Westlake dalla parte dei lettori con il
geniale, scalognato ladro Dortmunder
recensione di PEGGIO DI COSÌ... di Donald Westlake (Tropea)
apparsa su Diario della settimana, Numero 27, Luglio 1998
  l mondo ha bisogno di eroi? "Decisamente no", risponde Donald E. Westlake. Il suo Dortmunder, ladro geniale e scalognato, protagonista di irresistibili gialli umoristici, non è neppure un antieroe, è per Westlake "un lavoratore, e io sono quello che gli procura il lavoro". Nella nuova avventura Peggio di così... il lavoro di Dortmunder consiste nello svaligiare la villa (sotto sequestro giudiziario) di Max Fairbanks, multimiliardario magnate dell'edilizia e delle comunicazioni. Sembrerebbe una cosuccia facile facile, senonché la villa non è affatto vuota, perché Max è convenuto lì in gran segreto per un incontro ravvicinato del solito tipo con Miss Settembre di Playboy. Dortmunder si ritrova così sotto la minaccia di una pistola e da rapinatore passa a rapinato, perché l'astioso riccone, per umiliarlo, gli sottrae un anello. Ferito nell'orgoglio, Dortmunder si lancia nell'impresa di riconquistare, con l'anello, la sua dignità di ladro. Per ottenere lo scopo gli basterebbero due o tre complici, ma la solidarietà degli amici lo sommerge. Sono cinque, poi dieci, poi venti i piccoli artigiani del crimine che si offrono volontari per aiutarlo, e lui li accoglie tutti, premurandosi di trovare a ciascuno compito da svolgere e adeguato compenso. Westlake procura lavoro a Dortmunder, e lui agli altri. L'umorismo si scatena dalle situazioni: Westlake evita di ironizzare dall'alto sui suoi personaggi, e a loro volta i personaggi sono tutti compresi nel proprio ruolo, ma non dei simpaticoni da commedia hollywoodiana, né scemi del villaggio messi lì per il sollazzo dei "normali". Ma Dortmunder e i suoi amici non sono neppure dei "lazzari" furbissimi e vincenti a edificazione e riscatto del popolo umiliato. Westlake non vuole farci ridere degli altri, e neanche con gli altri, ma spargere spirito critico e sarcastico sullo "stato delle cose". Da questo punto di vista gli scenari della vicenda sono fondamentali, e in questo romanzo, più che in altri, risaltano per il loro carattere simbolico ed esemplare. Mentre l'impresa di Dortmunder si complica e diventa colossale, il multimiliardario si ritrova braccato anche dalla magistratura, dalla finanza e dalla polizia. I suoi rifugi sono tasselli di un'America spettacolare e grottesca: anzitutto le cementificate spiagge per nuovi ricchi a Long Island, poi un lussuoso appartamento di Manhattan, in una torre-albergo di quarantanove piani costruita sopra un teatro di Broadway ("Il centro dell'isola di Manhattan è il vertice assoluto della triangolazione tra spettacolo e business immobiliare nel mondo capitalistico"), poi un residence situato nel labirintico complesso del Watergate a Washington e usato come deposito di mazzette per politici ("i condomini vengono tenuti sotto controllo da uomini e donne in blazer blu che siedono all'ingresso e smistano i visitatori accettabili, mentre presumibilmente respingono gli impuri"), e infine un gigantesco Hotel-Casinò di Las Vegas "sorvegliato più strettamente di Fort Knox". In cerca di una via d'uscita, il miliardario predatore divenuto preda, consulta ossessivamente l'I-C hing, ma è troppo egocentrico per riuscire a leggere i responsi: anche quando i segni gli parlano del suo avversario, Max Fairbanks attribuisce tutto a se stesso. Nella sua visione del mondo, non c'è posto per "l'altro da sé". Quanto a Dortmunder, lui ha di sicuro una "coscienza di classe", ma non di sé, né delle cose che lo circondano. Alla fine dell'epica impresa, l'unica morale che ricava è che il tanto ambito anello porta sfiga. Ma nel romanzo, il conflitto non è solo tra Max e Dortmunder, è proprio una "guerra di mondi": da un lato quello ipercontrollato quanto ingovernabile dei grandi ladri della finanza e degli affari che imboscano i profitti in società incrociate, e dall'altro quello scalcagnato, ma ricco di risorse professionali pretecnologiche, dei ladruncoli che nascondono il malloppo sotto un lavandino. Da che parte si schieri Westlake è inequivocabile, ma lo fa senza trascurare di stare sempre dalla parte del lettore, che si ritrova costantemente sospinto in una divertentissima e scatenata gimcana.

Gianfranco Manfred
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